In evidenza La grammatica istituzionale dell’emergenza democratica

La grammatica istituzionale dell’emergenza democratica

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Siamo finiti sul profilo Instagram di Naomi Campbell. Una compilation di video che immortalano amministratori locali, tutti meridionali, mentre in forme e modalità diverse cercano di persuadere e spingere all’auto-reclusione i loro concittadini. Ribelli, anarchici, meridionali e quindi incapaci di comprendere il pericolo generale.

Peccato che la celebre icona abbia pubblicato quei video come monito ai suoi – non meno anarchici -connazionali di Florida e California. Peccato che anche la teutonica Germania abbia faticato a far rispettare le cosiddette norme di distanziamento sociale, mentre le ultime settimane hanno rivelato tutta la scelleratezza di strategie comunicative che, da Milano a Bologna, invitavano le prospere economie del nord a non fermarsi. È chiaro, quindi, che non è un problema di antropologia culturale: nessuno era pronto a cedere pezzi significativi delle proprie libertà individuali, a tutela di un non meglio comprensibile interesse generale.

Quello che invece risulta peculiare e – a tratti inquietante – è la nuova grammatica istituzionale che questa crisi sta scrivendo, con una netta inversione di tendenza rispetto al recente ribellismo.

Il primo a essere finito alla ribalta è stato il presidente dell’Anci, nonché sindaco di Bari, Antonio De Caro. Nei primissimi giorni dopo l’entrata in vigore del decreto “io resto a casa”, in rete ha spopolato il video che lo ritraeva in giro per il capoluogo pugliese a stanare i baresi stesi al sole di un’inattesa e prematura vacanza di primavera. Senza eccedere nella volgarità, ha costruito una sorta di spot della disperazione la cui utilità, a parte un gretto sforzo demagogico, è ancora oggetto di oscuri esercizi esegetici. Quello che sta riscuotendo il maggior successo è, però, il cabaret del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Dalle bufale sulle mascherine sequestrategli dalla protezione civile, ai lanciafiamme in dotazione ai carabinieri per vietare le feste di laurea, i suoi tentativi di terrorizzare gli indisciplinati campani, si sono trasformati in una clamorosa parodia. Con relativi emuli.

Può un sindaco, come quello di Avellino, definire i suoi concittadini – suoi potenziali elettori meno di un anno fa – delinquenti da prendere a calci? Evidentemente no. E per quanto più pacati, non destano meno perplessità i toni di Luca Zaia quando proclama l’insubordinazione alle line guida dell’Organizzazione mondiale della sanità dichiarando che, lui, “il signor oms” non lo ha mai visto sul campo. Un tassello che si aggiunge all’irrisione e all’insofferenza generali per un sistema internazionale nel quale, pur con tutti i suoi limiti, siamo costretti a muoverci. Anche per garantirci la sopravvivenza.

La situazione ci è evidentemente sfuggita di mano. L’emergenza ha fatto saltare anche gli ultimi argini alla decenza, tenuti in piedi dall’ordinaria vigilanza sull’operato delle istituzioni. Tanti piccoli monarchi e dittatori hanno impugnato lo scettro dei propri canali di comunicazione diretta, dando libero sfogo a una concezione proprietaria del potere e della cosa pubblica. Dei bulletti da bar trasposti nelle istituzioni dello Stato che stanno esprimendo tutta la propria inadeguatezza, legittimati dal caos e dall’isteria generale.

I meridionali hanno preso ad attaccare in maniera virulenta i loro stessi figli che tentano il ritorno a casa, presi dalla paura di un futuro incerto per sé e gli affetti. Hanno cominciato a offendere quanti si sono potuti “permettere” l’esodo verso nord i quali, pur avendo alle spalle studi e lavori prestigiosi, sono degli stolti, incapaci di capire che con la propria condotta stanno minando la sopravvivenza stessa del Mezzogiorno. È lecito ipotizzare che molti di questi analisti, trascorrevano le proprie giornate a inveire contro i piemontesi che avevano sottratto loro il futuro, denunciando la ferita dell’emigrazione e dello spopolamento. Sudditi (neo)borbonici che oggi non esitano a chiedere la militarizzazione delle strade delle proprie città, senza capire – è chiaro – il grave pericolo di compressione delle nostre libertà democratiche. Non ora che al governo abbiamo, tutto sommato, un bonario docente di diritto tanto impacciato quanto moderato. Ma domani, quanto la rabbia che sta covando sotto la cenere della paura si riverserà nelle urne. Ma i meridionali non sono soli. In realtà “progredite” come Bologna, la gente ha preso a inveire dai balconi contro gli sventurati padroni di cani da portare a spasso, ai quali viene rabbiosamente augurato di finire nella conta delle vittime del virus.

È la grammatica dell’emergenza che sta stanando il virus antidemocratico di cui già prima della pandemia erano infette le nostre stesse istituzioni. E la società (in)civile della rabbia e del disimpegno.






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