Le nuove forme relazionali, comunicative e organizzative abilitate dal digitale dischiudono una fase della politica post-partitica e post-democratica.

La primavera araba

Alcuni anni fa il mondo parve infiammarsi improvvisamente e velocissimamente. Per un attimo il contagio di tale forma parve dispiegare una potenza mai misurata in politica se non nelle rotture rivoluzionarie. Tutti gli osservatori politici si affrettarono a commentare quel fenomeno che fu chiamato la “Primavera araba”, ricercando ragioni, motivazioni e novità. Su tale modello si affacciarono, anche in Occidente, pallidi tentativi di “imitazione”, ma che si basarono su posizioni e contestazioni in chiave fortemente ideologici o di rottura etico-morale, come le esperienze di Occupy Wall street.

Tutti indagarono partendo da approcci classici. Da un lato c’era chi evidenziava l’emersione di una generazione che non riconosceva più le autorità nazionali al governo, chi sottolineava l’irruzione del sogno di vita occidentale, chi rimarcava l’interesse geopolitico dell’Occidente nella rottura di equilibri che non soddisfacevano più i rapporti di forza e le dislocazioni all’interno dei paesi del G7 e più in generale del G20.

Tutti fattori realmente esistenti e che costituivano, sicuramente, tasselli concreti dei processi in divenire. Tutti fattori che, storicamente, esistevano prima della “fiammata” e che sarebbero continuati ad esistere dopo l’azione di soppressione di quella stagione. Al di là dei fattori tradizionali di “crisi” che erano presenti sullo scenario, a mio avviso, emergeva una novità che rappresentava una innovazione profonda della sfera del “politico” con la quale avremmo dovuto prendere confidenza.

La Rete dispiega i suoi effetti sulla scena politica

I processi relazionali abilitati dalle tecnologie di rete infatti, dispiegavano per la prima volta effetti diretti (e non mediati dalle forme di rappresentanza politico-istituzionali) sulla scena della politica. Quel processo risultò importante, sul piano della storia politica, non tanto per i suoi risultati di modifica degli assetti dei poteri interni degli stati coinvolti, ma per la prima sperimentazione di massa delle potenzialità che le tecnologie delle reti social mettono a disposizione dell’azione politica.

Che i processi siano generati più o meno spontaneamente, ciò che diviene rilevante è la potenza esponenziale che essi dispiegano. Una potenza che può andare ben oltre le intenzioni anche di chi prova ad innescarli. È la forma estrema della rottura prodotta dall’avvento della rete nella sfera della vita individuale e sociale. Se nella normalità dello scambio sociale (e politico) il “chiacchiriccio” permanente dei “prosumer” (le persone che producono, rilanciano e consumano l’informazione all’interno della sfera dei social) produce processi di divaricazione e di singolarizzazione delle posizioni politiche ( con un aumento di forme di “riconoscimento autistico” dell’altro da sé), nei momenti di rottura del normale tessuto di confronto l’esponenzialità del riconoscimento di interessi produce fiammate partecipative in grado di dispiegare una potenza politica come i partiti non riescono più.

I gilet gialli

Le piazze e le strade francesi, in queste ore, vivono un processo analogo a quello delle primavere arabe. Una esperienza diversissima da quella accaduta in Italia con le piazze di Roma e Torino, due mobilitazioni che fanno intravvedere in controluce trame organizzative complesse e ancorate ancora alle forme tradizionali della mobilitazione politica anche negli esiti di sbocchi istituzionali attesi, come nel caso della richiesta, del gruppo torinese, di incontro con il Presidente Mattarella.

Il movimento dei “gilet gialli” in Francia rappresenta l’approdo, sulla scena europea, delle forme del politico della fase digitale. Un misto di autorappresentazione diretta e di “imposizione del mobilitato”, caratteristici delle forme di partecipazione della rete. Questi due aspetti hanno rappresentato due dei problemi più rilevanti che le esperienze di “democrazia digitale” hanno prodotto nel loro dispiegarsi, come racconta la storia del modello di democrazia diretta “Liquid Feedback”, strutturato dal Partito Pirata in particolare in Germania dove l’esperienza ha avuto la codifica più puntuale.

Gilet gialli
Gilet gialli

La forma della “cessione di sovranità”, che ogni individuo deve poter effettuare per vivere all’interno di una società complessa, si trasforma – in analogia alle forme delle relazioni interpersonali che si assumono nella sfera dei social – in un processo temporaneo, multiforme, con ricomposizioni di quadro (e di senso) che sono caratterizzate né da coerenze complessive dei diversi obiettivi, né da visioni di lungo periodo o in grado di affrontare strategie complesse. Le posizioni assunte sono spesso motivate da indignazione, risentimento, invidia, rottura dei legami di solidarietà, incapacità di connettere diverse lotte e battaglie o scoprirne interni legami o contrasti.

Accanto a tali tendenze, tutte rintracciabili all’interno delle dinamiche che emergono nelle relazioni delle piattaforme social del web 2.0, si fanno strada le richieste “non formali” di democrazia diretta. In un saggio del 1998 intitolato “Internet, democrazia e politica” affrontavo la linea di faglia rappresentata dalla forma della democrazia rappresentativa raggiunta nell’Occidente e la progressiva affermazione della richiesta di “potere diretto” istillata dall’avvento della rete. Le stesse forme costituzionali, affermavo a quel tempo, sarebbero presto arrivate ad un nodo storico.

Una delle regole che Pierre Levy ci indicò per la rete digitale che stava emergendo, nel lontano 1990 nel suo “Le tecnologie dell’intelligenza”, affermava un aspetto che ancora oggi risulta difficile da mettere a fuoco, soprattutto nel mondo della politica. Levy ci ammoniva che “la rete non è nello spazio, ma è essa stessa lo spazio”. Lo spazio digitale come punto della stessa esistenza umana: non un luogo ove transitare, quindi, ma lo spazio in cui (co)esistere. Uno spazio che non prevede “esternità” e che rende inesistenti i processi che socialmente non trovano rappresentazione e vita al proprio interno. Questa tendenza credo possa essere definita come un processo di vera e propria terraformattazione capitalistica (dopo che la logica mercantile sta vincendo la battaglia per piegare a sé la forma della rete) disabilita alcuni funzioni partecipative dell’era pre-digitale e abilita nuove forme di lotta e pressione. A nulla valgono le forme classiche anche quando si “ricoprono” di nuova tecnologia (come nel caso dell’uso dei social da parte dei politici che al massimo amplificano di un po’ limiti e potenzialità già in atto).

Politica e Rete

Per quanto attiene al nuovo connubio tra le forme del politico e la potenza della rete è necessario indagare la modifica dei territori delle relazioni tra individuo e le strutture organizzate, le forme di appartenenza, la percezione e la loro coscienza, la disponibilità a cedere sovranità ad una organizzazione nella quale si è disposti ad essere “minoranza”, com’è accaduto in tutta la storia dell’era democratica. Tracce significative di tali trasformazioni si potrebbero rintracciare, in particolar modo, nel dibattito all’interno delle forze politiche tradizionali e in particolare della sinistra e non solo italiana. Occorre ricordare, infatti, che la politica non è e non può essere “simmetrica” rispetto alla Storia e gli stessi fenomeni e processi si dispiegano con differenze anche sostanziali tra destra e sinistra.

I fattori emergenti, però, rappresentano i dati più interessanti per analizzare la politica del futuro. Tra essi, quelli abilitati dalle tecnologie digitali presentano le qualità più innovative in assoluto. Le tecnologie di comunicazione della rete, infatti, si predispongono in molteplici ruoli, tutti innovativi. L’accesso alle informazioni in tempo reale, l’accesso alle informazioni non convenzionali, la riproducibilità istantanea, la costruzione di network di interessi, la trasformazione di ogni individuo in un “Opinion Leader” di una personale struttura di influenza, la permeabilità a flussi di informazioni non controllate, velocità e rottura dei vincoli spaziali, esponenzialità degli interessi e loro ibridazione. Per accennarne alcuni tra i più evidenti.

Queste caratteristiche fanno emergere nuove strutture politiche in grado di intervenire nella scena decisionale non solo a livello istituzionale. In un saggio sulle Primavere arabe, per la rivista “Pane e acqua”, affermavo in quei giorni che “quando la velocità degli eventi raggiunge quella del flusso comunicativo, le forme della politica tendono a coincidere con quelle della comunicazione”. In altre parole, l’unica cessione di sovranità concessa all’individuo è all’interno della piattaforma che sostiene la mobilitazione, la forma di partecipazione e di decisione coincide con quella della struttura dei social che abilitano il processo. Tutto questo con potenzialità incredibili e con forme di controllo e gestione che esulano dalle segreterie dei partiti e dalle logiche di lavoro dei “gruppi parlamentari”.

L’esperienza dei Gilet Gialli francesi, al di là del risultato della loro mobilitazione, annuncia la sperimentazione, sul territorio del vecchio continente e del più avanzato laboratorio della forma di potere “democratico”, delle nuove forme della politica che incrocia la dimensione del digitale. Proprio per questo diviene interessante osservare come terminerà un conflitto che, se inquadrato con le logiche dei conflitti interni alle forme della democrazia pre-digitale, non si sarebbe neanche dovuto produrre.


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Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

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