Diciamolo chiaro e tondo, a noi la rivoluzione digitale piace, è comodo poter fare il biglietto del treno mentre sei in metropolitana diretto alla stazione e con la stessa videata aprire il cancello di ingresso al marciapiede, consentire il controllo al personale viaggiante e conservare la ricevuta del viaggio. Tutto da soli, senza alcun mediatore, bigliettaio, controllore, assistente con le file che ne seguivano. Tempo risparmiato, fatica risparmiata, accesso diretto al servizio.

Non tutto però può essere concepito “ad accesso diretto”, la cultura per esempio è mediazione, l’informazione anche, l’arte lo è per definizione. La rivoluzione digitale è straordinariamente importante se non cancella, nelle nostre coscienze e nelle nostre abitudini, la necessità di servirsi di “autori” che mettano, digitalmente o no, “nero su bianco” le loro opinioni condivise, le analisi, le visioni maturate in anni di lavoro e di studio. Abbattere la mediazione va bene alla stazione, ma poi, in treno, un buon libro d’autore (cartaceo o digitale, fa lo stesso) rende il viaggio utile oltre che piacevole.

Purtroppo non sempre è così, secondo i rapporti OCSE che si sono succeduti dal 2015 in poi solo il 20% della popolazione adulta possiede strumenti di lettura, scrittura e calcolo idonei ad orientarsi in una società moderna e questa percentuale è inversamente proporzionale all’età.

C’è un’intera umanità che pur non possedendo strumenti di connessione ipotetico deduttiva grazie ai social diventa opinionista ed è creduta alla stessa stregua di una fonte certificata. Per questo proponiamo una arena che metta a disposizione un dialogo di qualità su fonti attendibili e certificate con le quali discutere, approfondire, condividere commenti ed interpretazioni d’autore. Tenendo a mente che autore altro non è che il participio passato del verbo latino “augere” che significa “aumentare”. Di questo restiamo convinti.

Una arena come l’Agorà Ateniese: insieme piazza e centro nevralgico della vita politica e sociale da cui Aristide, Demostene, Pericle, Temistocle argomentavano logicamente garantendo informazioni che fossero anche, contemporaneamente un metodo per tutti costruendo gli ingredienti su cui si sarebbero basate le moderne democrazie.

Sono passati oltre 2500 anni ed oggi, grazie alle tecnologie digitali, alla rete internet ed ai social è possibile ricreare una agorà “digitale”. Un luogo virtuale di discussione, confronto, scontro, approfondimento, in cui moderni “oratori” possono condurre dibattiti e confrontarsi con i “cittadini della Rete”, per cercare di migliorare la società in cui viviamo.

CuDriEc è l’editore di “Moondo”, un Magazine suddiviso in community, una per ogni “Mondo” d’interesse. Abbiamo così un Mondo dedicato all’Abitare, uno al Mangiare, e poi Mondo Viaggiare, Mondo Impresa, Mondo Cultura, Mondo Moda, Mondo Mamma, Mondo Salute.

L’idea è quella di lavorare per creare un Magazine che ospiti le opinioni, i ragionamenti, lavori in linea con lo schema editoriale che segue.

La mission di CuDriEc (fissata nel payoff) è “Condivisione & Partecipazione”, il nostro compito non è quello di sommare ed accrescere lettori, ma di cercarli, ovunque possano essere raggiunti da notizie, coinvolgendoli nelle comunità d’interesse (i nostri Mondi).

“Questo esercito di lettori non tradizionali diffida dell’informazione istituzionale e si affida d’istinto al news stream del web, segnato dalla disordinata proliferazione di fonti accompagnate da commenti e discussioni, non necessariamente sempre sensati e razionali ma percepiti come genuini e non mediati”. (Il crepuscolo dei Media – Vittorio Meloni – Ed. Laterza 2017).

Ed allora, se con il Magazine CuDriEc promuove la diffusione di cultura, allo stesso tempo lavora affinchè diventi metodo di chi scrive e di chi legge.

Se per far ciò il linguaggio da utilizzare dovrà essere un po’ meno “aulico” e “specialistico” lo sarà per favorire la comprensione e la partecipazione al maggior numero di persone possibile, siamo certi che la cosa non disturberà le menti più erudite.

Alessio ALESSANDRINI

Alessandro ANGELELLI

Roberto MANCINI

gli editori CuDriEc

Nella piazza di un borgo della Tuscia

Chi oggi si occupa di scienze cognitive sostiene che il cervello è una macchina costruita per apprendere e per apprendere quello che è utile alla evoluzione di questo strano animale che si è staccato dal mondo cui apparteneva per dare corpo ad una organizzazione molto sofisticata rispetto ai tentativi iniziali nota come civiltà. Siamo sicuri che l’evoluzione sia un meccanismo a senso unico? Cioè che vada sempre e solo in una direzione e non possa mai tornare indietro? Charles Darwin, che di evoluzione si intendeva, nell’ultimo pensiero che scrive sull’origine dell’uomo “spera” (i hope) che possa essere così, ma evidentemente nel conto aveva messo anche il contrario. L’evoluzione è essenzialmente fatta di pensiero astratto, caratteristica dell’uomo come unico animale sulla terra, che mette in condizione ciascun individuo di elaborare e costruire la propria coscienza: quella che i filosofi chiamano esperienza. Ciò che produce una esperienza secondo John Dewey non è una accumulazione quantitativa di informazioni, ma

una trasformazione dell’energia in una azione dotata di riflessione, grazie alla assimilazione di significati dal bagaglio di esperienza passate. La giunzione tra nuovo e vecchio non è una mera composizione di forze; è invece una ri-creazione in cui l’impulso presente acquisisce forma e consistenza mentre il materiale vecchio, il materiale “immagazzinato” , letteralmente si rianima, ottiene nuova vita e nuova anima dovendo far fronte ad una nuova situazione.[1]

In un contesto come questo protagonista è l’interazione con un ambiente fecondo per la creatività, una lettura in chiave di maieutica Socratica, una lotta contro tutti coloro che volessero imporre le proprie convinzioni con i metodi della retorica o della persuasione mascherati da progressisti, coloro che parlano di stato di diritto e pensano ad uno stato etico la cui etica scansi abilmente la responsabilità tendendo al pensiero unico in una stagnazione economica, politica e sociale di dimensioni preoccupanti. Proprio a proposito di maieutica ricordiamo come, in un film su Socrate diretto da Roberto Rossellini per la TV, in uno dei dialoghi con i suoi discepoli Socrate si lamenta dei politici ateniesi,  caduti così in basso da riuscire a dire al popolo cose in cui non credono o che siano palesemente false pur di ottenere voti. Poi dice che non è vero che gli artisti riescono a guardare avanti di decine di anni.

Politica, Cultura e Civiltà.

Socrate e la crisi di Atene è un buon punto di avvio per quello che vogliamo proporre, inscindibilità di Politica, Cultura e Civiltà e dei suoi strumenti Università, Mezzi di comunicazione, Arte, Istituzioni della Stato, Istituti economici che rispondano allo stesso progetto strategico che si chiama futuro. La crisi di valori che la nostra società fa intravedere, una recessione della stessa evoluzione sotto forma di violenze gratuite e spinte individualiste, il bene comune non sembra più essere il fine di questo strano animale diventato bipede e poi sapiens ed il tempo necessario ad intervenire è diventato sempre più breve prima del collasso, ricorda il paradosso delle ninfee di cui si parla a proposito dei limiti dello sviluppo. Le ninfee si riproducono raddoppiandosi ogni giorno e rischiando di soffocare ogni forma di vita all’interno dello stagno che decorano di colori meravigliosi una volta che lo abbiano ricoperto tutto. Osservando lo stagno tutto ci sembra meraviglioso fino al giorno in cui la sua superficie è coperta da ninfee per metà. A quel punto avremo un solo giorno per intervenire e scongiurare la morte in quello stagno.

Lanciamo, allora un appello in favore del potere delle idee, un appello per inscindibilità del trinomio Politica, Cultura e Civiltà che significa confrontare discipline diverse, ogni volta che sia necessario, analizzando la realtà con un grandangolare invece che con il solo microscopio e indicando vie d’uscita agli apparati in crisi.

Iniziamo dall’essere consapevoli. Che significa? significa dare un senso a ciò che ci riguarda sapendo distinguere una opinione condivisa e supportata da prove controllate all’interno di una comunità di esperti certificati (episteme) dalla semplice opinione (doxa) eterodiretta.

Basta aprire un qualsiasi giornale per trovare allarmi (in tutto il mondo, per la verità) dovuti alle conseguenze di notizie false alle quali la gente crede e che sono in grado di generare problematiche tanto reali e concrete quanto disastrose. Facciamo il caso dei vaccini, nata da un sedicente studio mai esistito, e da dati inventati e senza alcun fondamento medico scientifico, prendiamo la pericolosità degli OGM di cui non esiste alcuna evidenza scientifica tranne il falso messo in piedi dalla facoltà di Veterinaria della Federico II di Napoli, puntualmente scoperto dagli stessi docenti. Solo due esempi di notizie false, aria fritta che hanno prodotto conseguenze gravi. Nel primo caso la recrudescenza di malattie che si credevano scomparse e l’intervento del legislatore che ha dovuto rendere obbligatoria la vaccinazione, nel secondo la distruzione di una ricerca scientifica all’avanguardia. E a chi si indigna per l’ingerenza dello Stato nei confronti di comportamenti individuali rispondiamo che lo saremo anche noi, se le mamme con dubbi sui vaccini andassero ad informarsi sulle conseguenze dal proprio medico e non su google. Nei paesi civili lo fanno e l’obbligo di legge non esiste perché si tratta di un comportamento collettivo e responsabile in difesa della collettività.

La vaccinazione si fa per tutelare le persone più deboli. Questo non riguarda il vaccino, questo riguarda lo stato sociale non suo complesso ed è uno dei cardini della società civile.

L’economia.

L’economia rallenta e la recessione ci è arrivata addosso come uno stato di necessità, scrive Federico Rampini. Nessuno se l’aspettava, neppure quelli che oggi (dopo 8 anni di lacrime e sangue), spargendo ottimismo a buon mercato, vanno dicendo che tutto è finito e si può riprendere la festa dove l’avevamo interrotta. La verità è che gli effetti dell’avventura finanziaria delle banche americane naufragata miseramente nel 2008, delle manovre sul debito pubblico degli Stati europei e le speculazioni sulle materie prime hanno investito il nostro Paese contribuendo a rendere ancora più grave una situazione economica già difficile, soprattutto per la sua intrinseca fragilità. In un decennio, dopo Tangentopoli, ci siamo venduti tutti i gioielli di famiglia. Qualcuno ha ricordato il ballo sul Titanic. Nella realtà la recessione ci aggredì nel bel mezzo dello shopping in uno degli ultimi templi del consumo, l’outlet, i centri commerciali dove si vendono prodotti di griffe super scontati. E’ stata l’ultima invenzione per i consumatori ossessionati dai saldi e dagli sconti. L’arena in cui si svolge la gara fra chi offre sempre di più, al prezzo più basso. Gli economisti delle università americane lo avevano ribattezzato come l’ultimo stadio del capitalismo, il “capitalismo cheap”, nel doppio senso di “poco caro” e di “scadente”. “Cheap” sta per decadimento generale di qualità, di valori, di professionalità. Ellen Shell, docente della Boston University, nel suo saggio “L’alto costo della cultura dello sconto”, ha dimostrato come i supersconti praticati dalla catena di supermercati Wal-Mart si sono tradotti in bassi salari, perdita di conquiste sociali, inquinamento e sprechi. “In un mercato che straripa di beni abbondanti e apparentemente equivalenti il prezzo diventa il criterio decisivo e finale” scrive la Shell. Eppure avremmo dovuto sapere che nulla e veramente cheap, perchè i consumatori non hanno idea di quanto costi ciò che si acquista.

Le manovre sui listini, gli annunci degli sconti o delle promozioni hanno governato per decenni il nostro comportamento di spesa in modi che non sospettiamo nemmeno. “L’orgia dei saldi in tutte le stagioni, degli sconti a volontà, ci da l’impressione di poter sconfiggere l’industria e la grande distribuzione, cosi come la voluttà del giocatore è legata alla fiducia di poter sbancare il casino” ha scritto Donald Lichtenstein, professore di marketing all’Università del Colorado.

Ma un’altra spiegazione va cercata proprio nella cultura del “cheap”.  Nei decenni del consumismo industria e distribuzione hanno ipnotizzato il consumatore con la droga degli sconti. In un’epoca in cui tutto sembrava costare sempre meno anche le aspettative sulla qualità si sono ridimensionate. Si comprava qualcosa, anche se non serviva, ma se si rompeva mentre si usava, perchè era di bassa qualità, si buttava e se ne comprava una nuova.

Nel nostro Paese la crisi delle economie occidentali ha significato per le famiglie mettere mano ai risparmi, ed ora che si sono esauriti o sono visibilmente diminuiti ciò che rimane è un diffuso senso di insicurezza e di sfiducia.

Finita la recessione, la disoccupazione continua mentre gli analisti parlano di ripresa in tutta l’area euro, Italia esclusa. Non c’è bisogno di essere matematici per capire che questa differenza di velocità è e sarà la vera ragione della nostra arretratezza.

C’è in giro un sentimento diffuso di depressione, una incapacità di reagire. Sappiamo che il benessere reale dei cittadini dipende molto da valori che non sono economicamente misurabili come la sicurezza, la qualità dell’istruzione, la cultura, il tempo libero e altri tanti fattori che determinano la qualità della vita. Osserva Pierluigi Celli

“E’ cambiato drasticamente il paesaggio, sono cambiati gli attori della scena, e questi parlano si comportano, senza ossequio alcuno per le buone convenzioni di un tempo non sembra affatto preoccuparsi di quanto costituiva il tessuto delle sicurezze socialmente condivise, dei limiti anche di buon gusto delle posizioni da adottare. Non hanno rispetto delle nostre memorie né delle nostre pattuizioni linguistiche è un imbarazzo totale. Ci sono molti modi per morire: il più stupido è quello di farlo per dispetto.”

E’ necessario e urgente ricercare idee per interventi di lungo periodo e per azioni più specifiche a medio periodo, al fine di porre all’attenzione dei governanti, soluzioni che debbono venire innanzitutto da chi produce.

Mentre la politica dell’Ovest, di fronte alla ripresa del casinò della finanza, dimostra la sua incertezza a dettare regole o, peggio ancora, mostra l’incapacità di esercitare il suo potere e di affermare un governo dell’economia, ad Oriente è ripresa la corsa della Cina che guida lo sviluppo di tutti i paesi dell’area.

Riprendere la strada dello sviluppo in Italia non sarà facile, ma in molti hanno fatto notare come sia possibile usare il rallentamento come una irripetibile occasione per cambiare, a patto di averne la volontà.

Scrivono Simona Colarizi e Marco Gervasoni

La tela di Penelope è la metafora dell’immobilità del paese che dopo vent’anni dal crollo della prima Repubblica sembra aver smarrito la strada verso il futuro nel quale aveva riposto speranze e illusioni. Lo confermano gli indici dello sviluppo economico e i dati sull’occupazione lo conferma la profonda crisi di fiducia dei cittadini nei confronti dei loro rappresentanti …. Si trattava di rifondare la Repubblica ma per raggiungere questo obiettivo era indispensabile presentarsi con identità politiche nuove ma la ricerca identitaria è una delle ragioni della fragilità manifestata.

L’identità

L’identità è un problema tipicamente culturale, l’identità è una ricerca di radici comuni e fondanti, l’identità è una sfida Europea alla quale il nostro paese può contribuire con la forza di chi ha fondato l’Umanesimo integrando ingredienti che venivano da civiltà e filosofie diverse, invece ci si attacca all’idea che non possa esistere differenza tra chi informa e chi fa spettacolo[2] . Informazione, spettacolo e pubblicità hanno sovrapposto e mischiato i loro messaggi, i social sulla Rete danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli[3] con il risultato che il vero e il falso sono diventati due punti di vista equivalenti.

Il valore dell’uomo è stato scambiato con la sua vendibilità, machiavellismo è opportunismo senza pensiero, che accentua le diseguaglianze, che esaspera ogni status symbol, che esalta il più forte e umilia gli sconfitti. Si è affermato un “capitalismo egoista” in cui la maggioranza dei lavoratori ha visto diminuire la propria quota del reddito mentre una minoranza di privilegiati si e arricchita enormemente. Tornano alla memoria le pagine di Carlo Marx sulla alienazione nella società capitalistica o quelle di Charles Fourier sul “feudalesimo industriale”. E sembra ritornare di attualità la ricetta liberalsocialista dei fratelli Rosselli.

Ma non è con le culture dell’Ottocento o con le ideologie del ‘900 che si possono risolvere i problemi di oggi. Con la caduta del muro e il crollo dei regimi comunisti si è celebrata la superiorità del sistema capitalistico e si è affermata l’idea che il mercato, solo e senza regole, fosse in grado di garantire un indefinito sviluppo e una ricchezza diffusa. E di conseguenza in Europa si e pensato che fosse sufficiente realizzare l’unione monetaria per mettersi al riparo da qualsiasi crisi e garantirsi un equilibrato ed eterno benessere. E si è pensato che bastasse creare un sistema di aiuti a sostegno delle imprese per assicurare la crescita dei sistemi industriali determinando un mercato delle merci autosufficiente e solido. La realtà nella quale siamo sprofondati ci dice un’altra cosa: venti anni di ingenti fondi europei investiti nei paesi che si affacciano sul mediterraneo, invece di darci un mercato europeo sano ed equilibrato, hanno determinato uno squilibrio ancora più forte non per responsabilità dei fondi, ovviamente, ma per assenza di strategie comuni e per la malaugurata pratica di controllare le procedure fino all’esasperazione senza mai controllare i risultati. Non importa se produci “Cheap” l’importante è che la procedura amministrativa sia rispettata. Così nessuno controlla il prodotto, e l’utente finale è frastornato dalla virtualità di una vita che non vive fino al giorno della tragedia. Abbiamo l’illusione di essere liberisti, ma tra il 2001 ed il 2012 sia la spesa pubblica quanto quella corrente sono aumentate e non poco, lo stato, i comuni gestiscono agenzie o società sul mercato che per un quarto sono in perdita in piena concorrenza sleale con chi operi per davvero[4] mentre nel centrodestra come nel centro-sinistra la frammentazione interna in entrambe le coalizioni mera somma di spezzoni di partiti ereditati della prima Repubblica è sfociata in una conflittualità permanente paralizzante esecutivo[5]

Da ogni parte si parla, e siamo anche noi di questo avviso, di crisi culturale intendendo che gli schemi cognitivi e i principi morali utilizzati non consentono di rendere il mondo utilizzabile agli stessi esseri umani[6] che hanno però il compito di ricostruire l’habitat creativo, sociale, civile, istituzionale che sovverta l’attuale condizione prima di tutto accendendo ciò che è spento: il dialogo, come dicevamo all’inizio, per estrarre le soluzioni che non sono più dentro una sola disciplina o in uno specialismo, ma proprio nelle zone di sovrapposizione. Superare l’isolamento dell’arte, della storia, della scienza, dalla loro stessa esperienza di vita quotidiana significa aver generato l’atrofia di una cultura condivisa che deve diventare metodo. Non importa se io conosca o no Caravaggio o le matrici di Majorana, mi basta confrontarmi con il medico per i vaccini, sapere quanta vitamina E contiene l’olio che i miei figli mangeranno, sapere dove è scritto e pretendere che ci sia. Purtroppo anche le Università, le fabbriche del Sapere, sono finite nella palude degli specialismi senza dialogo. Lucio Russo ha scritto che se una disciplina A trovasse dei punti di convergenza con un’altra disciplina B in Italia non nascerebbe il dialogo, ma una nuova disciplina AB che espellerebbe gli uomini delle prime due per ragioni di potere[7].

La scuola.

Eppure la storia comincia da lontano, dalla scuola, quando migliaia di precari vagano di cattedra in cattedra e insinuano nei giovani studenti l’inutilità di studiare e di approfondire “tanto l’anno prossimo chissà il nuovo professore cosa vuole”. Nasce la precarietà dello studio, l’abbandono del metodo e dell’impegno, quel senso di svogliatezza e di sfiducia (ancora inconscia) nelle Istituzioni. Si perché la Scuola, come l’Università, è una Istituzione che deve avere i suoi riti, i suoi comportamenti. Che dovrebbe insegnare il sacrificio e insieme il piacere di imparare e di sapere. Di ore-tavolo per raggiungere un risultato. In questi ultimi decenni tra riforme abortite e malcostume imperante ha prevalso, quasi ovunque (nella scuola) nelle Univerisità (più spesso in quelle pubbliche, meno spesso in quelle private) la mediocrità e la svogliatezza di chi insegna più occupato a organizzare la sua carriera e il suo lavoro extra moenia che a studiare per portare agli studenti elementi di riflessione e di sapere contribuendo alla cinica costruzione di un popolo di ignoranti ed incapaci a pensare. Scarsissima considerazione per la formazione del “capitale umano” (non è corretto generalizzare perché altrimenti i “cervelli” in fuga di chi sono figli?) che entra nell’Università come un foglio bianco spesso pronto a cogliere e a raccogliere gli stimoli con entusiasmo e voglia di fare. Nel corso degli anni la crescita è altalenante sia per la sfortuna dell’incontro con docenti poco generosi e disincantati (ci si chiede perché tanti giovani iniziano una carriera di precariato universitario, forse sono quelli che hanno capito come va il mondo!)  sia per la fisiologica crescita tipica degli studenti. Fino alla laurea che dovrebbe essere la misura di quanto si è costruito.  Il difficile impatto con il mondo del lavoro oltre alla crisi economica che viviamo spesso è dovuto alla mediocrità della preparazione sia professionale che umana che comportamentale. Perchè la scuola in generale dovrebbe fornire tutti gli elementi perché questa avvenga veramente e profondamente. A partire dall’educazione, dal rispetto delle istituzioni, del sapere. Non è facile insegnare oggi: i giovani hanno linguaggi, abitudini, comportamenti totalmente distanti dalla classe dei docenti e non sempre encomiabili. D’altronde sono il frutto di una società disgregata in cui educazione, valori e speranze sono quelli di un’epoca di oscurantismo. Non è una generazione che li separa ma è un mondo che cambia a velocità supersonica e chi guida spesso non conosce la macchina. E non fa quasi nulla per capirla. Ma su quel foglio bianco si ha il dovere almeno di tentare di scrivere e disegnare il futuro dando le chiavi del sapere, le sue motivazioni e la sua bellezza. Un cammino poco interessante per il corpo docente quando ha imparato a “giocare il gioco”, quell’insieme di regole non scritte e di comportamenti informali mai dichiarati ma molto praticati da coloro che vogliono raggiungere i propri obiettivi accademici. Non basati sul valore delle ricerche o dell’insegnamento ma piuttosto sulle relazioni particolari, sui compromessi, sugli ammiccamenti, sul senso “servile” della gerarchia. D’altronde in un ambiente in cui prevale il conflitto d’interesse, in cui prevale il familismo, in una società che non premia il merito che ha abbassato il filo del traguardo tutto degenera, anche le Istituzioni.

Solo pochi anni or sono le “persone colte”, ossia quelle che condividevano un contesto di sapere comune era abbastanza ampio e la scuola (a partire dalle elementari) era lo strumento democratico per la mobilità sociale. Quella scuola era immaginata “per tutti”, ma non aveva alcuna intenzione di costruire una società “di eguali”. Badava al sodo, quella scuola, non forniva soluzioni, ma strumenti, non forniva competenza, ma saperi.

Succedeva in quella società senza computer e senza rete, che la cultura alta, prodotta dalle élite intellettuali del paese o dagli artisti tornasse indietro come patrimonio comune, diffuso e consolidato. Succedeva allora (forse perchè non c’era internet) che se vaccinare il proprio figlio e quando una mamma lo chiedesse al proprio medico, unica figura riconosciuta per una opinione di peso. Succedeva lo stesso anche con il formaggio, nel mio paese c’era una salumeria che stagionava i formaggi, i consigli di quell’esperto artigiano coloravano di sapori la nostra tavola tanto da sentire ancora oggi, dopo cinquanta anni, l’influenza di quel sapere. Succedeva che gli intellettuali impegnati in questo tipo di confronto con la cittadinanza attiva avessero anche un ruolo sociale e politico che hanno oggi completamente perduto. Succedeva che questo incontro rendeva possibile sintesi sempre nuove ed una più alta efficacia degli interventi politici ed amministrativi. Oggi ancora più necessario se pensi che la rivoluzione digitale ha messo a disposizione nuove opportunità e nuovi saperi che nascono nelle zone di sovrapposizioni di quelli esistenti ed è lì che si nascondono le pieghe della vera innovazione sociale.

La scienza.

Basta pensare a Galileo Galiei ed al suo Siderius nuncius, un punto di svolta nella civiltà.

Galileo aveva sentito parlare di un cannocchiale costruito da alcuni ottici olandesi e si mise a studiarlo per migliorarne le prestazioni. Dai pochi ingrandimenti iniziali, raggiunse risultati importanti per quei tempi e puntò lo sguardo al cielo attraverso quel nuovo strumento di indagine. Una protesi del suo occhio, o meglio, come vedremo tra poco, una protesi della sua mente. Era il 1610 quando diede alle stampe il suo trattato di cui voglio solo utilizzare il solo frammento dedicato alla osservazione della luna per usarlo come pretesto per una riflessione sulla realtà e sull’immaginazione. Partiamo dalle parole di Galileo.

Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare, … così da vicino……..con la certezza che è data dall’esperienza sensibile, si possa apprendere non essere affatto la luna rivestita di superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e allo stesso modo della faccia della Terra, presentarsi ricoperta in ogni parte di grandi prominenze, di profonde valli e di anfratti[8]

Ma davvero Galileo ha potuto vedere tutto questo? Grandi prominenze cioè montagne con un cannocchiale così non se ne vedono di certo, profonde valli ed anfratti certamente nemmeno. E allora? E? la sua mente che fa una connessione diretta tra l’immagine che ha visto e l’aspetto che assumerebbe laTerra al levar del Sole, quando non essendo ancora inondate di luce le valli, pur vediamo quei monti che lo circondano dalla parte opposta al Sole ormai tutti fulgidi e splendenti; e come le ombre delle cavità terrestri, via via che il sole si innalza, diminuiscono così anche queste macchie lunari, col crescere nella Luna della parte luminosa, vanno perdendo tenebre.

Corrono in aiuto della sua fantasia le osservazioni delle valli alpine intorno alla sua Padova

Or appunto sulla Terra, prima del sorger del Sole, le più alte cime dei monti non sono illuminate dai raggi solari, mentre l’ombra occupa tuttora le pianure? E di lì a poco quella luce non si va dilatando, mentre si illuminano le parti medie e più larghe dei medesimi monti; e sorto che sia il Sole, le illuminazioni delle pianure e dei monti non finiscono col congiungersi?

Galileo non ha affatto visto la realtà che descrive, ma ha visto un andare e venire di ombre e di luci che per analogia con quello che conosce avvenire nelle valli alpine delle sue parti e di cui conosce le cause, lo ha fatto convinto che la morfologia della luna non sia per nulla dissimile da quella della terra. Dunque tracce di realtà in una macchina dall’inventiva straordinaria. Un fatto ed un metodo di indagine in un colpo solo. Questo dobbiamo tenere a mente, che la realtà: lucide escrescenze che si inoltrano nella zona illuminata non basta da sola a definire la verità che è solo il frutto della sua rappresentazione mentale. Valli e montagne che non ha mai visto e che non avrebbe potuto vedere con la tecnologia a disposizione.

La scienza è la forza della immaginazione creativa per antonomasia che produce verità condivise frutto della elaborazione razionale di tracce lasciate dalla realtà sotto osservazione. La scienza rappresenta un monumento alla immaginazione, alla mente umana alla sua capacità di ricostruire ciò che non si vede.

Il dialogo.

Se chiedete in giro, o fare ricorso alla vostra memoria di studenti liceali, pochi al liceo hanno letto Siderius. Questo deriva dal fatto che non si studia in italiano perché è scritto in latino, non si studia in latino perché non è Cicerone, non si studia in scienze perché parla di filosofia e non si studia in Filosofia perché parla di Fisica. Cosa vogliamo dire? Ciò che è veramente nuovo rischia di essere rifiutato perché non rientra in nessuna delle categorie che abbiamo costruito. Così succede già oggi a tutto quello che non ha una sua casa/cosa precostituita. Diamo alle interazioni tra discipline, alla loro sovrapposizione una voce ed un corpo. Come? Dialogo, Socraticamente dialogo.

Occorre costruire un luogo che abbia questo “genius loci”. Un luogo di incontro e di dialogo, di “incrocio”, dove si possa staccare l’occhio dal proprio microscopio e affrontare con lo sguardo più ampio un mondo che, cambiando, sta lasciando per la strada la stessa possibilità di rinnovamento.

Questo luogo è uno spazio aperto agli intellettuali di tutti i settori che hanno voglia di confrontarsi con la costruzione (o ricostruzione) di una cultura che sostenga praticamente lo spirito critico, la verifica dei dati sensibili in modo indipendente. Questo luogo manca, manca un luogo per le idee e manca il dialogo. E’ strano che succeda in Italia: la parola “Facoltà” è nata nelle nostre Università presa a prestito da Aristotele e dal latino « facultas » la capacità di fare o di non fare qualcosa.

Un progetto ambizioso fatto di inscindibilità di Politica, Cultura e Civiltà. E’ necessario produrre idee nuove e dar vita ad un costante, continuo confronto tra queste idee. Un dibattito pubblico per far crescere l’opinione contro la mediocrazia[9] e capace di rivendicare la conoscenza come un diritto di tutti. Ma anche il diritto a governare soltanto di chi sa.

Coltivare tutto questo abbandonando vecchie certezze e consumati pregiudizi usando l’aggettivo “nuovo” non per la solita abitudine di voler nascondere vecchie politiche e antiche clientele. L’imperativo è cambiare le regole. Perchè se l’esperienza ci dice che un mercato senza regole può determinare delle crisi, sappiamo che un mercato con regole sbagliate è un vero disastro.

E torniamo alla premessa del nostro discorso: la Politica.

L’eclissi della politica è cominciata da quando essa ha omesso di confrontarsi con le trasformazioni che ne hanno svuotato categorie e concetti accade così che paradigmi genuinamente politici vadano ora cercati in esperienze fenomeni che di solito non sono considerati politici: la vita naturale degli uomini, restituita al centro della polizza il linguaggio come luogo politico per eccellenza oggetto di una contesa e di una manipolazione senza precedenti. La sfera dei mezzi puri o dei gesti ossia dei mezzi che pur restando tali si emancipano dalla loro relazione a un fine.[10]

Il potere pubblico

La situazione fin qui delineata fa sorgere spontanea una domanda: come il potere pubblico, nelle sue varie e complesse articolazioni, ha dato o cercato di dare una risposta alla crisi?

La diversità dei moduli organizzativi pubblici, della spesa pubblica per la cultura, delle tradizioni nazionali a proposito dei contenuti e delle propensioni per questo o quel modello culturale non consentono di dare una risposta univoca alla domanda, ma solo di formulare alcune considerazioni di carattere generale su quanto accaduto in Europa a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quando poté dirsi superata l’emergenza post bellica e si trattò di rimettere in piedi dalle fondamenta quel mondo che la guerra aveva spazzato via, cultura compresa, anche se a scuola si continuavano ad imparare a memoria le poesie di Giuseppe Giusti. Pochi Stati si resero conto di ciò: sembrò che si trattasse di ricostruire più che di costruire. Non ci si rese conto (o quanto meno non si comprese adeguatamente) che la società postbellica era alla ricerca di nuovi modelli culturali, abbandonando quelle esperienze di Stato etico e di cultura controllata e guidata in funzione degli interessi della forza politica egemone. Erano tramontate le illusioni disastrose dello Stato assoluto, delle dittature di ogni colore, così come i miti della prima metà del secolo, ad iniziare dalla esasperazione della cultura identitaria, modellata in funzione della classe dirigente e del perpetuarsi delle sue chiusure. I movimenti studenteschi degli anni 60 in Italia, in Francia, in Germania, furono un modo estremistico e violento per costringere i poteri pubblici a guardare alla domanda sociale di cultura e non alla risposta tradizionale a quella domanda. Ci volle tempo affinché fossero chiari i termini veri della questione, che non erano la distruzione iconoclasta dei santuari culturali tradizionali, ma l’assegnazione ad essi di nuove diverse funzioni. Non a caso, ad esempio, la questione si pose solo marginalmente in Inghilterra, dove da secoli la cultura significava libertà, tanto da non prevedere alcun valore legale per i titoli di studio, ritenendosi sufficiente a garantirli la tradizione ed il prestigio della istituzione che li rilasciava. In Francia e in Germania i governi riuscirono a ristabilire rapidamente un equilibrio introducendo nel sistema misure correttive che si sono dimostrate in qualche modo utili, anche se non tali da consentire il superamento totale della crisi. In Italia la vicenda si è svolta in modo diverso, anche per la fragilità di un sistema culturale ereditato da uno Stato censitario che proprio della arretratezza culturale dei cittadini profittava per legittimare se stesso. Il regime fascista aveva segnato un momento di rottura del sistema: lo sviluppo di una cultura rispettosa dei principi fondamentali del fascismo fu vista come strumento essenziale per l’aggregazione del consenso. L’illusione fu che qualcosa di quel sistema potesse essere conservato: ci vollero molti anni prima che la scuola, struttura pubblica culturale fondamentale, venisse intesa come servizio reso alla comunità, un nodo ancora non del tutto sciolto come dimostrano le ambivalenze, tra regime di libertà e di autorità delle attuali strutture scolastiche. L’incertezza a questo proposito ha prodotto uno scollamento tra scuola e società, tra cultura e società, tra cultura e cittadino che è stata causa non secondaria dell’arretramento culturale.

Se si guarda fuori del mondo della scuola lo scenario non cambia molto. Da una parte una maggioranza parlamentare ed un governo preoccupati di erigere un muro contro i cosacchi domestici videro nella formazione delle nuove generazioni lo strumento per l’aggregazione del consenso nel paese alla loro linea politica, lasciando i meno giovani, ritenuti culturalmente e politicamente irrecuperabili, alle altre forze politiche che erano poi soprattutto quelle armate cosacchi che in cui avevano trasmigrato non pochi intellettuali, un tempo convinti che il capo avesse sempre ragione. Cinema, teatro, letteratura, arte divennero campi con grandi macchie di papaveri rossi. Lo spazio per lo sviluppo di una cultura fertilizzata dalla libertà ne restò pochissimo: da una parte la triangolazione scuola- parrocchia- industria partecipazione statale con i finanziamenti alla ricerca pura ed applicata intesi come premio per i più politicamente meritevoli, dall’altra la costellazione dei circoli, associazioni, giornali, libri, tutti compatti nell’assegnare alla cultura, intesa secondo modelli di importazione da lontani e freddi paesi, il compito di rivoluzionaria la società con una abilità ed un’intelligenza che si rivelarono molto superiori a quelli della controparte.

Negli ultimi anni la crisi è stata accentuata dal confronto con culture arrivate dall’Africa, dall’Asia da ogni angolo del mondo con le forti correnti migratorie: circa un 10% della popolazione del nostro paese è portatrice di culture diverse, con un DNA che è probabile resista parzialmente anche alla integrazione.

È questa una ragione di più per sottolineare la stretta connessione tra cultura e libertà: solo la libertà della cultura rende possibile il necessario dialogo fra culture diverse, uno strumento di arricchimento della personalità individuale e di sviluppo nella pace tra individui del gruppo sociale. Senza cultura non c’è libertà, senza libertà non c’è cultura: era vero ieri, è vero oggi, sarà probabilmente vero anche domani. Statalismo e cultura sono termini conciliabili solo nei limiti della esistenza di una struttura burocratica essenziale per lo svolgimento di un servizio pubblico: ogni altro suo spazio è causa non secondaria, almeno nel nostro paese, della crisi culturale che viviamo.

Che fare?

Non ci si può arrendere ritenendo la situazione insanabile.

i poteri pubblici ad ogni livello debbono fare la loro parte adottando le misure necessarie per rimuovere le incrostazioni corporative nell’Università, nella stampa, nel teatro, nel cinema, tanto per fare alcuni esempi: è assurdo che si continui a diventare professore ordinario nelle università per diritto dinastico o che vengano elargiti danari pubblici per pubblicare giornali destinati al macero o che lo Stato sovvenzioni i circhi equestri ritenuti espressioni culturali al pari del teatro, relativamente al quale pure non mancano esempi di clientelismo più che di promozione culturale. Al tempo stesso OCCORRE DARE spazio alle iniziative di soggetti privati per la diffusione della cultura come avviene, e non da oggi, nei paesi anglosassoni: in Italia la detassazione di queste forme di mecenatismo incontra ancora mille remore e mille ostacoli, una eredità di quando si riteneva che non ci fosse cultura se non c’era la presenza del potere pubblico.

La spesa pubblica per la cultura è irrisoria se comparata a quella di altri paesi europei: la scarsità dei mezzi finanziari è una motivazione troppo spesso addotta per giustificare una latitanza del potere pubblico che non è esagerato definire delittuosa se si pensa alla spesa pubblica per opere pubbliche destinate a restare incompiute o del tutto inutili o utili solo per appaltatori non di rado collusi con organizzazioni criminali.

C’è dunque molto da fare anche con i limitati mezzi finanziari a disposizione, per superare una crisi di idee e di progettualità prima ancora che finanziaria.

Non vi sono più ragioni ideologiche, e nemmeno comuni interessi da difendere. Ma tutte le ragioni di una ricerca, di un dialogo. Insomma di idee. E allora seduti intorno ad un tavolo in una piazza di un borgo della Tuscia abbiamo avvertito il desiderio di incontrare gli altri per discutere di quello che abbiamo scritto. Con noi c’è un editore che crede nella necessità di andare oltre i post e i twitter e riprendere il ragionare. Con le parole o con le immagini comunque nuove idee.

 Fabrizia CUSANI

Aldo DI RUSSO

Mario PACELLI

Giampaolo SODANO

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[1] John Dewey Arte come esperienza Aesthetica Edizioni Palermo 2012

[2] Pierluigi Celli – Breviario di cinismo ben temperato Fazi Editore

  Lettera di Bruno Vesta alla Rai

[3] Umberto Eco, commento in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa Università di Torino

[4] Francesco Pugliese – Tra l’asino e il cane, Rizzoli Etas

[5] Simona Colarizzi, Marco Gervasoni–La tela di Penelope.Storia della seconda Repubblica,Laterza

[6] Amalia Signorelli – La vita al tempo della crisi, Einaudi

[7] Lucio Russo La cultura componibile dalla frammentazione alla disgregazione del sapere, Liguori Editore 2008

[8] Tutte le citazioni sono tratte da Galileo Galilei, Siderius Nuncius a cura di Andrea Battistini, traduzione di Maria Timpanaro Cardini, Marsilio Editori,1993

[9] Alain Deneault – La Mediocrazia, Edizione Neri Pozza Colibrì 2017

[10] Giorgio Agamben – Mezzi senza fine, Bollati Boringhieri 1996


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