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sabato 15 Maggio 2021

Idea-Azione Quando il retroscena conquista la ribalta

Quando il retroscena conquista la ribalta

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di AUGUSTO MINZOLINI

Augusto Minzolini (Roma 1958) ha iniziato a fare il giornalista nel 1977 in piena Prima Repubblica. Ha raccontato la Seconda ed è stato eletto in Parlamento con Forza Italia. Ora è tornato a fare il cronista. Un osservatore particolare. Un modo personale di narrare le storie della politica e del Palazzo che ha avuto successo e inciso sulla lotta politica. È difficile da spiegare: la Treccani ha registrato questo stile come “minzolinismo”, si tratta di riferire storie personaggi con un punto di vista lontano dall’ufficialità, cercando di narrare ciò che si svolge dietro il palcoscenico della politica. Non tanto i vezzi e i vizi dei potenti di turno, ma i disegni e le strategie che si costruiscono nell’ombra. Un mestiere complicato, visto che a garantire le notizie e la loro veridicità spesso non c’è che la credibilità di chi le riporta. Un mestiere fatto di interviste rubate, di inseguimenti nel traffico di Roma per raccontare incontri segreti, di camuffamenti per intrufolarsi dove si elaborano strategie e si decidono azioni.

Minzolini è stato giovane comunista negli anni Settanta, poi, espulso dalla Fgci per “frazionismo”, divenne gruppettaro nella galassia della sinistra extraparlamentare romana. Un personaggio conosciuto, tanto che Nanni Moretti gli affidò, nel 1978, un cammeo nel film Ecce Bombo. Divenuto giornalista iniziò a scrivere per La Stampa e Panorama, sempre come battitore libero, fuori dagli schemi. Nel 2009, a sorpresa, arrivò la direzione del Tg1, il più istituzionale degli organi di informazione italiani. Una esperienza durata due anni. Costellata di furiose polemiche e conclusa con una discussa condanna per l’utilizzo improprio della carta di credito aziendale.

Molti anni fa, Enzo Forcella scrisse che il giornalismo politico era rivolto a 1500 lettori. Allora, erano gli anni Sessanta, il Corriere della sera aveva un pastone di una colonna e mezzo; le interviste a i politici facevano dibattito e gli editoriali erano capaci di far cedere un governo.

Oggi le pagine dedicate alla politica si sono moltiplicate. Abbondano analisi e interviste, ma il peso dei giornali si è nettamente ridimensionato. Qualcuno dice che una parte delle responsabilità deriva dal fatto che si è tolta alla politica il velo della sacralità. Una parte delle colpe ricade su te, che hai inventato il retroscena.

Il “retroscena” non ha cambiato la vita politica, semmai è stata una necessità perché la vita politica era diventata incomprensibile. Nel lessico, nelle sue cronache, nella sua quotidianità. Di fatto il retroscena nasce quando cominciano ad essere evidenti le distorsioni e le degenerazioni della prima Repubblica. Dalle grandi strategie – e speranze – del dopoguerra, si passa al tatticismo esasperato, alle logiche di potere più spietate, alle lotte non solo di partito, ma addirittura di corrente, di fazione. Questa metamorfosi determina una sorta di frattura tra le parole della politica e la realtà. Si parla in un modo, ma si agisce, spesso, in maniera opposta. Per cui l’informazione in quegli anni – tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta – si trova ad un bivio: o diventare incomprensibile e complice di questa metamorfosi negativa; o, altrimenti, porsi il problema – e la fatica – di decrittare la politica. Renderla fruibile, comprensibile a una platea di lettori che spesso vivevano o erano condizionati nelle loro vite proprio dalla politica. Sicuramente più di oggi. Una condizione fatale in un Paese a forte economia pubblica. Quindi, l’esigenza di “decrittare” – espressione coniata da Paolo Mieli – si sposta dalla scena, che spesso è una messa cantata dove tutti recitano secondo spartito, al dietro le quinte. L’approccio, quindi, è diverso. Se prima i giornali avevano uno sviluppo orizzontale. Ogni pagina aveva un argomento che veniva affrontato secondo i canoni dell’ufficialità. La pagina del giornale per rispondere alle nuove esigenze, invece, assume uno sviluppo verticale. Sopra viene riportata la notizia, la nota politica, l’informazione ufficiale. Sotto c’è l’approfondimento, appunto, il retroscena. Un approfondimento che chiaramente usa la prosa del racconto, della narrazione, sviluppando un processo di settimanalizzazione dei quotidiani che metterà in difficoltà, la funzione e il ruolo dei settimanali storici.

Il retroscena come necessità per capire e spiegare.

Certo, ciò che, a prima vista, può appare una scelta, in realtà, come dicevo, risponde ad una necessità. Perché la politica in quegli anni è soggetta ad un processo di distorsione, ripiega su se stessa, diventa autoreferenziale.

I politici, spesso, parlano tra loro, si lanciano segnali, non comunicano alla gente. Il linguaggio diventa più involuto, più oscuro, al punto da introdurre nel vocabolario italiano un neologismo che ne riassume i difetti: il termine “politichese”. È il tempo in cui l’allora segretario della DC Arnaldo Forlani, ama ripetere ai cronisti: “Potrei parlarvi per ore, senza dire nulla”. O, ancora, il periodo in cui i vari Gava o Andreotti, si compiacciono di dire il contrario di ciò che pensano. Le frasi rubate al politico in un linguaggio comune, le riunioni orecchiate della direzione socialista, magari dal condotto dell’aria condizionata del bagno delle donne al quarto piano della sede del partito a via del Corso, diventano, quindi, il materiale per spiegare la politica, per rappresentare ciò che davvero accade, per supportare analisi, magari diverse, da quelle che vengono suggerite dai discorsi ufficiali. Può apparire un paradosso, ma proprio per rendere leggibile una politica che aveva raggiunto un livello di professionalità tale, da renderla astratta per i comuni cittadini, l’informazione si inventò uno strumento che, al netto dei suoi limiti e delle sue esagerazioni, la rendesse leggibile. Ad una professionalità esagerata, a delle liturgie consumate, si contrappose un modo di fare giornalismo politico più spregiudicato. Un giornalismo che, nei fatti, descrisse nei minimi particolari, nei vizi e pure nelle qualità (che successivamente gli sono state riconosciute) la prima Repubblica, specie nella fase della sua decadenza.

Finita la Prima Repubblica cambiò anche il retroscena

Con l’avvento della Seconda Repubblica, emersero i limiti del “retroscena”. O meglio, diventò necessario modificarne il profilo, proprio per descrivere una politica che era profondamente cambiata. Un’intera classe dirigente fu spazzata via da Tangentopoli, e fu sostituita da un personale che si era avvicinato alla cosa pubblica seguendo strade ben diverse dalle scuole di partito, o dalla selezione dei quadri nella dura vita di partito: arrivarono professionisti, parvenù, avventurieri. Con un vocabolario più volgare (nel senso meno avvezzo alle regole della retorica) e un’azione meno attenta alle logiche della politica. Da un eccesso di professionismo, si sprofondò nel pressappochismo, nel dilettantismo esasperato. Con un ulteriore limite: se nella prima Repubblica ogni esponente aveva una seguito, una sua base di consenso, un suo potere; nella seconda solo i leader contano, il processo di personalizzazione dei vertici dei partiti arriva a compimento, per cui gli interlocutori nella maggior parte dei casi servono per sapere cosa pensano, cosa decidono i pochi che hanno potere: una scena, quindi, con pochi protagonisti e tantissime comparse. La narrazione, quindi, per essere efficace. deve seguire uno schema diverso: se nella prima Repubblica dovevi decrittare la politica; nella seconda, dove gli elementi di professionismo sono venuti meno sostituiti da un personale che spesso non conosceva neppure le categorie fondamentali dell’agire politico, il giornalismo è costretto ad assumersi un nuovo compito, quello di dare una forma a ciò che accade. Apparirà assurdo, ma spesso è chiamato a dare un senso, ad avvenimenti, atteggiamenti, parole che spesso non lo hanno. Ad un magma di informazioni, che è un condensato degli umori e dai personalismi dei protagonisti, deve dare una forma, per renderlo commestibile ai lettori.

Questa è la funzione nobile: il giornalista arriva anche a spiegare ai politici ciò stanno facendo. Ma il retroscena diventa anche pettegolezzo puro. Dove il confine tra un autorevole quotidiano e il giornale di gossip spesso è assai labile.

Gli eccessi del leaderismo hanno aumentato l’attenzione per la sfera privata dei politici, che spesso è preferita a quella pubblica. Il giornalismo nella cosiddetta Prima Repubblica ai fatti personali dell’uomo politico concedeva un’occhiata distratta, o, al massimo, una curiosità benevola, solo in alcuni casi – quando il politico era in declino, era un'”anatra zoppa” – morbosa. Nella seconda, invece, spesso ciò che accede nelle pareti domestiche, o, comunque, nelle stanze private del politico, è osservato con attenzione e, a volte, addirittura diventa preminente rispetto alla sua attività pubblica.

Perché?

Le ragioni sono molteplici. Intanto sulla scena sono arrivati personaggi che non hanno nulla a che vedere con l’identikit tradizionale dei politici di un tempo: da un imprenditore come Silvio Berlusconi, ad un attore comico come Beppe Grillo. Poi, il passaggio dal proporzionale al maggioritario e l’accentuarsi dl leaderismo ha reso i governi, almeno sul piano teorico, più stabili. Motivo per cui il dibattito interno ai partiti meno interessante. Se prima si dedicavano articoli, pagine di giornali, o, addirittura, libri al dibattito interno alla DC o alla storia delle sue correnti, i partiti di oggi non danno materiale, visto che il confronto interno – a parte il Pd dove sono confluiti i partiti storici della prima Repubblica – è scarno e di poca importanza (solo ora si sono riaccesi i riflettori sulle diverse anime del centro- destra, non fosse altro per ragioni anagrafiche). Tutti motivi che hanno aumentato l’attenzione verso la sfera privata, che in alcune occasioni è diventata addirittura strumento di lotta politica. Se fosse stata applicata dal giornalismo di allora, la stessa attenzione spasmodica alla sfera privata dei politici della prima Repubblica, che è stata dedicata a Berlusconi, probabilmente – e non lo dico a caso – avremmo collezionato tanti scandali, o presunti tali, del tipo di Ruby rubacuori. Allora, però, la politica era più plurale. E l’attenzione dei giornali si esauriva più nel racconto del gioco politico che collezionava crisi di governo in continuazione, o degli scandali che hanno costellato il rapporto tra politica e industria pubblica: non c’era tempo per altro. Le stesse dimissioni di Giovanni Leone da Presidente della Repubblica, furono determinate più dallo scandalo Lockheed che non dalla campagna scandalistica.

Insomma, dici: ci si occupa più dei personaggi e meno delle idee, dei programmi?

La verità fondamentale è che nella prima Repubblica la politica era più potente, di oggi. Con Tangentopoli i partiti tradizionali vengono spazzati via e il baricentro del potere si sposta a metà strada tra il Parlamento, Palazzo Chigi e le corti di giustizia. E il giornalismo finisce per registrare questo nuovo equilibrio. O meglio, si accoda. Si concede più libertà con la politica (più debole), se ne concede molto meno con il potere emergente, la magistratura (più forte). La fotografia della nuova condizione è nelle pagine de Il Fatto: la politica sbaglia sempre, la magistratura ha sempre ragione anche se è colta in fragranza di errore (un’inchiesta che si basa su un’intercettazione taroccata nella prima Repubblica avrebbe fatto venire giù il finimondo). E l’avvento dei nuovi potere, spesso, fa diventare la narrazione monca: se non si analizza ciò che avviene nella magistratura come si fa a spiegare realmente la Storia di un Paese in cui il secondo governo Prodi cade per un’indagine della magistratura  (finita 9 anni dopo in un nulla di fatto), il terzo governo Berlusconi viene tirato giù da uno scandalo con sviluppi giudiziari che finirà con un’assoluzione in Cassazione e, infine, la caduta del governo Renzi si porta dietro un corollario giudiziario (caso Consip).

Ecco nei “retroscena” sulla seconda Repubblica spesso è venuto meno, è stato per lo più tralasciato quel racconto. Quasi un peccato di omissione. Non so se per prudenza o per paura. Anche perché il Potere, quello vero, non scherza neppure con l’informazione. Lo dico per esperienza. Due aneddoti personali. Durante gli anni d’oro di Bettino Craxi scrissi su La Stampa che per fare carriera in Rai bisognava frequentare il salotto di Gbr, quello di Ania Pieroni (allora amante di Bettino). In un modo o nell’altro mi fu impedito di seguire il congresso socialista di Milano. Craxi, con cui in seguito ebbi un ottimo rapporto, l’aveva presa male. Anni dopo in un commento su la prima pagina sempre de La Stampa – dico un commento, cioè un’opinione personale, magari discutibile, ma sicuramente da rispettare – criticai i magistrati “centauri”, cioè metà giudici e metà politici. Fui querelato da tutto il “pool” di Milano. E naturalmente condannato. Passarono pochi mesi dalla sentenza di condanna e Antonio Di Pietro entrò in politica. E un po’ la fotografia di com’è cambiata la piramide del Potere in Italia. E di aneddoti del genere, magari anche più efficaci, ne potrei raccontarne molti.

Sembra che tu rimpianga la Prima Repubblica.

Sì, ho nostalgia per la Prima Repubblica. Sembrerà strano ma quel mondo aveva dei valori, dei principi comuni che la seconda non ha. Nella Prima Repubblica il trasformismo era contenuto, ci sono stati tanti governi ma una stabilità di fondo, magari determinata dallo scenario internazionale, dalla politica dei due blocchi. C’era una sorta di senso comune delle istituzioni, di galateo, che accomunava tutti. Per dirla con una frase fatta: tutta quella classe politica aveva vissuto una guerra o, addirittura, due, e questo aveva creato una sorta di comunanza, che piano piano si è persa. Magari nella fase calante, quei valori vennero meno, i partiti cominciarono a guardare più agli affari che non alla politica, ma l’epilogo fu determinato anche dalla fine dei miti del ‘900. Perché buon parte dei proventi delle tangenti, in realtà venivano rinvestiti in politica (il tesoro di Craxi è rimasto una leggenda sulla bocca di Di Pietro). I famosi costi della politica. Per cui è impensabile immaginare che qualche partito fosse immune da quel sistema. E il paradosso di Tangentopoli è tutto nel reato principale che fu utilizzato per distruggere i partiti della Prima Repubblica: violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Un reato che distrusse e si trasformò in un’onta per un’intera classe dirigente e che, invece, era stato amnistiato – qui è la contraddizione – appena nell’89, mandando in soffitta tutta la tematica dei finanziamenti dall’estero che all’epoca avevano un solo imputato, il Pci. Già, il Pci, e la sinistra si salvarono, perché riuscirono a manovrare meglio degli altri, i meccanismi di potere della società italiana (avevano una maggiore presenza nelle cosiddette “casematte” del potere, per citare Gramsci, cioè la magistratura e l’informazione). E l’epilogo, diciamoci la verità, fu una commedia dell’assurdo: i comunisti bocciati dalla Storia nell’89, da noi cambiarono nome e arrivano per la prima volta al potere nel ’93. Un’incongruenza tutta italiana

Poi è arrivato il nuovo: Berlusconi, Prodi, Di Pietro, Renzi, Grillo.

Cosa resterà di loro nella storia d’Italia?

Sono convinto che Berlusconi sia arrivato in politica più per necessità, per autotutelarsi, che non per una strategia precisa, come racconta, invece, la vulgata in auge. Lui provò a sponsorizzare prima Segni, poi Martinazzoli, un po’ come aveva fatto con Craxi, ma senza risultati. Il problema è che la classe politica democristiana era ignara di cose stesse succedendo nelle corde profonde del Paese. E un certo risentimento nei confronti di Berlusconi, guardato da molta della classe di governo della Prima Repubblica come uno scippatore (di fatto riuscì a prendersi tutti i voti del vecchio pentapartito), in realtà è una reazione di impotenza, l’alibi per nascondere la propria assenza di coraggio, la propria apatia. Poi, naturalmente, Berlusconi ci ha preso gusto. Per citare una battuta truculenta di un vecchio capo democristiano, Gava, “cumandare è meglio che fottere”.  Sono sicuro che avrebbe potuto fare di più, ma il suo arrivo al potere fu vissuto dalla stragrande maggioranza dell’establishment italiano come un affronto. A parte Gianni Agnelli, che nel suo pragmatismo lo ha sempre guardato con certa curiosità, magari pensando anche di usarlo (l’Avvocato partecipò anche alla scelta dei ministri del secondo governo Berlusconi, portando Ruggero agli Esteri), gli altri lo hanno sempre osteggiato. Il Cavaliere è sempre stato considerato un intruso, un personaggio poco rispettoso delle liturgie della classe dirigente del Paese. L’accanimento nei suoi confronti della magistratura ne è stato la conseguenza. La cronaca dei suoi governi lo dimostra. Il primo durò sei mesi: l’idea di nominare Maroni al Viminale, cioè di mettere un leghista nel ministero che custodisce i segreti di questo Paese, scatenò la reazione di quel mondo: fu fatto fuori con un’accusa da cui poi fu scagionato. Il secondo governo Berlusconi riuscì a sopravvivere, ma fu costretto ai compromessi, alle mediazioni estenuanti: gli alleati di governo e le loro ambizioni  – Casini, Fini – furono il mezzo usato dall’establishment per controllarlo.  La terza esperienza di governo, quella del 2011, nacque anche dalla paura che il Cavaliere, arrivato al picco di popolarità nei mesi precedenti, potesse emanciparsi, potesse mettere in discussione gli equilibri interni e internazionali. La fine del suo governo, ancora oggi tutta da raccontare, che ebbe sullo sfondo la più grave delle crisi economiche globali, fu determinata da uno scontro di cui le vicende interne del nostro Paese, furono solo un capitolo e, probabilmente, il meno importante. E l’idea che oggi Berlusconi sia considerato da una parte dell’establishment europeo (cioè gli stessi che agirono contro di lui nel 2011), un argine ai populismi, è la prova più evidente delle doti di sopravvivenza dell’uomo e della miopia di quel mondo.

Storia diversa è quella di Prodi

Al contrario di Berlusconi l’avvento del Prodi “politico” fu progettato, programmato. Fu il tentativo di ricostituire un “ordine” dopo Tangentopoli. Ricordo un aneddoto: pochi mesi prima di essere costretto a lasciare l’Italia, a poche settimane dall’episodio delle monetine davanti al Raphael, Bettino Craxi, che io seguivo assiduamente come cronista politico de La Stampa, mi consegnò un documento , senza intestazioni, di 13 pagine. Dentro c’era un’analisi che individuava in Tangentopoli uno strumento per privatizzare i gioielli dell’economia italiana (era menzionata anche la famosa riunione sul Britannia, quella nella quale la grande finanza internazionale aveva immaginato un “dopo” per il mondo post-comunista e per il nostro Paese): ebbene nell’ultima pagina di quel documento, siamo nel 1993, si parlava di un possibile governo Prodi. In quel periodo nessuno pensava ad un epilogo simile. Berlusconi ancora era ben lungi dall’entrare in politica e l’unico segnale, molto labile, che il Professore potesse avere simili progetti, erano le sue lezioni di economia in un programma su Rai Tre. Io pubblicai un sunto molto ristretto di quelle pagine, che – lo venni a sapere successivamente – destò un certo clamore al Quirinale, che all’epoca aveva come inquilino Oscar Luigi Scalfaro. L’allora Capo dello Stato non mi amava: Francesco Merlo scrisse in un articolo che da quelle parti mi chiamavano “serpente velenoso”. Dopo qualche settimana mi fu detto – ma non ebbi mai una conferma ufficiale – che quel documento era un rapporto dei servizi segreti tedeschi sui piani della finanza anglosassone. Fantapolitica? Probabilmente, ma ho sempre pensato che Prodi fosse un predestinato. L’uomo su cui l’establishment italiano – quello che era venuto fuori dalla democrazia cristiana e dal partito comunista – aveva puntato per portare l’Italia nella seconda Repubblica. Poi, l'”incidente” di percorso Berlusconi aveva intralciato quei piani e il Professore era diventato il paladino di un certo mondo contro il Cavaliere. È la storia di questi venti anni. Prodi, nei fatti, è il campione del politico di una volta, protagonista della seconda Repubblica ma con profonde radici ben piantate nella Prima”.

C’è, poi Antonio Di Pietro, l’uomo simbolo di Tangentopoli

Di Pietro è una figura difficile da inquadrare. Sicuramente è stato il sintomo della crisi italiana: un personaggio che, per coltivare le proprie ambizioni, si è fatto utilizzare – non so se consapevolmente o meno – da molti. Da una parte ha svolto un ruolo positivo, perché è diventato lo strumento per far fronte ad una degenerazione della politica. Dall’altro è diventato l’emblema di un’altra degenerazione, per me anche più pericolosa e peculiare del nostro paese, quella del nostro sistema giudiziario: l’utilizzo della carcerazione preventiva come metodo per estorcere confessioni; l’amore per i riflettori e per le inchieste eclatanti; l’idea che un politico è da condannare solo perché è un politico. Sono tutti meccanismi che sono nati dal suo modo particolare di interpretare la figura del magistrato. Meccanismi che nel nostro Paese hanno messo in discussione lo stesso concetto di stato di diritto. C’è di buono che anche lui si è accorto delle degenerazioni del sistema. “Il problema – gli ho sentito dire – non è Di Pietro, ma i suoi emuli”. E, in fondo, il personaggio ha un merito, che dovrebbe essere un obbligo, ma che nel nostro paese non lo è: dopo essere entrato in politica Di Pietro si è dimesso da magistrato, non ha mai pensato di tornare al suo vecchio lavoro. Una scelta che dovrebbe essere ovvia, ma che purtroppo nel nostro paese, magistrati che hanno un aplomb più istituzionale di Di Pietro, non hanno sentito il dovere di fare.

La fine della Seconda Repubblica si incarna in Matteo Renzi, che a 39 anni è divenuto il più giovane Presidente del Consiglio della storia italiana

Matteo Renzi è sicuramente il più “politico” dell’ultima generazione di politici. Si può essere d’accordo con lui o meno, ma ha un o progetto per ridare stabilità al Paese e per ridare forza alla politica. Ricreare un soggetto politico, che raccolga il consenso della maggioranza degli italiani, che governi il paese su uno schema moderato che guardi a sinistra. Che il perno di questa area sia posizionato in una sinistra che guarda verso il centro, o viceversa, nella sua mente poco importa. In fondo non è una novità, perché è lo schema con cui la democrazia cristiana ha governato per cinquanta anni l’Italia. Ma è uno schema che dopo vent’anni di Seconda Repubblica può apparire rivoluzionario e fin troppo ambizioso. Non per nulla è la formula che ha governato per anni la Germania (grosse koalition) e che in Francia persegue Macron. Ci riuscirà? Dalla sua ha il fatto che gli altri non hanno un progetto, ma cavalcano la demagogia, il momento o le parole d’ordine figlie delle ideologie di un tempo. Contro un carattere spigoloso che sconfina nell’arroganza.

Infine la Grillo, un attore comico che ha catalizzato il malcontenti e ritiene di poter realizzare un nuovo modello di democrazia.

Grillo ha incanalato il malessere e il suo movimento è diventato il simbolo del malcontento del Paese. In questa logica ha svolto una funzione positiva, ha evitato che il malumori assumessero i connotati di una protesta violenta. Il rischio è, però, che il suo movimento da sintomo, assuma i connotati di un nuovo ceto politico del tutto estraneo alla cultura di governo. È un rischio grosso, perché i grillini hanno dimostrato che un Paese non può essere guidato solo al grido di “Onestà! Onesta!”, ma che ha bisogno di mettere in campo persone competenti. La vicenda della giunta Raggi è la fotografia dei limiti del movimento 5 stelle. E il primo ad esserne consapevole è Grillo. Il suo eclissarsi periodico dalla vita del movimento è il segnale della sua insofferenza. O peggio, lo sconforto dell’apprendista stregone che non riesce a fermare la sua alchimia

Concludiamo con la televisione. Ha trasformato la politica. Il fenomeno è globale, ma in Italia c’è una particolarità: più che altrove sembra aver svuotato le istituzioni. Ricordo ad esempio, che fu a Porta a porta che l’Italia seppe dall’allora ministro della Difesa che gli aerei italiani stavano bombardando in Kossovo (29 marzo 1999) e sempre a Porta a porta, nel 2015, l’allora ministro Lupi annunciò le dimissioni.

Ha fatto bene alla politica italiana entrare nello spettacolo?

È scontato dire che la Tv abbia avuto un ruolo primario nelle vicende politiche della Seconda Repubblica. E sicuramente l’uso della Tv ha pesato molto più che non nella Prima. Detto questo è superficiale la tesi per cui il Cav si è imposto perché proprietario di tre Tv. O meglio, questo in parte è vero. Ma bisogna aggiungere un altro elemento: Berlusconi è stato il primo a saper usare con efficacia lo strumento televisivo in politica. Questo lo ha trasformato, paradossalmente, nel politico più moderno. E ne spiega, in parte, anche la longevità politica. Perché la tv in politica può trasformarsi in un formidabile strumento di potere, ma se non la sai usare, può trasformarsi nel più letale dei boomerang. Basta ricordare la goffaggine di Achille Occhetto nel primo duello televisivo con il Cav. O ancora, pensare che mentre Berlusconi da Vespa firmava il contratto con gli italiani, D’Alema, per darsi un’immagine più normale non trovava di meglio che cucinare il risotto. Già, la capacità di usare la Tv, conta molto più del suo possesso. Di questo ne sono convinto anche perché se da una parte Berlusconi ha avuto Mediaset, i suoi avversari, in questi anni e specie ora, hanno potuto contare sulla Tv pubblica, molto più di Berlusconi. Per un motivo strutturale, visto che in Rai (ne so qualcosa io) quel che resta dei grandi partiti della prima Repubblica – democristiani e comunisti – continua ad avere profonde radici. Un’egemonia della cultura catto-comunista che Berlusconi non è riuscito mai a mettere in discussione, magari per una sorta di pudore visto che è il proprietario dell’altra metà della geografia televisiva del Paese. Più in generale Berlusconi e le sue tv hanno avuto una capacità subliminale di rappresentare il paese (specie il Nord), di leggerlo, che la cultura di sinistra, animata sempre da un senso pedagogico per non dire ideologico, non ha mai avuto e non ha.

(tratto da Giorgio Giovannetti “PASSI PERDUTI” (Giappitelli 2018. Torino)






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