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giovedì 6 Maggio 2021

In evidenza L’epidemia e il nuovo darwinismo sociale

L’epidemia e il nuovo darwinismo sociale

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“Molte famiglie perderanno i loro cari”. Il darwinismo sociale prefigurato dal premier britannico, Boris Johnson, aggiunge argomenti al tema sollevato su queste colonne da Alberto Benzoni. È lecito immaginare che la pandemia da Covid-19 ci porrà dinanzi alla sfida di definire un nuovo ordine economico e politico globale.

I termini dello scontro vanno già prefigurandosi nelle scelte politiche che i singoli Stati stanno compiendo dinanzi all’emergenza. Mentre l’Italia si ferma per tutelare le parti più esposte  della sua popolazione (che non corrispondono necessariamente a quelle più produttive), il modello anglosassone antepone il business a ogni altro interesse, foss’anche la salute dei cittadini che quel business dovrebbero alimentarlo. Analogamente alla posizione espressa da Christine Lagarde, che ha trasposto alla Bce la logica degli anni al FMI, la politica del primo ministro della Brexit incarna un iper-capitalismo assolutizzante. Una visione economica capace di asservire al profitto qualunque azione individuale e collettiva e di cui il progresso scientifico e tecnologico non sono che un puro strumento. Senza alcuna declinazione in chiave di utilità sociale.

Darwinismo e capitalismo
Darwinismo e capitalismo. Foto di Gordon Johnson da Pixabay

Nel 2015, Bill Gates metteva in guardia dal rischio di un’epidemia globale, ben più imminente del pericolo di una guerra nucleare. Secondo il padre di Microsoft, la diffusione drammatica di ebola in Africa avrebbe dovuto indicare al mondo la vera priorità politica: investire in medici e ricerca piuttosto che in armi e eserciti. Anzi: le due forze (medici e militari) avrebbero dovuto imparare a coordinarsi. Maggiore equità nell’accesso alle cure come presupposto per preservare il benessere globale. Una visione della progressione della scienza e della ricerca molto lontana dalla realtà attuale. Non solo le condizioni sanitarie di interi (sub)contenenti continuano a essere estremamente precarie, ma negli stessi Paesi cosiddetti sviluppati il quadro non è rassicurante. Almeno in linea di principio.

Il sistema sanitario statunitense assiste solo chi ne ha le facoltà economiche e Trump ha dichiarato lo stato di emergenza senza nessuna convinzione. Il Regno Unito, dal canto suo, ipotizza di introdurre leggi speciali che prevedono la detenzione per le persone infette dal nuovo coronavirus. La stessa Germania ha lasciato facoltà ai Lander di decidere la risposta all’emergenza. In questa partita gioca molto l’antropologia culturale e il rapporto che ciascuna cultura ha con la violenza. Paesi più avvezzi a dinamiche sociali violente o particolarmente competitive e discriminanti, tendono a sviluppare una reazione più vicina al darwinismo sociale o aggressiva. Hanno suscitato scalpore le immagini delle fosse comuni iraniane in cui riversare le vittime dell’epidemia, al pari della notizia del tentato rogo a una clinica di Bandar Abbas, sempre in Iran, in cui si sospettava la presenza di contagiati.

Su un piano diverso, la debolezza strutturale del nostro sistema sanitario nazionale – seppur con significative differenze da regione a regione – è non meno indicativa di indirizzi di politiche pubbliche che hanno sacrificato il welfare (sanità, ricerca, cultura, istruzione) a un capitalismo che trova il suo simbolo più potente nella nuova classe operaia dei riders e i fattorini e le partite iva senza tutele. Men che meno ora.

In questi giorni di reclusione nazionale, si vocifera di una rivalutazione del ruolo del governo centrale contro le (inefficaci) autonomie regionali ed è un gran parlare del virtuosismo italico. Si dimentica però di dire che alla stessa Italia della gratitudine espressa dai balconi è servita l’imposizione dello stato di polizia per contenere – nemmeno troppo – il contagio. E siamo ancora in attesa di capire quale sarà lo scenario nel Mezzogiorno.

Si discute di modifiche significative alle nostre abitudini quotidiane. Modifiche destinate a cambiare il volto del Paese in maniera definitiva. Un Paese migliore, più unito, più umano. Proprio come dopo i terremoti, le alluvioni, i ponti che crollano. Si parla di nuovi modelli di lavoro. Non si racconta però di quanti giorni di ferie stia costando ai lavoratori il cosiddetto “smart working”: non sono pochi i casi in cui il telelavoro viene equiparato a ore di permesso per ridurre le perdite aziendali. Non si riflette sul livello di potenziale alienazione che può comportare un periodo prolungato di contatto col mondo filtrato in maniera esclusiva dallo schermo di un pc o di uno smartphone. Né si tiene conto del fatto che questa “nuova Italia” continuerà a muoversi nello stesso sistema internazionale che si sta muovendo in ordine sparso dinanzi all’emergenza. Con il rischio di un diffuso contagio di ritorno tale da vanificare l’enorme sforzo in corso.

È vero: la sfida di domani potrebbe essere quella di costruire un nuovo ordine. E sullo scacchiere nord-atlantico i termini del conflitto a venire vanno profilando sin da ora. Da un lato, l’umanesimo dell’Italia cattolica e della dottrina sociale, dall’altro il pragmatismo del protestantesimo anglo-sassone. Quando ci troveremo ai nastri di partenza del post-crisi, bisognerà però fare i conti con il grado di debolezza determinato da un periodo più o meno prolungato di rallentamento dell’attività economica. A quel punto, bisognerà misurare gli effetti prodotti da questo darwinismo sociale sulle scelte pubbliche dei nostri competitori più aggressivi.

Magari questo diffuso e incontrollato confronto con la morte, ci riconsegnerà davvero un mondo in cui la vita vale più del business. Un mondo che non prende a bastonate i profughi in fuga dalla guerra e immagina che investire in ricerca sia più importante che finanziare spietati signori della guerra.

Ma sono bastati settant’anni per farci dimenticare l’orrore del secondo conflitto mondiale e dei genocidi che lo hanno insanguinato.






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