Il governo francese ha richiamato l’ambasciatore a Roma Christian Masset. Motivazione ufficiale: “consultazioni”. Non succedeva dal 1940, da quando André François-Poncet dovette lasciare Palazzo Farnese per tornare in patria dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia. E non esistono precedenti tra paesi europei da quando esiste l’Ue. La decisione è stata presa in seguito «agli attacchi senza precedenti del governo italiano», secondo quanto riferisce il Quai d’Orsay. La decisione è arrivata dopo settimane di tensioni tra i due paesi provocati dai contrasti sull’immigrazione e sui controlli alle frontiere, sull’ospitalità che i francesi hanno concesso ai terroristi italiani durante gli anni di piombo, sulla gestione della crisi in Libia, sulla Tav Torino-Lione, sul «franco delle colonie» (il franco Fca) considerato dai grillini all’origine dei flussi migratori dall’Africa verso l’Italia. Goccia che ha fatto traboccare il vaso: l’incontro di Di Maio, lo scorso 5 febbraio, con Christophe Chalençon, un sedicente capo dei gilets gialli, non riconosciuto neanche da tutti i contestatori e che invoca la guerra civile. Nel comunicato ufficiale del governo francese si legge che «le ultime ingerenze sono una provocazione ulteriore e inaccettabile, violano il rispetto dovuto all’elezione democratica fatta da un popolo amichevole e alleato e il rispetto che i governi democratici e liberamente eletti si devono reciprocamente». Dallo staff del premier Conte, nonostante la preoccupazione ostentata da Mattarella, filtra una reazione non remissiva contro tutte le «provocazioni che in questi mesi ci ha rivolto il presidente della Francia, che non ci hai mai amato, che ci ha sempre considerato un errore della storia, solo che la storia comincerà il 26 maggio e i gilet gialli al momento hanno un consenso del 60% e Macron rischia di essere spazzato via» [Galluzzo, CdS].

macron

«Il richiamo di un ambasciatore è un gesto diplomatico forte oltre il quale esiste in teoria solo la chiusura dell’ambasciata e la rottura totale delle relazioni tra Paesi. Nell’immediato, la partenza di Masset per Parigi non lascia completamente vacante l’ambasciata. A guidare gli affari correnti sarà la numero due, Claire Rollin. Ma nei fatti le relazioni diplomatiche sono interrotte fino al ritorno dell’ambasciatore e a catena tutti i dossier che erano in corso tra Francia e Italia» [Ginori, Rep]. «La Francia non ha mai richiamato un ambasciatore di tutta l’Unione europea da quando la Ue esiste» [Nigro, Rep]. «Quanto durerà questa situazione? “Dipende dall’Italia. Ci aspettiamo un gesto, anzi molti gesti per tornare a una relazione normale”» [diplomatco anonimo a Stefano Montefiori, CdS].

«In una sola settimana abbiamo aperto una crisi diplomatica con la Francia e abbiamo rotto la solidarietà atlantica sul Venezuela. Che cosa sta succedendo all’Italia? Dove stiamo andando? Se lo chiedono in tanti, anche all’estero. La verità è che non lo sappiamo» [Polito, CdS].

«Assumendo che la gita a Parigi sia stata progettata in sobria coscienza, è consapevole il nostro vicepresidente del Consiglio delle conseguenze che il suo gesto provocherà per il suo e nostro paese? Oppure immagina che lo Stato francese, cui non difettano una certa idea di sé e una vena di irritabilità, possa contentarsi della gesticolazione diplomatica, destinata a rientrare? Data l’intrinsechezza geopolitica, economica e commerciale fra i due paesi, abbondano i dossier su cui i francesi cercheranno di farci pagare pedaggio. Dalla Libia a Ventimiglia, dalla cantieristica civile e militare all’Alitalia, fino allo scambio di informazioni segrete necessarie alla sicurezza nazionale, Parigi avrà di che sbizzarrirsi. Pur in una congiuntura assai critica, con un presidente infragilito, incapace di leggere il suo stesso paese e perciò inutilmente arrogante – di qui il modesto tasso di popolarità e la pallida credibilità sulla scena internazionale – la Francia ce la farà pagare. Senza esagerare, perché la considerazione di Parigi per Roma non è mai stata alta ed è ora ai minimi. I colpi saranno visibili a chi deve vederli, ma sparati con il silenziatore. I fuochi d’artificio darebbero importanza a chi non ne deve avere» [Caracciolo, Rep].

«La République aggiunge ogni anno una grossa fetta al Prodotto interno lordo dell’Italia e per nessun aspetto ciò è vero come negli scambi. Fra i due Paesi di lingua neo-latina è nettamente il nostro ad avere i maggiori vantaggi nel commercio bilaterale. Fra import ed export di beni industriali, il surplus italiano sulla Francia dal 2015 ha superato i dieci miliardi di euro l’anno (secondo l’Istituto del commercio estero)» [Fubini, CdS].

«È un gesto, quello politico compiuto dal governo francese, ma di fatto da Macron, misurato e giustificabile? Noi crediamo di no» [Gervasoni, Mess].

Salvini: «Io non sarei mai andato con i gilet gialli. Con i violenti che mettono a ferro e fuoco strade e negozi. Però non abbassiamo la testa, la risposta a Parigi arriva dalle piazze gremite. Non vogliamo litigare con nessuno, siamo responsabili».

Di Maio: «Il mio incontro con i gilet gialli era legittimo. Il popolo francese è nostro amico e nostro alleato. Macron si è più volte scagliato contro il governo italiano».

Di Battista: «Macron richiami in Francia quei dirigenti francesi che dettano ancora legge nelle banche centrali africane». «Salvini ha bene in testa che tutti, a Parigi e a Roma, si muovono seguendo le logiche da campagna elettorale. Ed è quello che tormenta il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sconfortato anche dall’impotenza di Conte che nelle ultime ore è di nuovo costretto ad ammettere di non riuscire «a contenere i due vice», come invece aveva assicurato alla cancelliera tedesca Angela Merkel, nel fuorionda rubato a Davos» [La Mattina – Lombardo, Sta].

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Giorgio Dell'Arti
Nasce a Catania il 4 settembre 1945. Giornalista dal ’69 a Paese sera. Passa a Repubblica nel ’79: inviato, caposervizio, redattore capo, fondatore e direttore per quattro anni del Venerdì, editore del mensile Wimbledon. Dirige l’edizione del lunedì de Il Foglio, è editorialista de La Stampa e La Gazzetta della sport e scrive per Vanity fair e Il Sole 24 ore. Dell’Arti è uno storico di riconosciuta autorevolezza, specializzato in biografie; ha pubblicato (fra gli altri) L’uomo di fiducia (1999), Il giorno prima del Sessantotto (2008) e l’opera enciclopedica Catalogo dei viventi - 7247 italiani notevoli (2008, riedizione de Catalogo dei viventi - 5062 italiani notevoli, 2006). Tra gli ultimi libri si ricordano: Cavour - Vita dell’uomo che fece l’Italia (2011); Francesco. Non abbiate paura delle tenerezza (2013); I nuovi venuti (2014); Moravia. Sono vivo, sono morto (2015); Bibbia pagana (2016).

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