Se la barca olivicolo-olearia affonda non si salverà nessuno

Mi rifiuto di credere che l’individualismo e la faziosità, nell’associazionismo e nell’imprenditoria, a livello nazionale e nei territori, uccidano un comparto che rappresenta la nostra storia. E’ il tempo del coraggio, del genio e della follia. Chi pensa di salvarsi se la nave dell’olivicoltura italiana affonda è solo un illuso.

L’Italia vive come drammatico quello che è tragico e come tragico quello che è drammatico.

Il settore olivicolo vive, da anni, una situazione tragica ma lo spettacolo offerto negli ultimi giorni sembra una commedia della Hollywood dei poveri.

Olio extravergine di oliva Biologico
Olive per la produzione di olio extravergine di oliva biologico (photocredit: lariservabio)

Dopo le proteste degli ultimi due mesi il Ministro Centinaio è andato in televisione a dire che vuole fare dell’Italia un Paese esportatore di olio d’oliva, da Paese importatore qual è. Proposito strappa applausi certamente, ma che nella realtà significherebbe triplicare, almeno, la nostra produzione olivicola. Si può fare, credendo ai miracoli…

Abbiamo poi due blocchi olivicoli-oleari ben identificati: Unaprol-Federolio da una parte, GiletArancioni-Fooi-Assitol dall’altra. Le strategie sono ben differenziate con Unaprol che vede negli imbottigliatori italiani di Federolio i portabandiera, e il braccio commerciale, dell’olio italiano nel mondo. I GiletArancioni vogliono invece far da sé, creando proprie piattaforme commerciali, non disdegnando tattici accordi con l’industria olearia. Vi sono però anche punti in comune, dalla gestione Xylella alle gelate. Solo che oggi la controparte è il nemico, non in senso metaforico ma letterale, viste le affettuosità che si sono scambiati dai rispettivi palchi il presidente di Unaprol, David Granieri, e quello di Italia Olivicola, Gennaro Sicolo.

E pensare che mi era venuta persino l’ingenua e balzana idea di invitare a pranzo i due presidenti perchè, al netto delle differenze, vi sono molti punti di contatto che si potrebbero far valere unitariamente ai tavoli olivicoli. Non so se sono più matto io o loro…

Questa commedia nella tragedia avviene nell’ennesimo annus horribilis dell’olivicoltura italiana, con le imprese olearie che delocalizzano e un governo, ma più in generale le forze politiche dell’arco costituzionale, che non mostrano retromarce di fronte alla posizione, ben espressa a Bruxelles anni fa, di considerare marginale e residuale l’olivicoltura nazionale, a favore di altri comparti agricoli.

Certo, per calmare le proteste una misura di emergenza va messa sul tavolo. L’ultimo Piano olivicolo è stato solo quello, l’ennesimo specchietto per le allodole, con i soldi dispersi nei soliti mille rivoli che hanno ingrassato i soliti portafogli.

Nel frattempo, a livello internazionale e nelle sedi istituzionali mondiali, l’asse tra Spagna e Tunisia va rafforzandosi sempre più.

Un patto d’acciaio per l’olio extra vergine di oliva commodity e la qualità derubricata a pura facciata.

Una diarchia che prevede che la Spagna si faccia garante di tale politica in seno all’Unione europea e la Tunisia nel consesso dei Paesi arabi.

Vero è che in Spagna e Tunisia vi sono produttori, olivicoltori e frantoiani, che fanno dell’eccellenza la loro bandiera, ma siamo sicuri siano loro a decidere le politiche olivicole dei loro Paesi? Non c’è la possibilità che siano solo i coccolati “utili idioti” di una strategia che vorrebbe nascondere volumi di olio dozzinale dietro la maschera di un’immagine vincente e di qualità? Sono anni che in Italia, con qualche preoccupazione, si parla della possibilità che la Spagna indirizzi il 10% della propria produzione complessiva verso l’eccellenza. Con il livello di organizzazione della filiera iberica sarebbe assai semplice raggiungere questo obiettivo. Al momento resta solo uno spettro che aleggia e che forse siamo stati noi stessi ad alimentare.

Mentre vedo italiani pronti a salire sul carro dei presunti vincitori, osannandone le virtù e la lungimiranza, nel rispetto della celebre tradizione di servilismo nazionale, credo vi sia ancora spazio per una riscossa.

Prima ancora di piani strategici e grandi politiche occorre un piccolo, grande passo.

Occorre abbandonare il bieco individualismo e la cieca faziosità che anima da sempre lo spirito italico, nell’associazionismo e nel mondo imprenditoriale, a livello nazionale e nei territori.

Occorre molto coraggio per andare controcorrente, rompendo qualche tabù e molte consuetudini, guardando oltre il proprio orticello e la convenienza momentanea.

E’ il tempo del coraggio, del genio e della follia, doti che gli italiani hanno mostrato solo nelle vere emergenze.

Ce la possiamo fare, anche perchè l’alternativa è peggio: gridare “si salvi chi può” mentre la nave sta affondando…


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