La questione dell’uso improprio o del cattivo uso delle parole per ribadire una discriminazione di genere meriterebbe ben altre riflessioni di quelle messe in moto dal botta e risposta innescato tra Salvini e Spadafora in questi giorni.

L’abuso del termine “sessista”, in questa metà di luglio da parte del political correct-uncorrected lascerà ancora una volta il tempo che trova. L’elenco dei politici schierati pro o contro (viene sempre da chiedersi dove fossero prima) è lungo e scarsamente rilevante. Quest’uso linguistico offensivo-riduttivo del genere femminile non è nuovo.

Basta essere una delle tante viaggiatrici impegnate alla guida di una macchina, in affannosi percorsi per assolvere più ruoli, per non essere quasi mai considerate guidatrici ma “troie” al volante, minacciate dall’uso di un fallo manuale ben esplicitato . L’origine sessista dell’insulto onnicomprensivo alle donne e la quotidianità. Non ci si salva neanche nei luoghi di lavoro: puttane.

Senza definire tutta l’erba un fascio assistiamo anche ad atteggiamenti similari da parte di  uomini ritenuti di “cultura elevata” che, formalmente rispettosi, celano nel profondo un disprezzo sessista, magari inconsapevole, magari rimosso e occultato, che si scatena appena possibile.

Sessismo nella società
Sessismo nella società

Purtroppo e nostro malgrado pare che questa sia la cultura dominante, il peggio della storia di genere. Dunque dove andare a scavare per trovare le radici? Estirparle e diserbare attorno? Si è provato in diversi modi e tempi a dare una spiegazione valida, ovvero che redimesse  i rei e consolasse le vittime. Niente da fare, c’è sempre qualcosa che non torna agli uni o alle altre.

E’ qui che dovrebbe subentrare il governo dello Stato, la cultura, l’educazione e l’impegno di una società moderna e dei cambiamenti di cui si fa paladina. Se non si vogliono esportare schemi obsoleti anche nel prossimo futuro, in terra o nello spazio, questo gene “malato” andrà affrontato diversamente e con cure e regole inderogabili.

E se qualcuno non riuscisse proprio a fare a meno di considerare la donna “troia”, a meno che non gli si operi un trapianto di materia grigia, sarebbe importante sapesse che questo concetto, comunque esplicitato, potrebbe avere come conseguenza una querela, una multa, una condanna senza sconti o patteggiamenti. In anticipo ad ogni forma di violenza senza via di ritorno, che purtroppo semina di donne uccise la nostra quotidianità, una sanzione pesante (non riconvertibile) può fare la differenza. Una gabbia legislativa preventiva attorno al tunnel della violenza e della prevaricazione.

Uomini, mariti, fratelli, sfruttatori, compagni di scuola, mass media che facciano un uso improprio della differenza di genere o politici, perseguibili con lo stesso trattamento di pena. Infine attuare una riconversione del proprio vivere in una società e non mantenere un covo di manigoldi mascherati da perbenismo.

La serietà dell’argomento meriterebbe molto di più di un dibattito che non consideri la/le questioni di genere solo in base alle convenienze e al proprio tornaconto. I “protagonisti” che hanno tenuto banco in questi giorni come simboli di posizioni nobili o meno nobili, a seconda del vento e del mare, non possono essere considerati una sorta di dead line della questione paritaria di genere che, ahinoi, ancora è irrisolta.

Le donne non sono simboli. Non troie e non sante. Persone. Poi ci sono i buoi e gli asini…


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Marta Ajò
Marta Ajò, scrittrice, giornalista, si è occupata di politica nazionale e internazionale, società e cultura. Proprietaria, fondatrice e direttrice del Portale www.donneierioggiedomani.it (2005/2019). Direttrice responsabile della collana editoriale Donne Ieri Oggi e Domani-KKIEN Publisghing International. Ha vinto diversi premi. Ha scritto: "Viaggio in terza classe", Nilde Iotti, in "Le italiane", "Un tè al cimitero", "Il trasloco", "La donna nel socialismo Italiano tra cronaca e storia 1892-1978”.

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