Il profilo politico di Rino Formica, tratteggiato da Marco Gervasoni

Se c’è una figura, tra quelle della storia politica dell’Italia repubblicana, che ci ha sempre ricordato Machiavelli, è proprio Rino Formica. Di solito la vulgata associa il grande Fiorentino – giusta la massima apocrifa «il fine giustifica i mezzi» – a cinismo, freddezza, calcolo dei rapporti di forza,  sottigliezza, con il solo fine di ottenere lo scopo. Non per niente i suoi detrattori definivano Mitterrand, un’altra grande figura del socialismo, «le florentin». In realtà Machiavelli è ben altro: è sì spietato realismo e lucida conoscenza della «realtà effettuale» ma associata a una politica, come diremmo oggi, «di valori». Nel caso di Machiavelli, la potenza della Repubblica fiorentina e in prospettiva l’unificazione dell’Italia. Nel caso di Formica, il socialismo. A cui si può giungere però solo dopo una lucida conoscenza della «realtà effettuale» e a una valutazione spietata, quasi pessimistica, del materiale che questa rivoluzione dovrebbe utilizzare: l’essere umano. Da qui i leggendari aforismi attribuiti a Formica, che non risparmiavano neppure il suo stesso partito.

L’impressione, di trovarsi di fronte a una figura, quella di Formica, che ha sempre improntato il suo ragionare e il suo agire a un canone di realismo utopico (o di utopia realistica), ci è confermata dalla lettura di questa straordinaria raccolta di suoi testi e di documenti, ottimamente introdotti, nelle varie sezioni, dalla puntuale disanima di Emanuele Ceglie. La loro lettura permette di percorrere la biografia politica di Formica e quella della Repubblica. Grazie all’impegno politico in giovanissima età, la vita politica  di Formica percorre tutte le fasi di quella del nostro paese: dagli anni dell’immediato dopoguerra e del centrismo, a quelli del centro-sinistra degli anni Sessanta, alla crisi degli anni Settanta, al tentativo di stabilizzazione degli anni Ottanta fino al crollo della repubblica dei partiti e alla mancata partenza di una «nuova repubblica », dal 1994 a oggi.

In ognuna di queste fasi Formica ha giocato un ruolo, più o meno centrale a seconda dei periodi. Ma ciascuna di essa è stata occasione, per il politico socialista, di severa riflessione. Se cerchiamo un fil rouge che lega infatti i testi di varia natura qui presenti (dalle lettere private a documenti di partito, da articoli e saggi a interventi in congressi) lo troviamo proprio nello sforzo di pensare la politica. Il che, naturalmente, ci riporta a Machiavelli: prima la conoscenza della realtà effettuale, cioè il pensiero, poi l’azione.

E il pensiero di Formica è sempre radicale nel senso etimologico: va cioè alle radici, alle strutture che determinano i protagonisti della politica, i gruppi dirigenti, le masse mobilitate e gli elettori. Non è una caratteristica del solo Formica, beninteso. Per buona parte degli esponenti della cosiddetta prima Repubblica, tanto quelli dei grandi partiti di massa che quelli di piccole formazioni, la politica era intesa come attività intellettuale. Non solo perché formalmente molti di loro erano intellettuali. Anche per chi tecnicamente deve essere definito politico di professione (che è una dote, oggi trasformatasi in insulto), come appunto Formica, la politica doveva essere pensata: è, appunto, un problema intellettuale.

Formica però si distingue da altri importanti figure di quella classe politica perché, in modo più conseguente di altri, pensa la politica nazionale all’interno di un quadro più vasto: la collocazione dell’Italia nell’Europa (un tema, come vedremo, presente fin dall’inizio nella sua azione) e di questa  nel mondo. Fin dagli anni Cinquanta, ben prima che nascesse la stessa parola «globalizzazione» il pensiero politico di Formica, perché di questo si deve parlare, è ben conscio che i mutamenti dello scenario europeo e internazionale hanno dirette, immediate, conseguenze su quello interno: gli sconvolgimenti del quadro «esterno» provocano sempre scosse in quello nazionale.

Rino FormicaLa prima fase dell’attività politica di Formica consiste nella  ricostruzione del Partito socialista in Puglia e nel Mezzogiorno. Ma poi egli assume un ruolo di primo piano nella Federazione giovanile socialista, e nella scissione di Palazzo Barberini, che porta lui e molti altri di quella formazione verso il Partito socialista dei lavoratori di Saragat, salvo poi rompere anche con questo. Le pagine di Ceglie ripercorrono in maniera molto esaustiva questi passaggi, perciò a queste rimandiamo, così come alla lettura dei documenti, molti dei quali inediti.

Troviamo già qui, nella riflessione del giovane Formica, i capisaldi della sua attività successiva. La metodologia realistica, attenta ai rapporti di forza, che lo rende ostile alla fusione del Psi con il Pci, ventilata per un certo momento anche da importanti dirigenti nazionali. Poi la questione dell’ «autonomia socialista», un termine che si collocherà al centro della riflessione di Formica. Ed è un punto cruciale.

Per buona parte degli studiosi le ragioni dell’assenza di una forza socialdemocratica di massa nel nostro paese sono proprio da ricercare in questi anni: quando il Psi, al contrario di tutti i partiti fratelli dell’Europa occidentale, stringe un’alleanza molto serrata con i comunisti che romperà solo, e comunque molto gradualmente, a partire dal 1956. Formica capisce invece subito, fin dal 1945, che l’abbraccio dei socialisti con i comunisti sarà mortale: per le sorti del Psi, ma anche per quelle del proletariato e del paese. Non è «riformista» il Formica che aderisce al PSLI – come non è «riformista» neppure tutto il partito di Saragat. Al contrario, Formica critica l’alleanza del Psi con il Pci perché spegnerebbe la forza rivoluzionaria del proletariato, sottomettendolo ai disegni di politica estera di Stalin. Eppure Formica fino a un certo periodo milita, assieme ad altri suoi compagni della FGS, entro un partito, quello di Saragat che, dal 1948, governerà quasi sempre con la DC.

La rottura di Palazzo Barberini fu quindi necessaria, utile e positiva: non divise il movimento operaio, come accusarono allora i comunisti e i socialisti frontisti (un giudizio che la storiografia di sinistra ripeterà con scarso senso critico per decenni). Al contrario, ne salvò l’autonomia. Lo spiega Formica, molti anni dopo, nel 2007, in un convegno sulla scissione d Palazzo Barberini: «non era evitabile perché l’unica ipotesi unitaria (unità socialista europea) avanzata dalla nuova generazione socialista si dissolse dinanzi alla bronzea legge della divisione in due (occidente e oriente) del dominio del mondo. Fu utile al paese perché impedì al moderatismo italiano rappresentato dalla DC di governare con il sostegno della destra di forte derivazione fascista e monarchica».

«La divisione in due del dominio del mondo». L’Italia si trovava nel blocco occidentale, mentre il Pci (e il suo alleato Psi) facevano parte di quello orientale. Formica coglie questo dato essenziale già all’epoca. Il socialismo italiano per lui ha da muoversi all’interno di questa logica: e stare nel campo occidentale. Per questo deve essere autonomo: perché il legame con la forza politica che vede in Mosca il suo punto di riferimento, il Pci, impedirebbe ogni scelta orientata all’interesse nazionale ed europeo. Certo convivevano modi anche molto eterogenei di essere autonomisti: e quello di Saragat era certo diverso da quello di Formica. Più vicino, quest’ultimo, al progetto di una «terza via» che avesse nell’Europa il suo perno. Per questo la riflessione sul socialismo italiano non poteva per lui separarsi da quella del socialismo europeo e dai primi tentativi di costruzione dell’unità europea; un tema onnipresente in «Iniziativa socialista», la corrente di cui Formica era uno dei principali esponenti (assieme a Leo Solari, Giorgio Ruffolo, Giuliano Vassalli). Un seme gettato verso il futuro.

 

Passano gli  anni, Formica è impegnato prima nella politica locale, a Bari e in Puglia, poi in quella nazionale, con la prima elezione, al Senato, nel 1968. Può vedere quindi, prima da una città e da una regione che ne erano state laboratorio nel Mezzogiorno, poi sul piano centrale, il lento costituirsi, il formarsi, il maturare e poi l’incepparsi della alleanza di centro-sinistra. Che finisce per logorare, anche elettoralmente, il Psi: dal 1958, quando lo sganciamento con i comunisti era diventato definitivo, alle elezioni del 1972, il Partito scende dal 14% al 9%. Nel frattempo la presenza al governo, a partire dal 1963, ha contribuito a trasformare la fisionomia di una formazione  che, a metà del decennio Settanta, si trova colpita da una quadruplice crisi: di identità, di leadership, di tattica e di strategia.

Formica, che aderisce alla piccola corrente del Psi, quella nenniana, diretta da Bettino Craxi, ne è ben conscio. Rinnovare il partito diventa per lui l’obiettivo principale: è lo scopo  della Conferenza di Programma, che si tiene a Firenze nel febbraio 1975. Dove tornano, soprattutto nella relazione di Formica, alcuni dei temi degli anni precedenti: l’autonomismo, il partito come strumento in grado di incidere sulla vita politica, le difficoltà sempre più evidenti della classe politica nel rappresentare una società italiana che, nel corso dei due decenni, è talmente cambiata da rendere irriconoscibile quella del dopoguerra in cui Formica aveva cominciato. Il Partito socialista deve quindi diventare un partito moderno, di governo, in grado di intercettare i bisogni dei suoi elettori e poi di allargarsi ai nuovi. Partito riformista, anche se questo termine è ancora pronunciato a mezza voce persino tra i pochi della corrente nenniana. Un partito riformista deve essere pragmatico? Si, purché pragmatismo non significhi assenza di riflessione. Un partito moderno deve essere strutturato? Senza dubbio, ma non può chiudersi à ciò che avviene al di fuori del suo perimetro. I medesimi Interrogativi che, ancora oggi, assillano le forze politiche e a cui Formica allora rispondeva con un passaggio interessante da citare per intero: «la rinuncia a priori a qualsiasi sistemazione ideologica, a vantaggio di comportamenti pragmatici, perché la realtà sarebbe inesorabilmente più complessa delle astrazioni necessarie per un approfondimento ideologico» può condurre, e ha condotto, a «involuzioni culturali che diventano pericolose quando il mutamento sociale si intensifica e la realtà si cui operare si complica. Da questo modo di pensare derivano tra gli altri i fenomeni del verticismo politico, dell’opportunismo nei comportamenti e dei personalismi». Parimenti errata sarebbe la condotta opposta «quella che vuole sovrapporre alla realtà sociale proposte e interventi che siano esplicitamente ‘socialisti’» perché «conduce al distacco fra realtà sociale economica e politica del partito, impedisce che l’azione sia razionalmente fondata nei fatti…finisce per cadere nella logica dei gruppi, staccati dal movimento reale delle masse».

La Conferenza di organizzazione non ha il tempo di mutare il partito socialista, che, nelle elezioni del 1976, perde pochi pochi punti percentuali rispetto al 1972: ma psicologicamente è come se avesse ceduto la metà dei voti. Da qui la reazione: Craxi segretario, l’emergenza di una nuova classe dirigente di quarantenni e di una robusta e forte leadership, il «revisionismo» ideologico – altro termine caro a Fornica – che consente al Psi di diventare un partito compitamente riformista, lontano dalle ambiguità che lo avevano frenato negli anni del centro-sinistra. La stagione degli ultimi anni Settanta prelude al ritorno al governo del Psi, ed è ritmata da una preziosissima innovazione culturale e  politica. In cui tutto viene rimesso in discussione: la stessa idea di partito che, come notano diversi studiosi, soprattutto su «Mondopeaio» è in profonda, forse insanabile, crisi. Una crisi che indebolisce tutti i partiti, non solo quelli socialisti, e in tutto il mondo occidentale – anche se per ora sono solo segnali, già si parla di fine della socialdemocrazia. Però in Italia questa crisi è più acuta e soprattutto produce già effetti più seri che altrove: perché il sistema istituzionale italiano, oltre a quello politico, è sovrapposto con il regime di partito, fino a non riuscire a capire dove inizi l’uno e finisca l’altro. Non a caso si comincia a parlare di «Repubblica dei partiti».

 

Nel nuovo Psi che Craxi, il gruppo dirigente e gli intellettuali, non organici ma liberi e autonomi simpatizzati del suo progetto, trasformano nel giro di breve tempo nella forza più innovativa della politica italiana di quel tempo, Formica occupa, finalmente, il primo piano. Non ha bisogno di dirsi craxiano perché lui, con Craxi, Tognoli, Martelli, autonomista e riformista lo è da sempre. Prima del Midas, è infatti il solo esponente di rilievo nazionale, assieme a Lelio Lagorio, sindaco di Firenze e poi primo presidente della Regione Toscana, a far parte della corrente autonomista al di fuori della cerchia milanese. Questa anzianità di militanza, oltre che l’attitudine personale, consente a Formica una maggiore autonomia, uno spirito corsaro, una spregiudicatezza, anche nella critica dei suoi più stretti compagni.

Il rilievo di Formica è evidente: non appena il Psi rientra a pieno titolo negli esecutivi, nel 1980 con il governo Forlani, a lui è affidato un dicastero di assoluta importanza come quello dei Trasporti e poi, nei due governi successivi, guidati da Giovanni Spadolini, quello ancora più cruciale delle Finanze. Formica si trova così in primo piano nel crocevia delle decisioni per il «risanamento». La spesa pubblica è  esplosa da anni, così come l’inflazione la questione del debito publico è centrale, politica al sommo grado e su questo tema si accende lo scontro definito, dai giornali, delle «comari» tra lui e il ministro del Bilancio, Beniamino Andreatta. A parte che definire in maniera così irrispettosa Formica e il suo illustre avversario, una delle menti migliori della Dc, era già segno di un giornalismo politico degradato, la questione non riguarda la spartizione di posti e men che meno gli attriti personali, come invece molti giornali del tempo raccontano.

Andreatta, e con lui la nuova segretaria della sinistra democristiana di De Mita, è a favore del cosiddetto «divorzio» tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro, per cui la prima non garantirà più il collocamento integrale in asta dei titoli pubblici offerti dal Ministero. Voluta soprattutto dalla tecnostruttura di Bankitalia, al cui capo si trova Carlo Azeglio Ciampi questa misura, paventano soprattutto i socialisti, produrrà un’ulteriore impennata del debito pubblico e sottrarrà sovranità al parlamento; neppure coinvolto in una decisione presentata come «tecnica». Del resto l’obiettivo di Ciampi e di Andreatta sta proprio in questo: costringere parlamento e esecutivo, attraverso una sorta di vincolo esterno, a frenare la spesa publica, senza più la copertura di Bankitalia. Formica è contrario e propone misure alternative, quale la tassazione delle rendite finanziarie. È uno scontro tra politiche di «destra», monetariste, e politiche di «sinistra», socialdemocratiche: solo che a sostenere le prime sta tutta la sinistra di «Repubblica» e il Pci, assieme alla «sinistra» Dc di De Mita.  Formica e tutto il Psi sono invece tacciati, da Andreatta, di essere «nazionalsocialisti». il governo cade nel novembre 1982 ma il divorzio tra Bankitalia e Tesoro è ormai passato. È stato un bene? Oggi gli storici ne sono meno convinti rispetto a qualche tempo fa.

 

Da ministro, Formica in quegli anni vede da vicino gli effetti dello scandalo P2, che hanno fatto cadere, due anni prima, il governo Forlani. Mentre il Pci cavalca lo scandalo, e lo presenta come la dimostrazione dell’esistenza di un sempiterno potere occulto che gli avrebbe impedito di andare al governo (mentre in realtà ad impedirlo sono stati sempre gli elettori), e mentre la classe politica tutta affida ancora un po’ più di legittimità politica alla magistratura, Formica coglie nella P2 il segno che «l’Italia è un Paese di frontiera in Europa e nel Mediterraneo, ha una democrazia giovane sempre minacciata da vecchie suggestioni autoritarie; ha un sistema politico caratterizzato da forti anomalie rispetto agli altri paesi europei; ha una struttura sociale ed economica non sufficientemente coesa. Queste condizioni e queste fragilità riducono la nostra capacità di fronteggiare le interessate e moleste curiosità esterne e di ridurre l’ansia di rivincita di forze non interessate all’ampliamento della base liberale dello Stato. E’ questa la chiave di lettura delle nostre tormentate vicende politiche degli ultimi decenni».

L’ombra di Yalta, come la definirà anni dopo un altro importante esponente del Psi, Gianni De Michelis,  ha prodotto in l’Italia una democrazia  limitata dalla collocazione del paese sul fronte della guerra fredda. Con le relative conseguenze, la conventio ad excludendum, come l’ha chiamata Leopoldo Elia, cioè l’impossibilità del Pci ad accedere al governo e quindi la difficoltà dell’alternanza, e il ruolo sovrabbondante degli apparati rispetto ad un normale regime rappresentativo, come si era percepito durante la solidarietà nazionale, tra il 1976 e il 1979.

«All’anatomia del potere si distinguono: il potere punitivo, il potere remunerativo, il potere condizionatorio. Quando nello Stato democratico l’equilibrio dei poteri si sposta a totale favore del potere condizionatorio vuol dire che gli apparati hanno vinto e che il sistema politico è a sovranità limitata. Gelli si impegnò in questo senso; ma il filo per questo ordito uscì dalle antiche filande dei nemici e degli avversari di Aldo Moro». Sono parole di Formica pronunciate nel 1984, durante la deposizione di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta della P2, ma è una diagnosi a cui tutto il Psi è giunto fin dal 1979.

Proprio perché la democrazia e il sistema politico italiano sono bloccati dall’ombra di Yalta, occorreva, diremmo oggi, una duplice disruption; partitica e istituzionale. Partitica; era necessario che si rafforzasse, a sinistra, una formazione legata all’Occidente, capace di farsi protagonista dell’alternanza assorbendo i voti del Pci. E questo partito aveva da essere il Psi. Ma serviva anche riformare le istituzioni, perché il sistema pattizio presente fin nella Costituzione formale, e poi stratificatosi in quella reale, cioè il consociativismo, avrebbe altrimenti impedito ogni qualsiasi tipo di alternanza. La Grande Riforma di Craxi auspicava  in sostanza tutto ciò. Per portarla a termine era prioritario perciò riformare radicalmente il partito e rivedere la Costituzione.

 

Sulla riforma del Partito, secondo Formica, a un certo punto il Psi si è fermato. E questo arresto coincide con l’arrivo di Craxi a Palazzo Chigi. Nel suo esecutivo Formica non ha incarichi, ma diventa capogruppo alla Camera. Da questo ruolo di rilievo comincia a esercitare una critica dall’interno del gruppo dirigente craxiano, che culmina in un documento, redatto assieme a Gianni Baget Bozzo e frutto di una discussione alimentata dalla rivista «Labour»: «da noi l’opposizione non ha prospettive di governo, mentre chi governa ha sì il privilegio dell’inamovibilità ma al prezzo dell’immobilismo. In altre parole chi non è al governo non ci andrà mai, ma chi è al governo non governa, ha solo l’illusione». Non sembrano parole di oggi? Così la consapevolezza, in un documento del solo Formica di poco precedente, che la riforma del partito socialista, se ha reso il vertice capace di decidere, ha «anche accentuato la sordità e l’opacità del corpo vivo del Partito, la sua naturale tendenza ad identificare la politica con la pura e semplice gestione del potere». Anche qui, quando Formica propone, in luogo della «democrazia governante» di Craxi, una «democrazia partecipativa», siamo alla attualità di questi giorni.

Il problema, a nostro avviso, sta nello strumento partito, che già allora sembrava (e a maggior ragione, appareoggi) superato e incapace, al di là delle buone intenzioni, di svolgere un reale ruolo di rappresentanza e di azione politica. L’Italia a partire dagli anni Settanta anticipa una crisi dei partiti che in altre democrazia, ben più antiche e solide, sembravano ancora in buona salute: mentre oggi tutti possono vedere che dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Germania e ovviamente all’Italia, i partiti non sono più né il luogo dell’elaborazione politica né quelli della rappresentanza: e non riescono neppure a selezionare le leadership, compito che invece, negli anni Ottanta in Italia, erano ancora in grado di svolgere. A nostro avviso Craxi non poteva fare di più: anzi – e qui non concordiamo, almeno con il Formica di allora – il segretario avrebbe dovuto maggiormente spingere verso la «democrazia governante». Ma Craxi era un uomo di sinistra, di cultura socialdemocratica; di più non avrebbe avuto senso chiedergli.

 

Se, nella riforma del Psi a Craxi non si poteva chiedere oltre, capiamo meno il raffreddarsi della questione  istituzionale, che si comincia a registrare negli anni del leader socialista a Palazzo Chigi. Non a caso, la proposta dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica e poi quella del presidenzialismo riprenderanno solo dopo il 1987, con il Congresso di Rimini del Psi. Ma è ormai chiaro a tutti che non se ne farà nulla: anzi il presidenzialismo craxiano diventerà una nuova arma polemica utilizzata dalla sinistra Dc e dal Pci per isolare il Psi. Eppure, anche qui, a ben vedere, come rimproverare Craxi e il gruppo dirigente? Cambiare la costituzione per creare istituzioni rappresentative in grado di decidere non riuscirà, nella seconda repubblica, neppure a forze che disponevano di consensi e di potere infinitamente più ampi di quello Craxi (ed è chiaro che ci riferiamo a Silvio Berlusconi).

Per Formica il tema della revisione costituzionale è, già a metà anni Ottanta, quello cruciale. Lo diventa ancora di più dopo il 1989. Possiamo tranquillamente sostenere che, tra le figure allora di primo piano della politica italiana, solo due colgono il nesso tra fine della guerra fredda, crisi del sistema dei partiti e sfascio istituzionale. Quale nesso? La Costituzione è stata scritta a inizio della guerra fredda (i cosiddetti padri ne sono ben consapevoli, come si vede dal mutamento tra i dibattiti dei primi mesi in Costituente e il risultato finale). La Costituzione formale fu, come notò già allora Luigi Sturzo, scritta dai partiti, e quella materiale si è conformata al regime di democrazia speciale in cui la guerra fredda ha collocato l’Italia. Finito questo conflitto, era necessario rimettere tutto in discussione, i partiti e l’assetto costituzionale. Chi sono i due personaggi che, con largo anticipo, lo comprendono? Uno è certamente Formica, in quel momento tornato al dicastero delle Finanze, un ruolo se possibile ancora più delicato rispetto al decennio precedente. L’altro è il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.

Uno dei momenti più densi e più importanti di questo libro sta nel dialogo tra il Presidente e il «suo» ministro, Formica: ne abbiamo contezza dalla pubblicazione dei documenti e delle lettere private tra i due. Un «armonia discorde» come scrive Ceglie nell’introdurre la sezione, a cui rimandiamo per raccontare la storia. «Sono convinto che ci troviamo in prossimità della conclusione di un ciclo storico. In questi casi, come i fatti dimostrano, tutti i veleni vengono a galla…Siamo a una svolta radicale di tutto il sistema. Nessuna forza politica può più affrontare il proprio futuro nella speranza della lacerazione e della disgregazione degli altri partiti». Sono parole di un‘intervista di Formica del 9 dicembre 1990, neppure un anno dopo la cauta del Muro.

Pochi mesi prima, nell’allocuzione di fine 1989, Cossiga avevo auspicato l’avvio di una «nuova stagione»: come i paesi usciti dal comunismo, anche «noi abbiamo bisogno di libertà». Un discorso unanimemente passato sotto silenzio, a cui erano seguite, a partire dall’estate del 1990, le «esternazioni» presidenziali. Una di queste colpisce anche Formica, per quell’intervista che il presidente percepisce come un attacco alla sua persona. La risposta di Formica, nella lettera a Cossiga del 10 dicembre 1990, cela un passaggio profetico, laddove egli prevede una «rovina» della «prima repubblica» senza che sia stata «predisposta una prospettiva di cambiamento garantito». Il «cieco egoismo» che pervade la «classe dirigente» del paese è tale che essa «preferisce una soluzione finale che tutto travolga ad una disponibilità sincera a favorire un cambio di istituzioni e di personale politico». Poco già di un anno dopo, il crollo sarebbe cominciato.

 

Era inevitabile? No, come (quasi) tutto nella storia degli uomini. Per questo l’anno prima dello tsunami, il 1991, è da esaminare con attenzione, come un periodo di occasioni che potevano essere colte e invece sono andate perdute. «C’è un collasso istituzionale» spiega Formica nel suo intervento al Congresso di Bari del Psi alla fine di giugno 1991. Tre giorni prima Cossiga ha inviato un messaggio alle Camere sulle riforme istituzionali, uno dei documenti più lucidi e dirompenti della storia dell’Italia Repubblicana. Il presidente operava con un bisturi sui vuoti della Costituzione, sul sistema politico, sul ruolo dei partiti, sulla paralisi degli escutivi e sui limiti imposti al Presidente della Repubblica dalla Carta. Cossiga proponeva quindi un rafforzamento del ruolo del Quirinale, un nuovo sistema elettorale che sapesse coniugare la «rappresentanza» con la «formazione di maggioranze che decidono», quindi suggeriva una riforma dell’istituto referendario per inserirvi elementi di «democrazia diretta». Un testo chiave, il Messaggio presidenziale – peraltro di un’attualità sconcertante – che naturalmente è accolto con ostilità e silenzio dalla Dc: Andreotti, presidente del Consiglio, si rifiuta persino di firmarlo mentre nel dibattito alle Camere Oscar Luigi Scalfaro accusa il presidente con toni durissimi. Per il Pci-Pds è la conferma degli intenti eversivi di Cossiga – e pochi mesi dopo Occhetto preparerà un impeachment contro il Quirinale, un fatto mai avvenuto in precedenza. Solo il vertice del  Psi difende Cossiga e capisce che, in quel contesto, è necessario uno «sbrego», una forzatura. Ma né Cossiga né Craxi sono pronti: e, a pochi giorni dal referendum Segni, che il segretario socialista ha invitato a boicottare, egli è anche politicamente molto indebolito. Mentre Cossiga contribuirà al crollo del sistema, dimettendosi anticipatamente nel 1992: poche settimane, ma cruciali perché costringono il nuovo parlamento ad anteporre l’elezione del nuovo presidente della Repubblica  alla formazione del governo. Ed è sulla scelta del Presidente, nel maggio 1992, che va in pezzi il sistema.

Ma un mese prima, osservando i risultati elettorali, stabili per il Psi, negativi per la Dc, catastrofici per il Pds e trionfali per le Leghe, nella direzione del 15 aprile 1992, Formica aveva proposto «un governo a larga base parlamentare con Presidente scelto dal Capo dello Stato e a sua volta munito di ampia delega per le materie correnti e per scegliere i ministri nell’ambito delle forze presenti nelle Camere. Contemporaneamente, una commissione parlamentare procede alla revisione costituzionale e all’elaborazione della nuova legge elettorale, il tutto nel tempo strettamente necessario, dodici-diciotto mesi. Nel frattempo i partiti possono affrontare il problema della loro identità politica, tenere i congressi straordinari per rinnovarsi se saranno capaci». Il dominus doveva essere il capo dello Stato: un governo del presidente per una revisione costituzionale. Dieci giorni dopo, Cossiga si dimetterà. Il disegno di Formica, che trovava consensi anche nella cosiddetta destra migliorata del Pds, viene a cadere. A questo punto è un succedersi di piani inclinati.

 

Pochi, nel Psi e fuori dal Psi, hanno visto venire la «grande slavina» come Formica. E nel mezzo della tempesta egli è stato uno dei più lucidi nel cercare di salvare il partito, come si vede dalle pagine di Ceglie e dalla relativa documentazione. Che ciò fosse possibile, oggi, con il senno di poi, può anche apparire plausibile. Ma allora certamente no: la forza d’urto, con le spinte provenienti da più parti, erano tante e tali, e nessuno disponeva di un bagaglio di esperienza, perché la sequela di eventi non aveva alcun precedente, nella storia nazionale e in quella internazionale, da cui trarre ammaestramento. Del resto non solo il Psi, che in fondo era un partito fragile mai andato oltre la barra del 14% dei consensi, ma anche la grande Balena bianca, che decisamente ben altro peso possedeva e di assai più solidi agganci esterni disponeva, fu in sostanza spazzata via, assieme agli altri partiti più piccoli.

Dopo il 1993 comincia una nuova stagione per Formica in cui, l’impegno dovendo per forza di cose limitarsi alla battaglie delle idee, emerge con ancora maggiore evidenza la sua capacità di pensare la politica. La battaglie delle idee consiste nel cercare di introdurre la cultura del riformismo socialista nel grande corpo del partito post-comunista, l’unico salvatosi (ma non certo a caso), e ritrovatasi ad assumere un ruolo e una responsabilità più grande di lui. Una battaglia nobile, quella di Formica, per quanto destinata a fallire. A parte alcuni esponenti del Pds e dei Ds, peraltro via via sempre più marginali, come gli ex miglioristi, il resto dell’ex partito comunista non avrà infatti alcun interesse né politico né ideologico a raccogliere gli inviti di Formica.

La stessa «Cosa 2», il passaggio dal Pds ai Ds, che avrebbe dovuto siglare, nelle intenzioni e nei desiderata di qualcuno, la trasformazione dell’ex Pci in un moderno partito socialista, è rimasta un’operazione di vertice e di facciata. Così come l’idea più importante e urgente lanciata da Formica, quella della messa in discussione della «ideologia costituzionale» e la conseguente proposta di un’Assemblea costituente, non verranno mai prese in seria considerazione dai post comunisti. I tentativi di riforma istituzionale, come quelli della bicamerale d’Alema, non solo si limiteranno a palliativi (che comunque, se fossero entrati nell’ordinamento, sarebbero stati utili) ma finiranno per essere perseguiti, tanto dai post comunisti quanto dal centro-destra berlusconiano, con un intento esclusivamente tattico: come posso mettere in difficoltà il mio avversario esterno (il polo alternativo al mio) e l’avversario interno (l’ulivismo per d’Alema, Fini per Berlusconi)? Ma di tattica si può morire e di tattica di fatto sono morte, ancor prima di nascere, le riforme istituzionali della Seconda repubblica e la sequela di leggi elettorali, una peggiore dell’altra.

Nel «manifesto laico-socialista», promosso all’inizio del nuovo secolo da Formica, v’è un passaggio di una lucidità senza speranze: la forma partito, non solo la macchina da integrazione di massa ma anche quello «leggero» e di «opinione» «è in affanno ed in esaurimento: le sue regole ci hanno consegnato dei corpi chiusi e impenetrabili: le sue tavole dei valori hanno prodotto un forte senso dell’appartenenza a danno del rispetto dei doveri verso la comunità nazionale; la circolazione delle élite si è bloccata dinanzi ai processi di selezione e di scelte secondo i rituali di promozione e di cooptazione per fedeltà». Sono parole del luglio 2002: ma chi non se la sentirebbe di sottoscriverle oggi?

Assai importante è anche un’altra intuizione di Formica dello stesso periodo: la convinzione che «la ricostruzione del riformismo socialista non può avvenire in Italia senza la ricongiunzione di due polarità politico-ideali, quali la Chiesa e il socialismo riformista» che «possono e devono avere una parte importante nella ricostruzione della stabilità politica del paese». Sono idee che porteranno, tempo dopo, alla nascita del Partito democratico «sintesi dei riformismi».

A parte che nel Pd il gruppo dirigente metterà di nuovo in un angolo il contributo del riformismo laico-socialista, ricordato, e pure di rado, solo per finalità biecamente elettoralistche, è lo stesso nuovo partito a nascere sfibrato, viziato da una polarizzazione interna, da linee di frattura inconciliabili che attraversano il gruppo dirigente ben al di là della vecchie appartenenze. Il Pd inoltre non intende rompere quello che Formica chiama «l’anello debole della catena consociativa-organicistica che ancora avviluppa la democrazia italiana», cioè riformare quelle «parti della Carta costituzionale che racchiudono la visione organica e partitocratica che ha alimentato e continua ad alimentare le culture politiche e di governo». Al contrario, di questa catena consociativo-organicistica il Pd si fa il principale garante, così come si fa testimone di quella che Formica definisce «l’Italia dei sinonimi, l’Italia delle ambiguità linguistiche e dei confusionismi concettuali», che, nella crisi del sistema politica della Seconda Repubblica già visibile con le elezioni del 2006, prevale «sull’Italia dei contrari, sull’Italia dei limpidi conflitti democratici e sull’Italia dei realistici progetti di alternativa».

Neppure nell’emergenza, l’ennesima, apertasi nel 2011 e palesatesi appieno con le elezioni del 2013, la classe politica, e in particolare quella del Pd, intende affrontare la questione della revisione radicale della Costituzione. Esemplare è lo scambio di opinioni, di cui tratta diffusamente Ceglie nel testo, tra Formica, che propone la revisione totale della Carta, anche nella prima parte, anzi soprattutto nella prima parte, e il presidente Napolitano, appena rieletto, per il quale invece le cause dei malfunzionamenti non stanno nella Costituzione ma solo in uno «squilibrato rapporto tra legislativo ed esecutivo» che rende «inefficiente il circuito governo-Parlamento» fino a determinare una «grave deriva», «quasi una paralisi» del sistema. Per rimediare a questo guasto basterebbe, per il presidente, il «superamento del bicameralismo perfetto » e la «revisione dei Regolamenti parlamentari ».

La prima modifica, quella del bicameralismo perfetto, è stato l’obiettivo più importante della riforma predisposta dal Parlamento, su spinta del governo guidato da Matteo Renzi, che però Formica giudica in termini assai negativi: egli è stato uno dei tanti oppositori alla riforma e, nel variegato fronte del No, uno dei più lucidi e dei più coerenti. Resta il fatto che, boccata con il 60% la proposta di riforma costituzionale, è assai improbabile che qualcuno, in un futuro prossimo, si avventuri in revisioni anche minime. E, nel momento in cui scriviamo, il paese si appresta a affrontare una campagna elettorale senza una vera e organica legge elettorale, come un’auto impazzita a fari spenti contro un muro.

Per cercare, se non di frenare la corsa almeno di rendere meno disastroso l’urto, sarà ancora più importante leggere le riflessioni di Formica racchiuse in questo libro – settant’anni di pensiero politico – e quelle che, da parte sua, nell’immediato futuro sicuramente non mancheranno.


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