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lunedì 25 Gennaio 2021

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Nominalismi: liquidità o reddito?

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Per designare ciò che manca alle aziende in conseguenza del lock up per la pandemia si è diffuso sui giornali ed i talk televisivi il termine “liquidità”, ignoto ai più sino a pochi mesi orsono.

“Liquidità” vuol dire denaro disponibile subito, non importa se di proprietà o preso a prestito; e qui sta l’inghippo. Perché le imprese, non potendo far tornare il tempo all’indietro, non recupereranno mai il fatturato perduto per la pandemia; come faranno allora a restituire i prestiti? già faticavano prima a stare in equilibrio economico, a fronte della concorrenza internazionale… Caricarsi di nuovi debiti, da ripagare prima o poi, più che un aiuto sarebbe un nuovo danno. Pèso el tacòn del buso, direbbero le aziende del Veneto.

Anche da un punto di vista formale, nei bilanci aziendali peggiorerebbe il debt-to-equity, il rapporto tra debiti e capitale, rendendo più difficile ottenere finanziamenti futuri; anche quei finanziamenti che fossero necessari per sostenere nuovi sviluppi di mercato da parte delle aziende migliori; e si ridurrebbe il valore dell’impresa in caso di cessione (il cosiddetto equity value, che – come noto – si ottiene dall’enterprise value sottraendo i debiti).

In sostanza: la liquidità di oggi che venisse alle aziende da nuovi debiti sarebbe un avvelenamento a termine. Come se, dopo aver aiutato a rialzarsi un atleta che è caduto in gara, lo si ricacciasse in pista con un sacco in spalla.

Quando sui media si parla di “liquidità” concessa alle aziende immaginate pure che ci sia sotto una deformazione in “politichese”. Invece, il termine esatto per definire ciò che manca alle aziende é “reddito”, o “ricavo”, o “fatturato”, quei soldi in proprietà da spendere in modo normale per coprire i costi, in particolare per pagare fornitori e dipendenti, senza dover puntare su inaffidabili aspettative per il futuro.

Al di là dei nominalismi, dalle notizie internazionali si capisce che Germania e Usa (personalizzando: Merkel e Trump) danno alle loro aziende soldi veri, in proprietà, non da restituire, cioè forniscono “reddito”. A pagare quei soldi é la collettività, quindi è lo Stato che accende per sé i debiti: in futuro, a dover rimborsare saranno i contribuenti, non le aziende che hanno ricevuti i soldi.

Al di là dei nominalismi, bisogna avere chiaro che se si vogliono salvare le capacità produttive del nostro Paese si devono dare alle nostre aziende soldi veri, cioè “reddito”, non debiti aggiuntivi, sapendo che dovremo restituirli a livello Paese, a meno di drammatici collettivi “default”. Non siamo la Germania, ma per sopravvivere servono le stesse ricette. E bisogna dare i soldi senza ritardi, perché le spese aziendali (compresi i salari) vanno pagate in tempo reale, con grande chiarezza di norme, senza burocratiche procedure, rendendo difficile alla mafia o alla camorra di “metterci sopra le mani” e chiedendo alle imprese di fare uso corretto del denaro (un uso scorretto sarebbe da verificare, ed eventualmente punire, a posteriori).

Ricordo che negli USA lo Stato normalmente rimborsa alle società in perdita le tasse sui profitti che hanno pagato negli anni precedenti, un aiuto storicamente efficacissimo per le crisi aziendali del passato, sia in termini reali e sia sul piano psicologico per l’imprenditore. Questa sarebbe davvero una soluzione seria: rimborsare alle imprese in difficoltà quanto hanno pagato allo Stato negli anni passati (tasse o imposte dirette e indirette, compresi quei balzelli eufemisticamente chiamati “oneri sociali” o quell’obbrobrio di “tassa sull’occupazione” che è l’IRAP).

Sarebbe una soluzione eticamente sostenibile (hai dato risorse alla collettività quando potevi, la collettività te le restituisce ora che ne tu hai bisogno), di semplice e rapida applicazione, su cui sarebbe difficile costruire truffe.   






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