Quanto possiamo fidarci di una conclusione scientifica se non possiamo verificare i dati da cui deriva? È una domanda che riguarda la giustizia, la tecnologia e la possibilità concreta di difendersi. Una domanda tornata di attualità con gli sviluppi del caso Garlasco e con il dibattito sulle analisi effettuate nel procedimento a carico di Alberto Stasi.
Al centro ci sono i raw data, un’espressione tecnica che racchiude un concetto comprensibile a tutti: poter risalire alla fonte di un risultato.
Che cosa sono i raw data?
“Raw data” significa letteralmente dati grezzi: i dati raccolti nella loro forma originaria, prima delle successive elaborazioni e interpretazioni. In laboratorio comprendono le registrazioni delle misurazioni e delle osservazioni su cui si costruisce il risultato dell’analisi. Sono il materiale che consente di ricostruire il percorso seguito e di verificare se quanto scritto nella relazione finale trovi effettivo riscontro nelle informazioni raccolte.
Immaginiamo una relazione che attribuisca una traccia biologica a una determinata persona. La relazione espone una conclusione. I dati sottostanti consentono agli esperti di controllare come si sia arrivati a quella conclusione: quali segnali siano stati rilevati, come siano stati interpretati e se vi siano elementi che richiedono ulteriori verifiche.
È proprio questa possibilità di controllo a dare valore ai dati originali.
Il riferimento al caso Stasi
Nel comunicato del 28 settembre 2026, la Procura di Pavia ha riferito che l’esame dei raw data relativi alle analisi sui pedali della bicicletta, acquisiti dal RIS nel novembre 2025, ha fatto emergere due controanalisi del 20 settembre 2007 con esito negativo.
Secondo quanto riportato dalla Procura, di queste analisi e dei relativi tracciati non è stata trovata traccia negli atti del procedimento a carico di Alberto Stasi. I consulenti della Procura hanno confermato l’esistenza dei risultati negativi, rilevando che la discordanza rispetto al risultato precedente avrebbe richiesto un approfondimento che, dalle nuove indagini, non risulta effettuato.
Sul significato processuale di questi elementi occorre essere precisi: le nuove risultanze non equivalgono a una sentenza di revisione. Stasi resta condannato in via definitiva e i legali della famiglia Poggi contestano la novità degli elementi richiamati. La loro effettiva incidenza sul giudicato deve essere valutata nelle sedi competenti.
La vicenda offre, però, uno spunto di riflessione che va oltre il singolo caso: quanto conta poter verificare il materiale originario sul quale si fonda una conclusione?
Perché sono così importanti?
I dati grezzi consentono anzitutto di effettuare un controllo indipendente. Un altro esperto può esaminare il materiale disponibile, verificare la coerenza delle conclusioni e segnalare eventuali anomalie.
Permettono inoltre di valutare la completezza del quadro: un risultato acquista significato anche alla luce degli altri risultati, compresi quelli discordanti o negativi. La conservazione delle registrazioni originarie e il confronto con quanto riportato nelle relazioni sono elementi centrali del controllo sull’integrità dei dati.
Sul piano della difesa, il punto è concreto: per discutere una conclusione tecnica serve poter esaminare anche ciò che la sostiene. La possibilità di formulare osservazioni consapevoli dipende dalla disponibilità di elementi effettivamente verificabili.
Dato originale non significa dato infallibile
Anche un dato grezzo può risentire di errori di acquisizione, problemi dello strumento o criticità nella gestione del campione. E la sua interpretazione richiede competenze specifiche.
Per questo occorre considerare insieme il dato, la sua provenienza, il metodo utilizzato e la documentazione delle operazioni eseguite. L’affidabilità nasce dalla possibilità di controllare l’intero percorso, comprese le scelte umane che intervengono nell’analisi e nella presentazione dei risultati.
Una riflessione che riguarda anche la tecnologia
Lo stesso interrogativo può guidarci quando un software o un sistema di intelligenza artificiale produce una valutazione che incide sulle persone: quali informazioni abbiamo per comprenderla e verificarla?
In questi contesti, i dati iniziali da soli possono non bastare. Diventa rilevante poter ricostruire anche le elaborazioni, le impostazioni e gli interventi che hanno condotto al risultato.
Come professionista del diritto delle tecnologie, ritengo che questa sia una questione centrale: costruire condizioni concrete affinché le decisioni possano essere comprese, controllate e, quando necessario, contestate.
Quando un dato contribuisce a decidere della vita di una persona, la possibilità di verificarlo diventa una garanzia essenziale.




