Garibaldi arriva a New York

Il 30 luglio 1850 il New York Tribune pubblicò una notizia che mise a rumore la città. Diceva: “Questa mattina è giunta da Liverpool la nave Waterloo con a bordo Garibaldi, l’uomo di fama mondiale, l’eroe di Montevideo e difensore di Roma”. Giuseppe Garibaldi aveva 43 anni. Era un personaggio leggendario osannato in tutto il mondo. L’arrivo a New York da esule elettrizzò i fuorusciti italiani ma anche i patrioti tedeschi, francesi, ungheresi, polacchi. I red republicans, come li chiamavano in America.

La nave Waterloo approdò nella baia di New York alle 10 del mattino. Il generale vide sventolare nel porto la bandiera americana accanto al tricolore. Ma stava male, l’artrite lo aveva quasi paralizzato, e non fu in grado di parlare con nessuno. Lo seguiva il maggiore Paolo Bovi Campeggi, un bolognese che gli era stato accanto durante la difesa di Roma e ci aveva rimesso la mano destra. Alloggiò al Pavilion Hotel, dove fu assistito dal medico Valentine Mott, un americano che aveva combattuto a Palermo durante i moti del 1848.

Ma gli italiani volevano passare una sera col generale. I patrioti che avevano alimentato i moti del 1821 e del 1831 si erano rifugiati a New York. Il più illustre era Felice Foresti, di Ferrara, che aveva marcito per 15 anni nello Spielberg. E fu lui a promuovere un comitato per i festeggiamenti. Il gruppo comprendeva Antonio Meucci, futuro inventore del telefono, giunto a New York con una compagnia dell’opera. In quel periodo l’opera, introdotta dal librettista e avventuriero veneziano Lorenzo Da Ponte, aveva enorme successo a New York.

Garibaldi e Meucci
Giuseppe Garibaldi e Antonio Meucci

La festa venne fissata per il 10 agosto all’Astor House. Ma Garibaldi annunciò con una lettera che disertava il banchetto perché stava ancora male. La lettera suscitò molta impressione. Il direttore dell’Evening Post, William Cullen Bryant, vi colse l’immagine di un uomo eccezionale, degno di figurare fra i ritratti dei “grandi uomini tracciati da Plutarco”.

Quando guarì, Garibaldi accettò di trasferirsi in casa del commerciante Michele Pastacaldi. Aveva preso in simpatia Meucci, il quale gli confidò che era stufo della città e aveva voglia di un posticino tranquillo dove impiantare un laboratorio per le sue invenzioni. Proprio quello che desiderava Garibaldi. A loro si accodò il maggiore Bovi Campeggi. E infine si aggiunse Lorenzo Salvi, un tenore che guadagnava somme favolose ed era “il cocco delle belle donne di New York”. Il suo amico impresario Max Maretzek aveva preso in affitto un cottage a Clifton sull’isola di Staten Island. Fu felice di cederlo all’eroe e ai suoi amici. Tutti insieme si trasferirono a Staten Island ai primi di ottobre del 1850.

La convivenza a Staten Island

Staten Island era un luogo di vacanza per i newyorchesi. Il villino di Clifton, che oggi è la sede del Museo Garibaldi Meucci, era una casa bianca di legno in mezzo agli alberi, con due larghe stanze al pianterreno e quattro al primo piano. Garibaldi occupò la camera all’estremo angolo nordest. C’era un letto in ferro con tre materassi, un portacatino e pochi altri oggetti, appartenuti all’impresario Maretzek che ne aveva fatto omaggio. Di suo Garibaldi aggiunse un corno di cervo appeso alla parete. Lo portava per proteggersi dalla jettatura. E piazzò nel salotto un trespolo con un pappagallo al quale aveva insegnato a urlare: “Viva l’Italia. Fuori lo straniero”.

Nella quiete di Staten Island Garibaldi cominciò a scrivere le sue memorie. Quando non scriveva andava a pesca. Lui e Meucci comprarono una barca, la dipinsero coi tre colori della bandiera italiana e la chiamarono “Ugo Bassi”, in onore del prete patriota che nel 1849 aveva seguito Garibaldi nella ritirata da Roma ed era finito fucilato dagli austriaci. Anche la caccia era una vecchia passione del generale. S’inoltrava da solo tra le foreste di Dongan Hills e nei prati di Great Kills in cerca di selvaggina. Usciva col fucile in spalla e un pezzo di pane e formaggio in tasca. Una volta, lo fermarono i poliziotti: il giorno prima era scaduto il periodo di caccia e lui non lo sapeva. Gli agenti furono comprensivi.

A parte gli svaghi il generale doveva risolvere il problema del pane quotidiano. Perciò quando Meucci gli annunciò l’intenzione di avviare una produzione di salami fu felice di partecipare all’impresa. In una piccola baracca cominciarono a insaccare salsicce. Da buon bolognese, il maggiore Bovi Campeggi era esperto in materia. Il generale, armato di coltello, doveva staccare la carne dagli ossi e tagliuzzarla. Un giorno, nella foga, si diede una coltellata su un dito mozzandosi una parte di polpastrello che finì in mezzo alla carne. Gli altri si misero a rovistare affannosamente alla ricerca del polpastrello. Lui, col dito sanguinante, scrollò le spalle e disse: “Lasciate stare, s’impasterà con le salsicce e mangeremo salami repubblicani”.

L’impresa delle salsicce non ebbe fortuna e fu abbandonata. Di nuovo si presentò per Garibaldi il problema di trovare una fonte di guadagno. Un suo amico, Francesco Carpanetto, aveva cercato di raccogliere fondi per costruire un bastimento e affidarne a lui il comando. Il progetto era fallito. Allora il generale ripose di nuovo le sue speranze in Meucci, che lui chiamava “Capitan Buontempo” ed anche “il mio principale”. Il “Capitan Buontempo” aveva lavorato a una delle sue invenzioni, trovando la formula per creare candele steariche di paraffina. E aveva intenzione di produrle.

Trasformarono la baracca delle salsicce in una fabbrica di candele. Garibaldi immergeva lo stoppino nel sego. Avezzana fu incaricato di piazzare la merce. Offrirono l’occasione di guadagnarsi qualche dollaro ad altri esuli, fra cui Giovanni Morosini, che aveva la fronte sfregiata da una baionetta austriaca. Un giorno, a Venezia, Morosini aveva salvato la vita a un giovane turista americano aggredito dai banditi. Fu la sua fortuna, perché quel giovane era il figlio di Jay Gould, speculatore e titolare di società ferroviarie. In seguito, Morosini divenne segretario di Gould, poi suo socio, e infine grande banchiere.

Garibaldi e Meucci
Garibaldi-Meucci Museum

Garibaldi visse a Staten Island dall’ottobre del 1850 all’aprile del 1851, quando raggiunse il Perù. Fece rotta verso la Cina e l’Australia. Poi tornò a New York. Passò un altro periodo a Staten Island con Meucci, Foresti, Avezzana e il colonnello inglese Hugh Forbes, un altro dei fedeli che lo avevano seguito nella ritirata da Roma, nel ’49. Il 12 gennaio 1854 lasciò per sempre gli Stati Uniti. Regalò a Meucci la camicia rossa che aveva indossato durante e dopo la campagna di Roma. Gli lasciò anche un pugnale e un cammeo che recavano incisa la sua immagine, un suo ritratto a grandezza naturale, un paio di pistole, e uno specchio davanti al quale dava una puntatina alla sua barba bionda. Tutti oggetti si trovano nel cottage di Staten Island diventato Museo.


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Marco Nese
Marco Nese è giornalista del «Corriere della Sera». Ha collaborato con Raiuno ed è autore di libri fra cui: Nel segno della mafia (Rizzoli), Parola d’ordine: Roma uno (Rizzoli), La russa (Rizzoli), La Piovra (1 -2-3-4, Eri/Mondadori, tradotti in 12 lingue), Come sopravvivere ad un figlio (Ediget). Far West (Rai Eri) e Gli eletti di Dio (Editori Riuniti).

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