Al netto di una sensazione del “si, ma” che a tratti questo libro mi ha dato e che mi contraddistingue, Mel Robbins ci mostra come non dobbiamo aggiustare il mondo.
C’è un momento preciso in cui capisci che la tua stanchezza non viene da quello che fai, ma da quello che cerchi di controllare.
Ho letto “Lasciare andare” con una strana sensazione addosso. Come quando ti togli un paio di scarpe troppo strette dopo una giornata intera di cammino.
Mel Robbins non ti chiede di diventare indifferente.
Ti chiede di smettere di essere il regista di un film in cui gli attori non seguono il copione.
Ecco cosa rimane sul “fondo della tazza”:
– l’ansia del soccorritore: siamo dipendenti dall’idea di dover “salvare” gli altri dalle loro cattive decisioni. Robbins ci dice: “Lasciali fare”. Se vogliono sbagliare, lasciali fare. È il loro viaggio, non il tuo fardello;
– il paradosso del controllo: più cerchiamo di influenzare l’opinione degli altri, più perdiamo potere su noi stessi. La sua “regola” è un bisturi: taglia via l’inutile per lasciare spazio all’essenziale (e in questo è simile al pensiero di altre persone
– oltre la superficie: a prima vista sembra un consiglio cinico. In realtà è l’atto d’amore più alto: restituire agli altri la responsabilità della loro vita. E a noi la nostra libertà.
Ogni aneddoto della Robbins ti fa venire in mente una persona, una situazione, un nodo in gola che non riuscivi a sciogliere. È un libro che non si legge per imparare, ma per disimparare a preoccuparsi per ciò che non ci appartiene.
Non è un manuale di psicologia astratta.
È un libretto d’istruzioni per smettere di farsi il sangue amaro.




