Pacelli: Una piattaforma politica e una proposta per i blogger

Un codice etico per i blogger può essere uno strumento di educazione democratica e di crescita sociale e politica del nostro Paese.

L’uso (ed in alcuni casi l’abuso) di Internet hanno riproposto problemi che sembravano, se non superati, quanto meno circoscritti a fattispecie tutto sommato marginali: la libertà di opinione e di comunicazione, uno dei grandi temi delle libertà individuali, conquistata dopo lunghe battaglie durate dalla fine del 19º secolo alla metà del secolo successivo, torna nuovamente in discussione, anche se in termini diversi da quelli del secolo scorso.

La questione

Dopo la rivoluzione francese, la nascita della democrazia rappresentativa, l’affermazione dei diritti dell’uomo e del cittadino come premessa di una civile convivenza sono state altrettanti momenti di uno scontro spesso durissimo: basti ricordare a questo proposito la prassi, durata a lungo in Italia, del sequestro preventivo dei giornali contenenti critiche nei confronti del potere costituito. Cattolici, repubblicani e socialisti di quei tempi, se si levassero dalle loro tombe, potrebbero fornire utili indicazioni in materia.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’emanazione della Carta di San Francisco sui diritti di libertà sembrò chiudere definitivamente (almeno in Europa, dove come scriveva Alexis de Tocqueville nell’800, “la tirannide è un fatto antico”) un capitolo della storia europea: i nuovi Stati democratici sancirono la libertà di opinione e di comunicazione del pensiero nelle loro Carte Costituzionali e, seppure con qualche incertezza (in Italia fu necessario l’intervento della corte costituzionale per far venir meno l’efficacia di alcune norme del testo unico della legge di pubblica sicurezza), quelle libertà restarono un fatto acquisito.

La questione tornò di attualità con le cosiddette “radio libere”, quando il progresso tecnologico consentì una larga diffusione della radiofonia: poche attrezzature furono sufficienti per diffondere nell’etere, anche se in un perimetro circoscritto, opinioni, notizie, critiche, al sistema. Fu un’azione di disturbo di un assetto politico, che in taluni casi si tendeva a distruggere: chi non ricorda durante la seconda guerra mondiale le trasmissioni di radio Londra con le sue verità contrapposte a quelle di un nemico che si intendeva vincere anche sul piano della guerra psicologica?

Anche le radio libere, dopo un periodo di assestamento malgrado alcuni punti critici (in Italia “Radio città futura”, che con un comunicato mattutino sembrò ad alcuni si anticipasse il rapimento moro il giorno stesso in cui avveniva) fu trovato un punto di equilibrio. Lo Stato rinunciò al monopolio dell’etere (dove esso, come in Italia, esisteva) e le emittenti radiofoniche non pubbliche si diedero un codice di comportamento che ne ridusse il numero, ciò che giocò (e gioca) a favore della loro immagine sia a proposito delle notizie date che delle opinioni espresse.

L’esperienza della radiofonia è molto importante: emerse infatti chiaro che alla seconda metà del XXº secolo si trattava non più di conquistare la libertà di opinione e quella di comunicazione del pensiero e, una volta ottenute, di difenderle, ma di gestire quelle manifestazioni della libertà individuale in modo da evitare gli abusi, non più strumento per la presenza in una (necessaria) dialettica nella società, ma di aggressione morale (anche attraverso notizie inventate di sana pianta) di singoli o di gruppi sociali assunti apoditticamente come avversari.

L’esperienza della radiofonia e Internet

blogger

Quanto avvenuto a proposito della radiofonia andava richiamata per l’attualità di quella esperienza nel dibattito che si va sempre più estendendo circa l’uso di Internet. Non c’è dubbio infatti che esistano importanti analogie tra la comunicazione radiofonica e quella di Internet, non solo perché entrambe prescindono dalla cartolarità e dall’immagine, ma soprattutto in quanto a ben vedere la comunicazione Internet è una comunicazione via radio che trasmette anche immagini e non solo suoni. Altra cosa è invece la televisione, che richiede strutture molto più complesse per trasmettere (e ancor prima per predisporre) una sequenza di immagini da lanciare nell’etere in uno spazio più o meno orograficamente limitato.

È possibile, partendo da queste somiglianze e le discordanze, elaborare criteri di massima per la gestione della libertà dell’etere in Internet come è già avvenuto per le trasmissioni radiofoniche e televisive e, ancora prima per le pubblicazioni cartacee?

Il perseguimento del fine non è semplice, data anche l’ormai avvenuta globalizzazione del problema: tanto vale però fare alcuni tentativi, primo fra tutti quello di individuare un codice etico, simile a quello esistente per la carta stampata e di fatto per la radio e la televisione, con adesione libera e accettazione di alcuni obblighi fondamentali, primi fra tutti la rinuncia al rilancio di notizie non documentate (o che non lo sono sufficientemente) al linguaggio calunnioso ed offensivo, alla espressione di opinioni senza alcuna motivazione. La adesione a questi obblighi liberamente contratti potrebbe portare alla individuazione in Internet della conformità al codice etico del comportamento di chi ha lanciato un messaggio, mentre la trasgressione degli obblighi stessi potrebbe condurre alla esplicita menzione pure in Internet di quanto avvenuto, selezionando in tal modo nel tempo le fonti credibili da quelle che tali non sono (né forse aspirano ad esserlo). Ciò anche in quanto è da prevedere che via via andrà crescendo la presenza in internet degli interlocutori seri mentre saranno via via marginalizzati coloro che non lo sono, così come già avviene per la pornografia, la truffa bancaria, l’estorsione, figure di reato oggi purtroppo difficilmente perseguibili penalmente se commessi attraverso internet.

Democrazia, società civile, social, blogger

Le considerazioni fin qui svolte necessitano di talune precisazioni: tracciare i confini della libertà, qualunque ne sia l’oggetto, non è semplice ed è questione che va vista nel contesto politico e sociale. In un sistema democratico nessuno può, a propria discrezione, stabilire quali opinioni, quali notizie, quali considerazioni possono essere diffuse o meno attraverso Internet. Al tempo stesso nessuno potrebbe apoditticamente affermare che in Internet possa trovare spazio qualunque opinione, notizia, o considerazione senza alcun limite: la dilatazione estrema dello spazio di libertà è in realtà negazione di essa in quanto apre la strada ad una corsa a contrasti senza fine tra individui e alla lotta per la prevalenza di uno o di un gruppo sull’altro, per condizionarne la libertà. Alterum non laedere et suum quique tribuere, (non ferire anche moralmente gli altri e rispettare il proprio prossimo) sono regole che, almeno in Europa valgono da più di 2000 anni e sono ancora oggi i presupposti della democrazia, che è dialogo, discussione, contrasto ma anche rispetto delle regole che lo rendono possibile per la ricerca di una soluzione che realizzi il massimo di consenso. Il massimo del consenso, non l’unanimità: il paradosso, solo apparente della democrazia è che, come rilevava Norberto Bobbio, quando si vota tutti i votanti sono sullo stesso piano, ma quando i votati debbono assumere decisioni, il voto degli appartenenti alla maggioranza hanno un valore superiore a quelli di chi si oppone. È proprio questa necessità di mediazione e di sintesi che non consente la rinuncia alla rappresentanza politica. Una decisione che scaturisca dalle scelte in seguito a votazioni effettuate su Internet non ha nulla a che vedere con un sistema democratico: quella votazione sarà utilissima per conoscere le istanze presenti nel gruppo sociale e per valutare i suoi orientamenti su problemi che lo riguardano, ma non per una decisione che può scaturire solo da un confronto tra portatori di istanze diverse, quali sono i rappresentanti politici. La democrazia diretta è stata e resta una astrazione che ha trovato parziale applicazione solo nella piccola Svizzera che ha scelto la democrazia referendaria in quanto unica strada che consente da molti secoli, la convivenza tra popolazioni diverse (italiani, tedeschi, francesi) in un sistema di autonomie cantonali molto spinte e applicabili solo in un contesto territoriale a popolazione molto limitata.

Esclusa la possibilità di individuare in Internet l’alternativa alla democrazia rappresentativa resta da individuare quali possono essere i limiti alla utilizzazione di Internet, nel più generale quadro della gestione della libertà di manifestazione del pensiero, che è alla base di ogni regime democratico.

I social trovano quei limiti nelle istanze di cui sono espressione e nella responsabilità di chi presiede alla gestione di ciascuno di essi. Ogni social è una realtà, una lobby, così come lo è un giornale cartaceo: può essere più o meno chiaro il fine perseguito in un sistema socioeconomico in cui non sempre è facile avere chiaro il gioco delle parti, ma certo è che un messaggio viene lanciato e che una finalità viene chiaramente perseguita. Gli spazi di libertà ed i limiti relativi deì social sono quelli stessi che, in forme anche diverse, valgono per qualsiasi strumento di comunicazione del pensiero: il problema è il rapporto tra social da una parte e movimenti dall’altra ed è problema aperto cui occorrerà seguire attentamente gli sviluppi.

Altra e diversa questione è quella dei blogger, una utilizzazione di Internet riguardo alla quale esiste attualmente quell’anarchia che è degenerazione della libertà e presupposto per la sua sostanziale negazione. E’ a proposito dei blogger che si impone la necessità di un codice etico e di una riconoscibilità di chi lo viola a prescindere da qualsiasi regola in nome di una pseudo libertà che è in realtà abuso di essa.

Il codice etico, liberamente accettato, costituisce anche una garanzia contro l’adozione di misure restrittive argomentate dalla necessità di reprimere gli abusi ma in realtà, come l’esperienza dei regimi autoritari ha dimostrato in passato, strumenti repressivi della libertà di opinione e di comunicazione del pensiero.

È vero che la soluzione proposta può essere ritenuta limitata, data la ormai avvenuta globalizzazione dell’accesso ad Internet, ma è anche vero che un rimedio contro gli abusi nella società internazionale o addirittura mondiale appare, allo stato attuale, ancora molto lontana.
Forse è opportuno iniziare con piccoli passi: anche un codice etico per i blogger può essere uno strumento di educazione democratica e di crescita sociale e politica del nostro Paese.


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Mario Pacelli
Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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