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martedì 2 Giugno 2020

E se domani, e sottolineo il se... La televisione ed il servizio pubblico al tempo della civiltà digitale

La televisione ed il servizio pubblico al tempo della civiltà digitale

Era l’alba del regime fascista. L’8 marzo 1923 il governo Mussolini con il Regio Decreto n.1067 stabilisce che l’esercizio di comunicazione per mezzo di onde elettromagnetiche è riservato alla Stato. Un atto decisivo per il futuro della Radio e poi della Televisione: con quel decreto si stabilì infatti che la comunicazione ai cittadini era di proprietà pubblica, come una spiaggia di cui lo Stato si riserva la proprietà.

Per esercitare questa funzione era necessaria una azienda a cui affidare il servizio: nasce l’EIAR, la nuova radio che già all’inizio degli anni ‘30 si era data una struttura efficiente e funzionale ma soprattutto aveva una produzione che incontrava il favore del pubblico. Non era un’azienda del regime, ma nel regime, nel senso di essere politicamente regimentata senza per questo perdere la sua dimensione di impresa: ciò ebbe notevole importanza nelle vicende successive alla fine del regime fascista.

Quando la Repubblica diventa la nuova identità dello Stato due principi si sono affermati:

  • primo, il progresso tecnologico, che aveva reso possibile la comunicazione via etere, ha generato la radio, un formidabile strumento di aggregazione del consenso;
  • secondo, il potere politico, prima e dopo la guerra, aveva deciso di servirsi di quello strumento.

1944 nasce la RAI

Sulle ceneri della vecchia EIAR nasce la RAI, costituita nel 1944, a cui vengono conferiti, con una nuova concessione, gli stessi mezzi tecnici della vecchia azienda. Al comando rimane lo stesso gruppo dirigente. La “rivoluzione” avviene con la direzione generale di Ettore Bernabei, un giovane giornalista di stretta fede democristiana, che apre una fase nuova nella vita del servizio pubblico: i vecchi aziendalisti vennero sostituiti da un management espressione del mondo cattolico, mentre cresceva l’importanza della testata giornalistica al fine della aggregazione del consenso politico. Il grande merito di Bernabei fu quello di una programmazione insieme popolare e di grande qualità, ma soprattutto fu capace di promuovere una crescita della cultura democratica ed una reale unità linguistica nella società nazionale.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 225 del 1974 dichiarò le leggi che sancivano il monopolio radio televisivo in contrasto con la garanzia costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 della costituzione). Il Parlamento ne prese atto ed emanò la legge numero 103, con cui il controllo della RAI passava dal Governo al Parlamento, con la istituzione della Commissione Parlamentare di indirizzo e vigilanza sui servizi radio-televisivi. Si trattò di una vera riforma del servizio radiotelevisivo che determinò una crescita dell’impresa Rai e una sua maggiore adesione alla nuova realtà del Paese. Non avvenne per caso che le reti televisive da due divennero tre, un modo per garantire la presenza all’interno dell’azienda delle tre grandi culture politiche presenti nel Paese: cattolici, socialisti, comunisti.

Si è molto detto e molto scritto a proposito della “lottizzazione” della RAI: si è troppo spesso tralasciato di considerare che essa segnò non solo la fine del monopolio democristiano ma che di fatto garantì il pluralismo politico nella gestione dell’emittente radiotelevisiva di Stato e nella sua informazione. Certamente lo strumento usato per perseguire questo fine non è stato esente da critiche, certamente il sistema non sempre ha premiato competenze e professionalità, certamente vi sono state contraddizioni ed errori, ma è altrettanto vero che, una volta che fosse dato per scontato il monopolio statale dell’etere, quel sistema non aveva alternative in un Paese democratico.

L’anno successivo, con la sentenza 202/76 della Corte Costituzionale, si apriva la stagione che fu chiamata delle “antenne libere”: la rottura del monopolio che diveniva concreta e dava il via libera alle trasmissioni radiotelevisive private anche se, al momento, in ambito locale, ma senza una normativa precisa. Si aprì così una fase di far west dell’etere: alla fine la partita la vinse la FININVEST di Silvio Berlusconi che, sulla scorta di quanto già avveniva negli Stati Uniti, inaugurò un nuovo modello di programmazione televisiva fatta di spot pubblicitari cuciti insieme da varietà e film.

L’avvento della TV privata e commerciale

Nessuno sembrò rendersi conto che il processo tecnologico, da un lato, e le pressioni e gli interessi geopolitici, dall’altro, avevano reso obsoleto lo schema difensivo apprestato con il monopolio pubblico della telecomunicazione: le televisioni private iniziarono trasmettendo, prima localmente, poi su tutto il territorio nazionale, attraverso la trasmissione contemporanea fatta con videocassette e, successivamente al famoso decreto Craxi, con la connessione per ponti radio delle sedi regionali. Poi arrivò il satellite e con questo la pay tv del magnate tedesco Leo Kirch. Il potere politico continuò a considerare immutabile il servizio pubblico delegato alla RAI, mentre il suo gruppo dirigente cercava di contrastare la concorrenza della tv commerciale scendendo sullo stesso terreno dei contenuti e della programmazione. Contemporaneamente assumevano sempre maggior potere i giornalisti e sempre più spazio una informazione che prescindeva dai telegiornali per diventare spettacolo: in questo spettacolo prendeva vita una figura nuova, il conduttore, che ben presto assunse le vesti di un Masaniello interprete e guida del malessere della “gente”.

Era di tutta chiarezza che il sistema di controllo e gestione istituito con la legge n.103 non rispondeva più alle mutate condizioni del mercato televisivo. La legge n.223 del 1990 (la cosiddetta legge Mammì) certificò il duopolio non riuscendo a legiferare, per motivi tutti politici, in merito al vero artefice dello sviluppo della televisione: la pubblicità, motore dell’industria audiovisiva e non solo.

Fu un grave errore: la RAI fu costretta a difendersi sul mercato pubblicitario dalle politiche aggressive della concorrenza mettendo da parte la sua funzione di servizio pubblico e rese sempre meno giustificato il pagamento del canone da parte degli utenti sostituendo al parametro della qualità della produzione quello della valenza di essa ai fini della raccolta pubblicitaria.

L’inchiesta Tangentopoli costrinse i partiti, ormai in piena crisi, ad abbandonare la RAI al suo destino. Agli amministratori lottizzati subentrarono personalità del mondo accademico, dell’editoria, della borghesia milanese: sembrò la situazione ideale per sottrarre l’azienda al controllo dei partiti e garantire una gestione non lottizzata.  Fu una stagione di breve durata: la “Rai dei professori”, come fu denominato il nuovo consiglio di amministrazione, non ebbe il tempo di trovare un modo diverso di governare l’azienda e con le elezioni del ’94 i professori furono congedati. Anche il nuovo assetto guidato dal presidente Letizia Moratti ebbe vita breve e quando l’Ulivo due anni dopo vinse la partita politica, la lottizzazione riprese in grande stile fino a che, con una nuova legge, si stabilì che, essendo la Rai di proprietà del ministero dell’economia, toccava al governo nominare i vertici dell’azienda.

Siamo ai giorni nostri: è trascorso quasi un secolo di storia patria ma, come in origine, la RAI ancora oggi non è un’azienda del regime, ma è nel regime. Si lottizza come e più di prima ma nessuno sembra più scandalizzarsi e se a qualcuno viene in mente di “denunciare” la presenza dei partiti nella gestione dell’azienda oppure la corporazione del “partito RAI” che si mette di traverso per impedire un cambiamento, tutto si risolve con qualche stanco dibattito nel chiuso delle stanze di Palazzo San Macuto. Così è capitato al progetto di Carlo Verdelli sull’informazione sospeso in corso d’opera (“con una certa brutalità” annota il suo autore) o succede al piano industriale del signor Salini, chiamato dal Movimento 5 Stelle al compito di amministratore delegato ma che non riesce a fare nemmeno la nomina di un direttore fino a quando due dirigenti dello stesso movimento non si mettono d’accordo.

Sembra che l’avvento della civiltà digitale abbia oscurato la RAI: non fa più notizia e salvo che ai commissari di Palazzo San Macuto non sembra interessare nessuno.

La RAI della seconda Repubblica

E’ scontato affermare che la televisione pubblica ha avuto un ruolo significativo nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica e nel diffondere i germi del populismo e dell’anti politica (basterà ricordare Samarcanda di Rai Tre): nello spazio lasciato libero dai vecchi partiti sono entrate forze politiche e gruppi antisistema. Cercano anch’essi il consenso e quindi occupano la RAI per utilizzarla come sempre per finalità politiche ma mostrano di non scorgere la differenza tra la propaganda, che tende ad amplificare e diffondere un messaggio e una informazione mirata ad ottenere il consenso. Linguaggio semplice – linguaggio complesso, sono la trasposizione televisiva della bivalenza democrazia governante-democrazia governata.

La crisi della democrazia rappresentativa è stata l’apoteosi del pifferaio magico che ben sa che nella televisione del terzo millennio, dotata di satelliti e reti internet, l’informazione formata dall’immagine prevale sul filtro della parola, il linguaggio delle immagini elaborate costruite o inventate, sul messaggio scritto. Ciò acquista oggi una particolare importanza in quanto nella nostra democrazia il rapporto tra elettore/eletto è profondamente diverso da quello del secolo scorso: il giudizio del cittadino sulla responsabilità politica del partito o di un singolo suo rappresentante può essere fatta valere in occasione dell’assunzione di qualunque decisione politica e non come avveniva un tempo al momento della sua elezione. La manipolazione dei fatti e la loro strumentalizzazione vengono usate come strumenti di persuasione. Il dibattito politico non si svolge più in Parlamento o nel confronto tra i partiti, ma negli studi televisivi dove prevalgono i talkshow che hanno come comune denominatore la rappresentazione del dibattito e la sua spettacolarizzazione più che un vero confronto tra opinioni diverse. Per questa strada, anche il vecchio, tradizionale talkshow si è trasformato in un'”Arena” fatta di urla ed insulti, con ospiti fissi che producono una semplificazione personalistica del pluralismo politico con una costruzione di personalità/immagine che necessitano della produzione più di slogan che di pensiero politico. Mentre diventa evidente un ribaltamento tra il ruolo del giornalista e quello del politico, con il giornalista il portatore dell’istanza “parziale” e il politico ridotto all’obbligo di una “traduzione orizzontale”.

L’invasione americana

Ci sono epoche in cui la storia non si ferma ed assume una velocità tale da cambiare la stessa struttura cognitiva degli uomini. Nel breve giro di pochi anni il servizio pubblico televisivo ha perso la sua spinta innovatrice e la propria identità fino al punto che il pubblico non avverte più alcuna differenza tra le reti RAI e quelle delle televisioni commerciali, nazionali o estere che siano. Non è un fatto nuovo: già nel passato qualcuno che di televisione se ne intendeva l’aveva fatto rilevare. “L’antagonismo tra pubblico e privato rischia di degenerare in una lite che già paghiamo come paese con drammatico ritardo in tutto il comparto telematico. Stiamo disputandoci il pallottoliere mentre in altri paesi si fa di conto con il personal computer” affermava Sergio Zavoli, Presidente della Rai, di fronte alla commissione parlamentare di vigilanza nell’anno 1983. Alcuni anni dopo, il 24 settembre 1996, di fronte alla stessa commissione il neo presidente della Rai, lo scrittore Enzo Siciliano, rivendicava il primato della Rai nel mercato televisivo nazionale e la organizzazione dell’azienda secondo le diverse linee editoriali delle tre reti, sulla base di una nuova lottizzazione figlia della cosiddetta “seconda repubblica”. In questo modo il messaggio di Zavoli trovò risposta in un ritorno al passato che denunciava una assoluta mancanza di idee e di progetti ma che nel generale disinteresse del problema da parte di una politica azzoppata dalla crisi dei partiti sembrò una soluzione accettabile. E’ potuto così accadere che negli ultimi venti anni l’azienda pubblica sia andata progressivamente svuotandosi di contenuti restando ancorata a vecchi modelli di palinsesto non più rispondenti alla domanda dei telespettatori che sempre più “costruiscono” un proprio palinsesto scegliendo nelle tante reti i prodotti più graditi. In questo contesto, mentre si alternavano al governo destra e sinistra, il mercato televisivo nazionale era invaso da cinque tra i più grandi gruppi editoriali americani: oltre a Comcast (il più grande operatore americano della televisione via cavo che si è aggiudicato la creatura di Rupert Murdoch (Sky) alla modica cifra di 30 miliardi di sterline) Viacom, Fox, Libertymedia, Hearst, per non parlare dei due nuovi protagonisti, Netflix e Amazon. E’ un nuovo mercato in cui la Rai è spinta ai margini mentre Mediaset cerca nuove alleanze fuori dai confini nazionali con l’obiettivo di creare una piattaforma europea di televisioni generaliste in grado di contenere le mire espansionistiche dei nuovi protagonisti dell’etere.

Sono i risultati del vuoto della politica, intesa come garanzia della “democrazia del pubblico”.

La crisi della funzione comunicativo-informativa del servizio pubblico, determinata dal “cambiamento di missione”, pone le basi di una crisi della stessa forma e natura della democrazia. Per questo è necessario per la Rai e per tutti i servizi pubblici radiotelevisivi, come afferma Sergio Bellucci nel suo ultimo libro L’Industria dei Sensi, il “tentativo di recuperare un laboratorio sperimentale di produzione televisiva. L’alterità tra modello commerciale e servizio pubblico, infatti, risiede non solo nel contenuto proposto, ma nella relazione promessa ed in quella prodotta. Occorre, cioè uscire dalla forma relazionale tra pubblico e offerta comunicativa, imposta da L’Industria di Sensi. Affrontare questa Transizione storica restando imbrigliati nel dibattito sulle norme e nelle prassi che presidiano il funzionamento dei vertici risulta oggi non solo miope ma quasi incomprensibile”.

La Rai, priva di un gruppo dirigente all’altezza della sfida, ha rinunciato a svolgere il suo ruolo: incapace di una strategia d’impresa diversa e non assumendosi la responsabilità di un progetto editoriale conforme alla sua funzione di servizio pubblico, finisce per mandare in onda prodotti ideati e distribuiti casualmente e certamente non in grado di competere con la concorrenza internazionale. Ciò ha contribuito in modo significativo, oltre che ad un impoverimento culturale e progettuale dell’azienda, alla crisi di valori della comunità nazionale di cui la RAI è sempre stata lo specchio.

La posta in gioco è la ricostruzione dell’identità della Rai. Il servizio pubblico televisivo può avere ancora una funzione ma deve cambiare in modo radicale il suo rapporto con l’offerta radiotelevisiva, generando una capacità ideativa e produttiva che, partendo da una diversa organizzazione aziendale, sappia guidare lo sviluppo dell’industria audiovisiva nazionale e con un nuovo contratto di servizio essere il polo di riferimento delle istituzioni e delle attività culturali e della diffusione dei suoi prodotti.

Un appuntamento mancato

All’inizio furono gli sceneggiati e poi le serie televisive, prima i telefilm poi la fiction targata Rai: ebbero un notevole successo perché attingevano copiosamente a codici di comportamento diffusi. Erano prodotti che davano risposta alle aspettative ed ai desideri del pubblico: la fiction di largo consumo popolare richiede precisi codici narrativi, la realtà italiana per essere raccontata non ha bisogno di occultare i suoi problemi e le sue contraddizioni. Fiction e informazione, era ed è la formula di successo delle televisioni in tutto il mondo.

Il modello della televisione commerciale, sviluppato negli USA dopo la crisi del ’29, ha prodotto una vera e propria “codifica” dei linguaggi e delle proposte comunicative e informative che si è imposta sulla realtà delle produzioni nazionali. Si è affermata, ripetiamo, quella che Sergio Bellucci chiama “L’Industria dei Sensi” e che ha prodotto, oltre ad una forte spinta al consumo di massa, la progressiva omologazione degli immaginari e quindi dei contenuti da proporre.

La funzione di servizio pubblico e il contratto di servizio avrebbero dovuto spostare il baricentro della RAI verso la produzione di un numero rilevante di prodotti seriali, da una parte diretti alla platea nazionale (con una narrazione disegnata sull’entità vera e reale della nostra società e non essere nascosta sotto la patina del conformismo che finisce per dare una rappresentazione “buonista” se non falsa della realtà sociale), dall’altra diretti al mercato internazionale sviluppando tutte le potenzialità delle coproduzioni con i servizi pubblici europei. Purtroppo nulla di questo è accaduto. 

Una etica nuova

La tv con il suo elevato livello di penetrazione e la particolare forza di gestione delle immagini pone problemi non solo politici per la capacità di aggregazione del consenso ma anche etici. I media in se stessi non sono eticamente né positivi né negativi, in quanto strumenti per la trasmissione di immagini o di testi attraverso il tempo e lo spazio: tuttavia quelle immagini e quei testi hanno una forte valenza etica.

Oggi la comunicazione ed i suoi strumenti sono divenuti parte di noi stessi ed è ciò che pone più di prima il problema delle garanzie, delle regole. Non è in discussione la maggiore libertà che l’uso dei media ha introdotto mettendoci a contatto con il mondo intero, con le diverse culture, le diverse lingue, le diverse storie, ma anche con la forza dei contenuti e dei messaggi che essi veicolano e che possono far crescere e sviluppare la personalità individuale e la comunità, evitando un regresso verso forme e comportamenti incentrati sulla violenza, sulla prevaricazione, sull’uomo oggetto e non persona che riporterebbero ai periodi più bui della storia. Il grande problema della violenza, dell’odio nella comunicazione non è tema che si possa lasciare all’autoregolamentazione e richiede interventi che ne impediscano il dilagare.

Il problema etico dei media vecchi e nuovi e dei valori veicolati è che essi non possono essere che quelli dell’uomo e dei suoi rapporti con il mondo che lo circonda, appartenente ad una comunità che ha la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura e che ha in essa le sue radici e la sua identità. Ciò non significa esclusività di quei valori: ma riconosciuta dignità di esistenza a tutti quelli di individui e gruppi aventi tradizioni storiche, culturali e religiose diverse dalle nostre. Valori forti ma anche rispetto di culture e tradizioni diverse, tutela dei diritti fondamentali della persona e di tutte le persone e quindi garanzia di pluralismo. Pensare di risolvere il problema dei limiti attraverso norme giuridiche che tendono a rendere assoluti valori relativi è estremamente pericoloso. Molto si può fare e si deve fare definendo in modo rigoroso le responsabilità del management che gestisce gli strumenti della comunicazione e quelli della comunicazione televisiva in primo luogo.

La Rai: la strada per la sopravvivenza

La responsabilità di quanto è accaduto e sta accadendo è un po’ di tutti e di nessuno, conseguenza com’è di un’ormai troppo lunga disattenzione al problema dei contenuti del servizio pubblico televisivo: per quanto possa sembrare paradossale anche la sua definizione è stata finora scarsamente approfondita.

La natura pubblica della Rai, impresa alla quale il sevizio è affidato, è sembrata garanzia sufficiente ai fini della corrispondenza alle esigenze pubbliche della programmazione. Il punto di snodo è stato individuato nella nomina del Consiglio di Amministrazione dell’azienda, demandata a soggetti pubblici in funzione della tutela degli interessi generali. Non ci si è resi conto che questa costruzione è meramente teorica e non priva di inconvenienti. Poteva funzionare in uno scenario largamente compromissorio, dove il pubblico era la conformità agli interessi politici prevalenti che esprimevano il Cda e ad una cultura televisiva che di quegli interessi, per convenzione e spesso per convenienza, era espressione. Oggi il servizio pubblico non può essere ancorato ad un quadro politico e culturale che non c’è più: deve corrispondere ed esprimere la complessa nuova realtà nazionale e le consonanze e le dissonanze esistente all’interno di essa.

Occorre una legislazione che vada oltre il governo della Rai: sono necessarie regole nuove per il sistema nel suo complesso, dal digitale alla pubblicità, dalla natura delle reti nazionali ai produttori/distributori internazionali e in questo contesto una nuova missione del servizio pubblico in grado di ridare legittimità al pagamento di una tassa per finanziare l’espletamento del servizio. Occorre una Rai che in quanto impresa di comunicazione multimediale abbia al suo interno sia reti di servizio finanziate esclusivamente dal canone (senza inserzioni pubblicitarie e fuori dal rilevamento dell’auditel) con una missione di servizio per il cittadino, sia reti generaliste finanziate dalla pubblicità, oltre a società collegate per le attività produttive e la distribuzione. Si tratta di riformare la Rai e di redigere un nuovo contratto tra essa e lo Stato in modo di garantire una vera riorganizzazione dell’offerta editoriale e una funzione di sostegno e promozione delle imprese audiovisive e delle istituzioni culturali.

E’ possibile tenere in vita la commissione parlamentare di vigilanza purché con compiti ben distinti da quelli oggi assegnati, privandola del controllo sulla gestione interna dell’azienda ed investendola da un lato come la Royal Commission di oltre manica di ruoli istruttori della mission assegnata ogni dieci anni e dall’altro di una visione strategica fondamentale di indirizzo che non riguardi solo la Rai ma sia estesa all’intero sistema delle comunicazioni televisive.

“Ma non è spaventosa la moria delle librerie, grandi e piccole, lo sterminio delle sale cinematografiche, i teatri che non possono andare avanti, l’asfissia delle orchestre, gli enti lirici che sopravvivono a stento, i musei grandi e piccoli che non possono permettersi mostre ambiziose per mancanza di fondi, i siti archeologici abbandonati a se stessi? Non è forse un’emergenza nazionale il patrimonio culturale che si deteriora?” Ha scritto Pierluigi Battista su il Corriere della Sera. La risposta non può più essere quella delle orribili tradizionali pratiche assistenziali delle sovvenzioni.

Lo Stato ha la proprietà della Rai: ne faccia il centro motore per lo sviluppo del patrimonio culturale nazionale con la missione di sostenerlo in tutte le sue espressioni anche legando la governance della società ai grandi centri culturali del Paese: se la Banca d’Italia è la banca delle banche, da esse posseduta, perché la Rai non può divenire qualcosa di analogo per la cultura del nostro Paese?

La meta finale deve essere una Rai che utilizza i duemilacinquecento milioni di euro di ricavi da canone e pubblicità per sostenere il cinema, il teatro, gli enti lirici, le imprese audiovisive, l’editoria, i siti archeologici, la conservazione del patrimonio storico ed artistico, attraverso la produzione e l’acquisto dei diritti di utilizzazione, erogando contributi a fondo perduto, assegnando premi di qualità ai produttori di cultura e alle organizzazioni culturali in un piano organico predisposto in base a rigidi standard di qualità, contemporaneamente mettendo la parola fine a tutte le attuali forme di sovvenzione.

Ciò potrà contribuire ad una forte innovazione dell’offerta televisiva, che riscopra la tv in quanto capacità di armonizzare generi, prodotti, intelligenze, una televisione dialettica che non ha bisogno né di santoni né di imbonitori, ma di manager con la patente come diceva Popper, una televisione austera ma non noiosa, una televisione che fotografi il mondo per interpretarlo.

E’ questo, se ben si riflette, il senso più autentico, perché aggiornato, del servizio pubblico che non può continuare ad essere inteso come obbligo della comunicazione istituzionale, o come messa in onda di trasmissioni celebrative, e neppure di varietà e film: troppo poco per giustificare il canone-tassa. Ricordiamoci che la RAI non è “un’azienda del regime, ma nel regime, nel senso di essere politicamente regimentata senza per questo perdere la sua dimensione di impresa” e che quindi i partiti politici sono chiamati a non interessarsi soltanto del colore delle poltrone, ma soprattutto dei suoi scopi e finalità.

Il tempo disponibile è molto limitato: già si staglia all’orizzonte il 6G, un sistema su scala mondiale ancora più rapido e di maggiore portata nella propagazione delle immagini. Nel 2025 l’ITU, la struttura dell’Onu a ciò preposta, procederà all’esame della distribuzione delle frequenze dei diversi Paesi, e nuovi interlocutori si affacceranno alla ribalta. I ripetitori televisivi, oggi un’arma forte della Rai, perderanno gran parte della loro importanza. Uno stesso programma televisivo potrà essere diffuso in molte lingue, come avviene del resto già oggi, superando la barriera linguistica della fruizione mondiale di un prodotto televisivo. E’ lo scenario prossimo venturo.

La Rai potrebbe essere il veicolo, con i suoi prodotti, della diffusione nel mondo della cultura, dei valori, della tradizione artistica e culturale italiana: è possibile che la cosa non interessi nessuno? 

Una nuova rubrica

Tra i molti dubbi che assillano la mia mente esattamente come la vostra in questi giorni una sola certezza credo di avere: quando torneremo alla vita di tutti i giorni, nulla sarà come prima. Stiamo affrontando una sfida che è riduttivo chiamarla organizzativa, è una sfida filosofica, è la visione del mondo che cambierà e sulla quale ci sarà da costruire il nuovo. “E se domani… e sottolineo “se” è una nuova rubrica che è aperta ai contributi di intellettuali, scienziati, artisti, uomini di cultura di tutta Europa. Seguiteci e mandate le vostre impressioni che pubblicheremo periodicamente con l’intendo di costruire una antologia delle idee.

Giampaolo Sodano

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