sabato 11 Aprile 2026
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Parlando con Roberta Zantedeschi

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Dopo Sebastiano Zanolli ho pensato di chiedere a Roberta Zantedeschi il suo punto di vista sul lavoro che affronta da una prospettiva esistenziale e identitaria, scardinando l’approccio dei classici manuali tecnici. Questa è l’intervista che le ho fatto. Buona lettura.

RB. Apogeo è nota come casa editrice per manuali tecnici e pratici. Il tuo libro, però, sembra proporre una ‘manutenzione dell’anima professionale’. Come sei riuscita a negoziare con l’editore — e con te stessa — lo spazio per la narrazione emotiva in un contesto editoriale che solitamente chiede soluzioni rapide e ‘How-to’ prefabbricati?

RZ: Non ho negoziato. Apogeo sta accogliendo approcci e prospettive diversi dal manuale tecnico, e credo che non possa essere altrimenti se vuoi davvero essere utile a chi legge.

Lo stesso vale per me. Mi sono a lungo rifugiata dietro le tecniche, gli strumenti, il “cosa fare”. Ma più cresco, più mi rendo conto che quello di cui abbiamo bisogno è la capacità di riconoscere le cornici – e di adattare comportamenti, strumenti e tecniche a seconda di come quelle cornici cambiano. Tra mindset e skillset vince il mindset, l’autonomia interiore e la consapevolezza.

È per questo che ho accettato la sfida di uscire dalla mia area di agio e avventurarmi in un terreno che –  paradossalmente – è quello su cui ho più esperienza e una visione interiore più chiara.

Aggiungo: non credo di aver scritto un libro emotivo. Ho scritto un libro che chiama in causa l’intelligenza emotiva delle persone, o più precisamente l’intelligenza introspettiva. È un libro che richiede, per essere letto, un po’ di coraggio.

RB: In un’epoca di iper-specializzazione dove ci dicono che dobbiamo essere ‘solo una cosa’ per funzionare sul mercato, il tuo titolo sfida questa logica: Fidati che c’è tutto. Qual è la parte di noi che solitamente lasciamo fuori dalla porta dell’ufficio e che invece, se integrata, diventerebbe il nostro più grande vantaggio competitivo e e risolverebbe anche un po’ di problemi di malessere sui luoghi di lavoro?

RZ: L’epoca che viviamo ci chiede in realtà di essere molte cose contemporaneamente: un ruolo lavorativo, un membro della comunità, un genitore, una persona impegnata nel sociale, un consumatore, un follower. Solo che ci chiede di tenerle separate, di non mescolare, di essere iper-efficienti di volta in volta, di ruolo in ruolo, come se le nostre parti non si conoscessero tra di loro.

Quello che io propongo è diverso: scegliere chi si vuole essere, accogliendo tutte le proprie parti e tutti i propri ruoli, e poi integrare. Esserci sempre persone intere.

Io, per esempio, ho deciso di portarmi dietro sempre la mia più grande passione: la montagna. Non solo come metafora, ma come modo in cui mi esprimo e mi mostro. Non è estetica. La montagna è una risorsa, è una prospettiva attraverso cui guardo i problemi, le sfide, le situazioni: una prospettiva che amplia le risposte possibili e che allarga il campo di quello che riesco a vedere e quindi che mi aiuta a fare scelte. Risolve tutti i miei problemi? Ovvio che no. Mi aiuta? Sì!

Le passioni sono espressione di un’energia forte che ogni persona porta in sé, un’energia che ci può aiutare anche quando non siamo impegnate o impegnati in quell’attività e che può essere di beneficio anche quando siamo nei nostri doveri.

Quella parte lì – la parte appassionata, quella del weekend, quella che si dimentica di essere stanca – è esattamente la parte che lasciamo fuori dalla porta e dall’ufficio. Ed è un vero spreco.

RB: Molti libri di personal branding e carriera tendono a nascondere le crepe. Tu invece le metti in luce. Hai mai temuto che mostrare ‘troppo’ di questo tutto potesse spaventare le aziende o i recruiter più tradizionalisti, o credi che il mercato sia finalmente pronto per una verità meno lucida e più umana?

RZ: Il mercato dichiara di essere pronto. Io non so se lo sia davvero.

Così come non so se siano pronte le persone a raccontarsi anche attraverso le proprie crepe. Se solo iniziassero a riconoscerle – e a prendersene cura senza volerle stuccare a tutti i costi – scoprirebbero che le crepe sono una risorsa.

Quando arrampico, una crepa nella roccia è il posto perfetto dove inserire un nut o un friend per assicurarmi mentre salgo. Una roccia senza crepe, senza buchi, è spesso molto più difficile da affrontare. Le crepe sono prese, sono l’aiuto di cui hai bisogno quando la salita si fa severa.

Rispetto alle paure dei recruiter e delle aziende: credo anche che più delle dichiarazioni facciano le narrazioni. Più degli slogan abbiamo bisogno di immaginari collettivi nuovi. E raccontarsi in modo diverso è un gesto di coraggio, ma anche di responsabilità collettiva.

Nel libro ho svelato parti di me che non avevo mai esposto prima – incluso un disturbo del comportamento alimentare di cui soffro, in forma diversa rispetto al passato, ma presente. È una crepa. Se spaventa qualcuno, pazienza. Ma sono certa che per qualcun altro sia una presa, una possibilità di connessione sicura.

RB: Se dovessi aggiungere oggi un capitolo ‘aggiornato’, quale nuova forma di fiducia senti che sta mancando di più nel rapporto tra chi cerca e chi offre lavoro?

RZ: Se dovessi aggiungere un capitolo che parli alla relazione tra domanda e offerta e in generale alla relazione che abbiamo con il lavoro, riguarderebbe la differenza tra felicità e benessere.

Rincorrere la felicità rende le persone ansiose. Il benessere, invece, si può progettare e, almeno in parte, costruire perché non ha a che vedere con cosa succede ma con come reagiamo a quello che succede. Si chiama care design: la capacità di costruire contesti, relazioni e abitudini che sostengano le persone, invece di pretendere che siano felici per contratto, per una convenzione con una palestra di grido o per cultura aziendale.

La fiducia non ha tante forme, semmai ha diverse fasi, e io credo che oggi sia in regressione. Non potrebbe essere diversamente dopo che sono venute via via meno un sacco di illusioni riguardo il lavoro: l’illusione della sicurezza, della crescita continua, della meritocrazia, della parità di diritti, del lavoro passione come via per una vita felice ecc. Le illusioni, quando si sgretolano – e prima o poi lo fanno – creano vere e proprie fratture.

Aiutare le persone a distinguere tra felicità e benessere, tra illusioni e verità, tra aspettative e patto è fondamentale per ricostruire una relazione sana, funzionale, rispettosa di tutte le parti in gioco. Il resto sono benefit.

RB: Tu scrivi per ‘lasciare traccia’. Se un lettore dovesse chiudere il tuo libro e decidere di cambiare una sola riga della sua Bio su LinkedIn o del suo CV, non per strategia ma per fedeltà a se stesso, quale consiglio gli daresti per capire cosa di quel ‘tutto’ merita davvero di essere raccontato?

RZ: Consiglierei a quella persona di non cambiare nulla. Non subito.

Prima di toccare qualsiasi parola, la cosa migliore che può fare è trascorrere un po’ di tempo con sé stessa. In ascolto. In dialogo con quello che è emerso.

Se una persona chiude questo libro e si mette in ascolto di sé, io sono soddisfatta – e sono anche certa che stia facendo la cosa migliore che possa fare. Cosa uscirà da quell’ascolto, non lo so io. E non lo sa nemmeno lei. Ma sarà suo. E sarà vero. E a quel punto saprà cosa fare e cosa raccontare.

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