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lunedì 25 Gennaio 2021

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12 gambe 12 (si potrà ancora dire?)

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Nell’avanspettacolo c’erano le nostre più profonde radici culturali

Inizio anni ‘50, in un cinema di Roma. Una soubrette in due pezzi circondata da ballerine con lo stesso costume si esibisce in un numero di danza; subito dopo il comico, con una giacca vistosa, infila battute per lo più a doppio senso in un dialogo con la spalla e un paio di ragazze vistose; poi altri sketch (spesso tratti da “canovacci” tradizionali: la Sposa e la Cavalla, il Dentista e la Casa di Appuntamenti), un cantante molto tradizionale e gran finale con passerella nella quale il comico fa sfilare le ragazze in “puntino” (un cache-sex e due copricapezzoli di strass).

Questa è, per dirla con il mio amato Borges della Storia universale dell’infamia, “la storia particolareggiata e totale”… dell’avanspettacolo. 

Tutto comincia negli anni ’30. Il fascismo aveva intuito l’importanza del cinema per intervenire nell’immaginario collettivo e pensò di dare interessanti incentivi alle sale di teatro che accompagnassero i film; infatti la gente cominciava a scoprire il cinema, ma il grande pubblico continuava a prediligere il varietà. E per più di una ragione: oltre ad essere più simile al teatro (considerato intrattenimento “alto”), la rivista era più libera negli sketch e nel (ridottissimo) abbigliamento delle soubrette rispetto al censuratissimo cinematografo. 

Fu così che attori già affermati nel teatro leggero si organizzarono per mettere in scena delle riviste che erano seguite da un “filmo”, come il regime pretese fosse chiamato. Tra loro, Totò, i tre De Filippo, Vittorio De Sica, Umberto Melnati, Fausto Tomei, Pina Renzi, i fratelli Maggio e, a seguire, i Bonos, i De Rege, Tina Pica, Aldo Fabrizi, Erminio Macario, Carlo Dapporto, Carlo Campanini, Tino Scotti, Billi e Riva e i fratelli Carotenuto. Le compagnie si presentavano con la tradizionale formula ‐ scenette, fine dicitore o cantante e balletto ‐ alle platee di tutta Italia. La politica era poco frequente negli sketch se non con un generico qualunquismo, che è sempre stato il fondo del nostro pensiero popolare; faceva eccezione Angelo Cecchelin, intelligente attore triestino, cultore della tradizione popolare della sua terra ma ricordato soprattutto per le sue battute non eccelse ma coraggiosamente anti‐fasciste e per le quali ebbe vari e pesanti guai giudiziari.

L’avanspettacolo fu anche una grande palestra di attori: dalle tavole di quei palcoscenici si sono, in varie epoche, formate le nuove stelle: Renato Rascel, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Gino Bramieri, Walter Chiari. E tra le donne, oltre alla mitica Wanda Osiris, Anna Magnani, Lea Padovani, Lauretta Masiero, Marisa Merlini e Isa Barzizza.

La tradizione teatrale italiana – anche quella colta ‐ è fortemente legata alla comicità popolare. Sin dai tempi della Commedia dell’Arte, i nostri comici, con le loro farse piene di allusioni sessuali e di stratagemmi per mettere insieme un pasto, venivano accolti nelle piazze e nelle corti d’Europa con grande successo (non a caso Shakespeare li cita nelle sue opere e ambienta in Italia molte delle sue commedie). 

Anche il cinema italiano – che ha avuto il suo massimo fulgore e riconoscimento nel mondo nel periodo d’oro della commedia all’italiana, quando i grandi sceneggiatori degli anni ’50 e ’60, Age e Scarpelli, Scola, Sonego, Suso Cecchi d’Amico  insegnavano al mondo quella che Eduardo chiamò “L’arte della commedia” (e la tradizione è arrivata fino all’ Oscar de “La vita è bella “e al Nobel di Dario Fo) – deve moltissimo all’avanspettacolo sia per quanto riguarda gli attori che nella formazione degli autori, molti di loro, infatti, avevano scoperto la propria vocazione nelle platee delle riviste ma, soprattutto, si erano fatti le ossa  recitando o scrivendo per quei palcoscenici.

Fino agli anni ’40 si producevano compagnie di grande livello con capocomici e soubrette famosi e piccole compagnie destinate alle sale minori ecosì per il duo comico poteva essere formato dai bravissimi  De Sica e Scandurra o dai fratelli De Rege ma anche di improvvisati intrattenitori con testi messi insieme alla meglio e le ballerine potevano essere le belle e perfette Bluebell o semplicemente procaci e volenterose ragazzotte, che si muovevano alla meglio sul palco, esibendo gambe –“12 gambe 12!” prometteva l’invitante manifesto) talora vistosamente poco lavate (le camerette a ore a poco prezzo, dove la compagnia pernottava, non offrivano grandi servizi).   

L’avanspettacolo non ebbe interruzioni durante la guerra (il film Polvere di stelle di Sordi ne rappresenta documentata testimonianza) e dagli anni ’50 i protagonisti del vecchio glorioso genere diventarono divi della commedia musicale e del cinema, anche d’autore (basti citare il Rascel de Il Cappotto, il Fabrizi di Roma città aperta, il Totò di Dov’è la libertà e quasi tutto il cinema del dopoguerra di Anna Magnani). 

Il genere continuò a vivere grazie agli ultimi epigoni‐ compagnie più modeste di “scavalcamontagne” e, nell’immaginario collettivo, l’avanspettacolo è proprio quello povero ed eroico degli anni ’50 e ’60, che avrà i suoi mini‐divi quali Elio Crovetto, Fanfulla, Derio Pino e Grazia Cori, Vici De Roll, Aldo Tarantino, Alberto Sorrentino, Dino Valdi, Riccardo Miniggio – sarà poi il Ric di Ric e Gian– Valdemaro, i Brutos, Trottolino, Gennarino Vollaro, fino all’ultimo comico nato da un concorso popolare Enzo La Torre. 

Di questo gruppo pochi hanno fatto fortuna come Franchi e Ingrassia, Lino Banfi e, in parte, Nino Terzo. Molti di questi attori si rifacevamo ai comici della grande rivista che imitavano apertamente: Dino Valdi riproduceva le movenze da marionetta snodata di Totò e in questa veste fu anche interprete di uno sketch nel film Bellezze in bicicletta (del resto anche Totò aveva appreso quelle mosse dal suo primo capocomico, De Marchi); Vici De Roll ricordava assai Macario; Derio Pino e Grazia Cori si rifacevano alla coppia Carlo Dapporto ed  Elena  Giusti. Questo a riprova del fatto che l’avanspettacolo del dopoguerra aveva la miracolosa funzione di dare ad un pubblico popolare la consolatoria illusione di essere in un vero e grande teatro di rivista.

Intanto, alcuni divi dell’avanspettacolo sono diventati attori importanti e celebrati (Anna Magnani diventa un’icona del neorealismo del dopo guerra, Totò miete successi stellari così come Sordi e Tognazzi saranno due dei celebratissimi “mostri” della commedia all’italiana). 

Il teatro “serio” ha spesso dedicato grande e rispettosa attenzione al genere;  la scena napoletana, innanzitutto – dai De Filippo a Viviani, da Pietro de Vico a Nino Taranto – ha avuto sensibili e celebrati attori ed autori di drammi e commedie fondamentali, così come i fratelli Giuffrè e De Simone con la sua Compagnia di Nuovo Canto Popolare non hanno mai smesso di rifarsi alla grande tradizione del varieté partenopeo (De Simone, peraltro, nella prima messa in scena de “La cantata dei pastori” ha voluto inserire Trottolino). Dal genere ha spesso tratto ispirazione il geniale Attilio Corsini, così come Antonio Calenda – con “Na sera ‘e Maggio” con i tre superstiti della grande famiglia di attori popolari (Beniamino, Pupella e Rosalia) e “Cinecittà” con Pietro De Vico, Anna Campori, Rosalia Maggio e Dino Valdi – ha raccontato con grande sensibilità i sogni e le dolorose realtà di quel mondo.

La battuta un po’ spinta e le ballerine con un due pezzi che oggi considereremmo castigatissimo, erano per quei tempi il massimo di trasgressione consentito; basti ricordare come alcune sale di avanspettacolo fossero regolarmente visitate dalle forze dell’ordine (a Roma l’Alahambra, La Fenice e il Volturno vedevano spesso la presenza di occhiuti agenti della Buoncostume) per impedire che le soubrette fingessero un incidente e lasciassero cadere il reggiseno, come qualcuna usava fare. 

Il pubblico era costituito prevalentemente da militari e cameriere in libera uscita, e il film che segue il varietà è un titolo minore già ampiamente sfruttato nelle altre sale. Gli spettatori si godono quel po’ di trasgressione – le ragazze in due pezzi, le battute allusive – che la censura cinematografica e, successivamente, televisiva non consentiva.

Quel piccolo, spesso misero mondo era anche capace di grandezze e di generosità che (diciamolo) sono assai più rare nel patinato ambiente del grande spettacolo. Valgano due esempi: Franchi e Ingrassia (soprattutto quest’ultimo) arrivati al successo non dimenticarono le proprie origini e – oltre ad andare a salutare i loro colleghi nei camerini dei teatri romani – li portavano a recitare nei loro film; Gennarino Vollaro – grandissimo comico napoletano (così bravo da potersi permettere, negli omofobi anni’50, dei finali, esplicitamente gay, nei quali lanciava fiori, cantando: ”Con le rose e con le viole vi saluta Gennarino”) – a fine carriera divenne direttore dello storico teatro Volturno di Roma e, in quella veste, organizzò un costoso spettacolo con al centro l’ormai vecchio e malandato Fanfulla addirittura senza il film (segno di massimo rispetto) per ripagare l’ottimo comico, che, stando alla leggenda, un famoso comico romano, quando il giovane Fanfulla appariva come un potenziale rivale , aveva tacciato di iettatura. Fu – lo ricordo ancora – un trionfo!

Negli anni ’60 la televisione inizia a sciogliere le briglie: ai mutandoni delle Kessler si erano sostituiti costumi più adeguati al genere e il pubblico non aveva più bisogno di andare al teatrino di quartiere per vedere un paio di cosce. L’avanspettacolo tentò così un colpo di coda trasformandosi in spettacolo di spogliarello. Le vecchie compagnie, dopo qualche giro in teatrini di provincia, si sciolsero e qualche comico si dovette riciclare quale presentatore di strip‐tease facendo brevi e mal‐sopportati siparietti. Le ballerine furono sostituite da professioniste, spesso francesi, del genere. 

Sorprendentemente però il pubblico sembrava a disagio nel vedere queste belle donne completamente nude: si era perso quell’affettuoso ammiccamento che era la linfa del vecchio avanspettacolo. Il genere comincia allora una nuova vita al cinema, perché mano a mano che la televisione cominciava ad allentare le difese censorie, i film si muovevano più in avanti. Basti pensare al successo di un piccolo film come Pierino contro tutti, che ha segnato il trionfo di Alvaro Vitali e che era semplicemente un insieme di barzellette “sporche” sceneggiate, quali in televisione non era dato vedere.

Il cinema di Luciano e Sergio Martino ereditò in pieno la sapidità popolare dell’avanspettacolo, intanto usandone alcuni interpreti: Lino Banfi (il migliore fra tutti) ma anche Enzo Andronico, Nino Terzo, Jimmy il Fenomeno. Le ballerine scosciate furono sostituite da Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Nadia Cassini nude sotto la doccia, ma il concetto è rimasto lo stesso e affonda nella farsa antica e nella commedia dell’arte: un povero cristo vuole andare a letto con la bonona ma la cosa non gli riesce e oltretutto viene severamente punito. Parliamo comunque di un cinema di grande dignità artigianale: non a caso Quentin Tarantino ha più volte dichiarato di aver tratto forte ispirazione da quel cinema, anche se per la verità si è rivolto più alle parallele produzioni de genere action e thriller.

Il cinema che si è, spesso, occupato di avanspettacolo: da Luci del varietà di Lattuada – Fellini (lui era stato anche gag‐man di Fabrizi), a Vita da cani di Monicelli – Steno, a Ci troviamo in galleria di Mauro Bolognini, a Il ratto delle Sabine di Mario Bonnard,) fino a Polvere di stelle di Alberto Sordi e Ginger e Fred di Federico Fellini Alcuni di questi titoli sono rimasti nella storia del cinema ma, qui, mi piace ricordare due film di Luciano Salce: Basta guardarla, commedia nata per celebrare Maria Grazia Buccella, amatissima da Vittorio Cecchi Gori, con un ottimo cast: Carlo Giuffrè, Mariangela Melato, Pippo Franco, Riccardo Garrone e soprattutto Salce stesso e Franca Valeri, nei ruoli dei due attempati capocomici Farfarello e Pola Prima e Vieni avanti cretino! un collage di sketches tratti dai canovacci del genere e che vede tra i comprimari uno strepitoso Alfonso Tomas nella sua gag dei tic che, in qualche modo, anticipa il gramelot di Fo.

Mi piace pensare sia nostro compito preservare – anche dai potenziali strali degli impiegatucci del politicamente corretto (par di sentirli: erano maschilisti, omofobi, qualunquisti: vade retro!) questa parte della cultura italiana, fatta di stracci, miserie, genialità ed irriverenza, nella quale ancora ci riconosciamo e siamo stati ammirati ed imitati nel mondo. Nelle (12) gambe (12) – non sempre pulitissime – delle ballerine c’era una dignità e una profondità che tanta cultura alta non conoscerà mai.

Filmografia:

  • Teresa Venerdì (1941) di Vittorio De Sica
  • Partenza ore 7 (1946) di Mario Mattoli
  • Dove sta Zazà (1947) di Giorgio Simonelli
  • I pompieri di Viggiù (1949) di Mario Mattoli
  • Maracatumba…ma non è una rumba (1949) di Enzo Lozzi
  • I cadetti di Guascogna (1950) di Mario Mattoli
  • Vita da cani (1950) di Steno e Mario Monicelli
  • Luci del varietà (1950) di Federico Fellini e Alberto Lattuada
  • Bellezze in bicicletta (1951) di Carlo Campogalliani
  • Canzoni di mezzo secolo (1952) di Domenico Paolella
  • Viva la rivista (1953) di Enzo Trapani
  • Canzoni, canzoni, canzoni (1953) di Domenico Paolella
  • Ci vediamo in Galleria (1953) di Mauro Bolognini
  • Un americano a Roma (1954) di Steno
  • Gran Varietà (1954) di Domenico Paolella
  • Accadde al Commissariato (1954) di Giorgio Simonelli
  • Un amore a Roma (1960) di Dino Risi
  • Il mattatore (1960) di Dino Risi
  • Gli attendenti (1961) di Giorgio Bianchi
  • Basta guardarla (1970) di Luciano Salce
  • Roma (1972) di Federico Fellini
  • Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi
  • Primo amore (1978) di Dino Risi
  • I nuovi mostri (1977) di Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola (ep. Elogio funebre, regia di Scola)
  • Vieni avanti cretino (1982) di Luciano Salce
  • Ginger e Fred (1985) di Federico Fellini





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