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lunedì 12 Aprile 2021

Network Pazzo per lei, “la stigmatizzazione delle malattie mentali”

Pazzo per lei, “la stigmatizzazione delle malattie mentali”

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Se pensate che si tratti dell’ennesima commediola romantica, pateticamente identica a tutte le altre già viste, vi sbagliate.

Pazzo per lei è un film del 2021, uscito su Netflix da nemmeno un mese e di produzione spagnola. La pellicola racconta di un giovane giornalista, Adri, che si imbatte per puro caso in Carla, una ragazza eccentrica ed estroversa, che lo rapisce subito con la sua follia.

I due passano insieme la notte più bella delle loro vite, finendo poi per separarsi, con l’intenzione di non vedersi mai più. Nei giorni successivi, però, Adri non smetterà di pensare neanche un secondo a quella ragazza così particolare, da cui si sente completamente rapito.

Dunque comincerà a cercarla invano, fino a scoprire che questa si trova ricoverata in un centro psichiatrico e che l’incontro dell’altra notte era stata solo una fortunata coincidenza, scaturita dopo una sua fuga.

A questo punto Adri non sa che fare e deciderà, convinto della passione che lo unisce a Carla, di farsi ricoverare nella sua stessa clinica, per poter passare del tempo con lei e conoscerla meglio.

Ora, lo so cosa state pensando: questa storia è assurda e al tempo stesso banale, finiranno per innamorarsi e via. No, assolutamente no. Mi trovo a consigliarvi questo film perché ne sono rimasta davvero stupita.

Nel corso del suo ricovero nella clinica psichiatrica, il protagonista entrerà in contatto con moltissime malattie diverse: bipolarità, depressione, sindrome di Tourette, schizofrenia…

Inizialmente tutti i personaggi ci sembrano ostili, sono ovviamente strambi, silenziosi, a tratti persino inquietanti. Aspettiamo solamente il momento in cui Adri riesca a tornare alla propria vita, con o senza Carla.

Ma ad un certo punto cominciamo a dare dei nomi a quelle patologie, che diventano persone, con dei sentimenti e delle personalità. E allora ecco che Marta, Saúl, Victor, non sono più inquietanti, sono simpatici e ci entriamo in empatia.

Noi spettatori compiamo lo stesso percorso di Adri: impariamo a conoscerli, ad apprezzarli e a tifare per loro, perché superino le proprie paure e guariscano dalle proprie malattie.

Ma il mondo non è una favola e questo film non esita a ricordarcelo. Lo scopo della storia non è farci credere che i disturbi mentali siano relativi, che con un po’ di impegno in più se ne possa uscire. Questa pellicola ci porta a capire che certe cose nella vita non vanno per forza superate, prima le si deve accettare.

Quindi, se credete di trovarvi di fronte ad una semplice storia d’amore inserita in un contesto particolare, vi invito ad osservare con occhio critico ciò che avete davanti.

Quella che potrebbe sembrare una banale commedia, un po’ goffa e scontata, finirà con l’emozionarvi.

Questa non è la storia di qualcuno che ce l’ha fatta, di qualcuno che ha superato le sfide della vita, ma di qualcuno che non si è lasciato intimidire e ha affrontato ciò che gli è stato messo di fronte.

Ho apprezzato moltissimo i temi trattati e la leggerezza con cui ci vengono presentati. Il giusto modo di toccare un argomento che è difficile da portare sul grande schermo senza cadere nel banale. Non c’è il tentativo di andare oltre, di rivelare grandi verità, ma solo di mostrare in maniera semplice e sincera il mondo delle malattie mentali.

Saúl, per esempio, la sua storia è molto educativa e fa riflettere su un aspetto della vita dei malati di cui nessuno parla abbastanza: il distacco dai propri cari. Si pensa sempre che chi soffre di queste patologie non si renda conto di cosa accade intorno a sé, o che i suoi cari preferiscano stargli lontano, o ancora che egli possa essere pericoloso per loro. C’è un’altra faccia della medaglia però, che vi lascio scoprire da soli.

“La stigmatizzazione delle malattie mentali” così la chiama Adri e non si potrebbe definire meglio.

Non so dirvi, poi, se il finale sia realistico o meno, probabilmente no. Io lo interpreto con occhio cinico, ma credo anche che, dopo tanta verità ed amaro in bocca, sia giusto che gli autori decidano di lasciarci credere in un lieto fine, che sia questo più o meno verosimile.






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