Dagli Appunti di Gianni De Michelis (2012)

  • Come è cambiata la configurazione del mondo: dal G7/G8 al G20 e ai BRICS.
  • Come è cambiato il paradigma: da un mondo asimmetrico dove una minoranza di società umane (l’Occidente nella fase storica finale) dominavano e sfruttavano sia gli umani che le risorse naturali del resto del pianeta (culminato nella divisione del mondo negli imperi coloniali e poi continuato con lo sfruttamento nel dopoguerra del cosiddetto Terzo Mondo o Paesi in via di sviluppo) a un mondo diventato irreversibilmente multipolare con nuove regole per la competizione globale.
  • Il fattore scatenante del cambiamento: la fine dell’equilibrio bipolare del mondo caratteristico della Guerra Fredda e l’incapacità da parte dei vincitori (l’Occidente) di fornire tempestivamente una governance in grado di consentire una trasformazione ordinata.
  • La causa principale di questa incapacità: il prevalere nella fase finale della Guerra Fredda in Occidente della logica finanziaria rispetto all’economia reale, favorito dall’ideologia liberistica alla Reagan e alla Thatcher e alla conseguente prevalenza della cosiddetta deregulation, che alla lunga ha indebolito la logica politica, che per definizione significa fissazione di regole e di istituzioni capaci di farle rispettare, ed ha invertito la logica prevalsa nei decenni precedenti in Europa, ma anche negli USA, verso una maggiore distribuzione della ricchezza e una piena occupazione tipica del welfare state.
  • Le cause profonde del cambiamento sono rappresentate dalle dinamiche demografiche (aumento differenziato tra le varie regioni del pianeta, invecchiamento anche esso differenziato, urbanizzazione, fenomeni migratori) e dalle conseguenze per la sostenibilità dei meccanismi di welfare (soprattutto previdenza e sanità); dalle innovazioni tecnologiche (soprattutto in materia di comunicazione e di information technology; leggi internet e nuovi media, telefonia cellulare e televisione satellitare) e dall’aumento della scolarità e dei livelli di educazione, soprattutto femminili.
  • La crisi è la conseguenza dell’incapacità della comunità internazionale di riuscire a delineare i connotati di un nuovo ordine mondiale, che tenesse conto dei fattori di cambiamento e fornisse dei meccanismi di governance adeguati che ovviamente non potevano essere rappresentati dalla sostituzione dalla precedente logica bipolare ad una logica unipolare (fosse essa dell’intero Occidente – G7/G8 – o dei soli Stati Uniti).
  • Vedi l’illusione dei tentativi di Fukuyama ma anche di Huntington di cercare semplicisticamente di fornire delle logiche di uscita.
  • Non a caso la crisi è esplosa (per la prima volta) nel cuore dell’ultima superpotenza rimasta (sia l’11 Settembre 2001 a livello geostrategico; sia il 16 Settembre 2008 col fallimento Lehman a livello della sovrastruttura finanziaria).
  • L’ultima fase della crisi, quella che dal 2010 ha investito soprattutto l’Europa, è la conseguenza di un particolare aspetto della deregulation e cioè l’incapacità dell’élite europea di dare seguito al mandato implicito nel Trattato di Maastricht e cioè di far procedere l’integrazione politica dell’Unione Europea, rendendo tra l’altro possibile di dotare l’euro di una vera e propria Banca Centrale in grado di fungere, nel caso fosse necessario, da prestatore di ultima istanza.
  • Come reagire
  • Sinteticamente bisogna che la politica riprenda il sopravvento ricreando l’equilibrio tra la logica di mercato e la necessità di una regolamentazione intelligente che renda possibile la competizione, applicando in modo compiuto la lezione di Adam Smith (che ha parlato sia della mano invisibile del mercato ma anche della mano visibile dei governi), come sembrano aver capito di più i governanti cinesi.
  • Ciò vorrà dire ristabilire la giusta gerarchia tra economia reale ed economia finanziaria fissando le proporzioni giuste tra i due aspetti dell’attività economica ovviamente nella direzione dello stabilire delle regole adeguate per l’economia finanziaria, ridimensionandone il livello (ormai dell’ordine dei quadrilioni di dollari), cosa che tra l’altro è alla base della divaricazione insopportabile dei livelli di ricchezza, riportando al centro della logica economica l’uomo, nella sua dimensione di lavoratore produttore.
  • La responsabilità della deriva finanziaria è soprattutto della sinistra democratica e riformista che nel passato ventennio ha abdicato al suo ruolo di forza innovatrice oscillando tra la conservazione impossibile di un modello ormai superato e la subalternità ai nuovi demoni della finanza e ora ha l’occasione di ritrovare un ruolo centrale se saprà riflettere sulle ragioni del cambiamento e sulle risposte per far uscire il mondo dalla crisi, sfuggendo alla tenaglia rappresentata da un lato dalla tecnocrazia soprattutto finanziaria, dall’altro dal populismo e dal massimalismo irrazionale di cui l’opinione pubblica rischia di rimanere affascinata.
  • Come uscire dalla crisi
  • Occorre una nuova declinazione della ricetta keynesiana, ovviamente basata sul riequilibrio tra economia reale (e quindi lavoro) e finanziaria tenendo conto del cambiamento della configurazione del mondo tra gli anni ‘30 e gli anni ‘10 di questo secolo.
  • Sotto questo profilo sarà decisiva una scelta dell’Unione Europea nella direzione di assumere come centrale l’obiettivo della crescita e quindi della competitività dell’economia Europea, subordinando le scelte nella direzione dell’austerità come funzionali al rafforzamento degli investimenti e al tempo stesso creando le condizioni per la crescita dei consumi interni.
  • Quindi sarà cruciale una scelta dell’Europa nella direzione di decidere di mettere a disposizione risorse comunitarie in misura adeguata sottoforma di project bond a livello europeo, soprattutto nella direzione delle infrastrutture transeuropee e transmediterranee e dei progetti di ricerca pura ed applicata.
  • Poi ovviamente vi è un volet di misure da adottare a livello nazionale, contemporaneamente nella direzione delle riforme di struttura, volte ad aumentare la competitività del sistema economico e sociale (riforma fiscale, riforma del mondo del lavoro, liberalizzazioni soprattutto nel settore energetico, riforma del sistema di welfare, miglioramenti del settore nell’educazione secondaria e terziaria), e dell’individuazione di quelli che possiamo chiamare i fattori competitivi oggettivi di ogni Paese che dipendono soprattutto dalla geografia, dalla storia o dal patrimonio di risorse umane e materiali tipico di ogni Paese.
  • Nel caso dell’Italia le risorse naturali sono scarse a parte le risorse ambientali e paesaggistiche e quindi bisognerà concentrarsi nella direzione delle potenzialità logistiche (geografia), del patrimonio artistico ed ambientale (turismo) e delle caratteristiche del nostro patrimonio umano (disponibilità per DNA culturale a un fattore destinato a diventare sempre più importante e cioè la creatività).
  • Questo mix di politiche che potremmo chiamare industriali e di politiche di riforme, ci dovrebbero permettere di collegare il breve periodo con quello a medio-lungo termine, individuando un sentiero per la fuoriuscita dalla crisi.
  • Ovviamente la priorità negli investimenti dovrebbe essere data alla realizzazione di quelle condizioni tali da consentire lo sfruttamento dei nostri vantaggi competitivi oggettivi e al tempo stesso dovremmo indirizzare gli sforzi prevalenti nella direzione delle esportazioni, nel soddisfacimento della domanda generata nelle aree vicine (Balcani, Est Europa, Mediterraneo, Medio Oriente e Golfo), adottando una politica che privilegi la prossimità, il che non esclude ma anzi esalta le possibilità delle aziende in grado di affrontare la competizione a livello globale.
  • In quale direzione cambiare il sistema politico.
  • Vi è ormai una consapevolezza del fatto che il bipolarismo, in salsa italiana, non ha funzionato, rendendo sì possibile l’alternanza e la scelta di uno schieramento vincente ma di fatto creando le condizioni per l’ingovernabilità.
  • Quindi occorre creare le condizioni per una ristrutturazione del panorama politico italiano in una direzione, per così dire, realmente europea, garantendo una dialettica tra posizioni di sinistra e moderate, ma al tempo stesso consentendo la formazione di schieramenti più omogenei e più adatti alla situazione di ciascun Paese.
  • La legge elettorale da adottare sarà decisiva per favorire o sfavorire tale processo e ovviamente la nostra preferenza va in direzione di una legge elettorale alla tedesca con preferenza e con sbarramento al 4%.
  • Così come continuiamo a pensare che nella prossima legislatura dovrebbe continuare a funzionare una sorta di Grosse Koalition in grado di affrontare, vincendo le resistenze corporative e massimaliste di destra e/o di sinistra, le irrinunciabili riforme di struttura necessarie al fine del rilancio dell’economia e della società italiana.
  • Da ultimo, quali riforme istituzionali
  • Abbiamo lasciato volutamente per ultimo il problema delle riforme istituzionali, e quindi costituzionali, per la semplice ragione che le scelte non possono essere fatte in astratto come se si trattasse un dibattito tra Professori di Diritto Costituzionale o di Scienze Politiche, ma devono essere conseguenti e coerenti al sistema di scelte che abbiamo cercato di delineare più sopra.
  • Comunque la cosa più importante è che la scelta preliminare, a cui dovranno essere riportate anche le scelte da compiere in Italia, è quella che dovrà essere compiuta a livello europeo per superare l’impasse attuale e procedere nella direzione di più Europa ed ovviamente più Europa politica, visto che sempre di più nel futuro prossimo le scelte decisive saranno compiute a Bruxelles e non a Roma.
  • Quindi dovremmo essere in maniera decisa a favore di un trasferimento di sovranità verso il livello Europeo (evolution) e quindi questo renderà obiettivamente necessario, ai fini di evitare un deficit democratico, l’avvicinamento ai cittadini di una quota delle decisioni che li riguarderanno (devolution) e quindi questo farà sì che la priorità, a livello costituzionale, sarà rappresentata dal completamento della riforma federale, ovviamente con una chiara scelta delle competenze da riservare al livello nazionale, in attesa di un trasferimento al livello europeo (energia e nodi logistici).
  • Quindi anche dal punto di vista costituzionale il modello di riferimento dovrebbe essere quello tedesco, più che quello francese, ovviamente nella direzione di un rafforzamento del ruolo dell’esecutivo, sempre nel quadro di un modello parlamentare.
Gianni De Michelis
Gianni De Michelis

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