Nessuna.

Perché i voti, in particolare quelli dell’elettorato femminile, si distribuiranno in ogni circoscrizione europea  secondo indicazioni che verranno dall’alto della politica, dai partiti, dai segretari, dai segretari dei segretari, dalle segreterie, dai centri organizzativi, dai diffusori mediali ecc., dalle promesse agli amici, dalle convenienze territoriali, dai sondaggi, dai talk, da come ti gira al momento di mettere quel segno sulla scheda.

Perché non sempre si parte con le idee chiare e mai come in questa campagna elettorale per l’Europa sono così confuse tra ciò che servirebbe, ciò che ci raccontano, l’interesse comune europeo o quello solitario, ma forte dell’Italia.

Ultimo nella mente, non per significato o peso reale, se scegliere di votare una donna.

E le donne ci sono, per una regola ormai obbligatoria che vuole indicata una candidatura di entrambi i generi.

votare una donna
votare una donna

“Stavolta voto una donna”. Una frase che purtroppo ancora si sente profferire, come se uno dicesse “stavolta voto strano”. Lo strano sta purtroppo nel fatto che il nostro Stato debba essere obbligato a rispettare un’indicazione che altrimenti manco se la sarebbe sognato di pensare, nonostante le molte prese di posizione da parte di un movimento composito, rappresentativo e qualificato di donne.

Per le donne l’Europa serve anche a questo.

A garantire che uguaglianza non sia una parola ma un fatto imprescindibile, la prevenzione alla violenza di genere un obbligo e non un optional. Allora ben venga la doppia rappresentanza. Ciò nonostante alcune cose, non di poco conto, possono essere ancora dette.

Che l’acquisizione di ogni diritto passa comunque da una politica prevalentemente maschile e concessa come un dono paternalistico, illuminato, generoso. Le donne nelle liste, vengono messe come tali, perché hanno la gonna o i capelli lunghi, collane o borsette, tacchi alti. Però hanno la voce stridula, sono impacciate, non hanno dimestichezza con i centri istituzionali e rimangono spesso  isolate.

Una serie di contraddizioni che distinguono l’indicazione di genere come un fatto da considerarsi ancora discriminante.

Inoltre, Di Maio lo ha dichiarato esplicitamente (ma ugualmente  accade nelle altre forze politiche), esse vengono scelte, selezionate, “capate” in base ad un curriculum opportuno ai propri schemi e a garanzia che siano obbedienti. Raramente esse sono portatrici di potere politico, in termine di consensi interni o voti esterni. Questa posizione intermedia tra il quadro politico e la funzione di rappresentanza di una parte sociale, di politiche e bisogni, viene arginata durante tutto il mandato salvo qualche impennata individuale, qualche ricerca di autonomia politica o, peggio, qualche implicazione poco legale. In questo quadro, un po’ pessimistico ma aperto alla speranza, sorge la domanda se questo è quello per cui le donne si sono spese per decenni, se è quello che vogliono e se infine è utile per il futuro.

In una politica fortemente rappresentativa della società nella sua mutevolezza, primo fra tutti il problema dell’integrazione ormai inarrestabile, la rappresentanza femminile non può essere considerata un fastidio da risolvere, un nodo scorsoio da sciogliere.

L’evoluzione della storia, delle società in ogni parte del mondo raccontano di quanto le donne abbiano contribuito al mantenimento della vita, all’accudimento della prole, all’economia e alla crescita della specie umana. Protagoniste nelle guerre, nello sviluppo e nel mantenimento della pace. Ciò nonostante prevaricate da un potere maschile che si è avvalso del ricatto della maternità per confinare le donne-madri davanti a scelte irreversibili. “Donna tu partorirai con dolore uomo tu lavorerai con sudore”. E nell’immaginario collettivo siamo avanzati pochissimo. E all’alba di un nuovo Millennio, in cui si prevedono cose impensabili dal punto di vista tecnologico, intelligenze artificiali che tutto e tutti possono sostituire, le uniche macchine progettate al femminile sono quelle della bambola del sesso, dell’infermiera robot ecc. Schiacciando le donne future a ricoprire sempre il medesimo ruolo in un immaginario collettivo che pare non evolversi.

Tra confusione, indignazione, partecipazione e sottomissione le donne continuano a non allearsi fra di loro se non per piccole battaglie, per settori e per manifestazioni ininfluenti.

Per quanto ogni cosa scritta sia passibile di contestazione e di ribaltamento di tesi, di discussione, oggi siamo di fronte ad un fatto preciso in scadenza con il tempo (elezioni europee di domenica 26 maggio) che induce ad una scelta.

Le donne, non avendo raggiunto, ancora e malgrado tutto, la maturità necessaria per studiare in termini complessivi un modello organizzativo di alleanza, non sono state in grado di avviare un movimento veramente unito che esprimesse candidature rappresentative e garanti (con una costruzione delle garanzie medesime) dei bisogni comuni e diversi che esse esprimono.

Partendo dal dato che ognuna, come individuo e non come donna, ha il suo orientamento politico, il proprio riferimento partitico,  alleanze da gestire,  legami personali,  convenienze professionali o altre scelte personali nel corso della propria vita,  potrebbe essere ipotizzabili che almeno una volta esse si misurassero su se stesse.

A questa ipotesi, che potrebbe essere considerata un’utopia fuorviante, l’esperienza racconta che in ogni tornata elettorale le forze in campo (partiti, correnti ecc.) abbiano spesso scelto di operare una sorta di conta su un candidato a cui riversare i propri voti.  La verifica del proprio peso  avveniva attraverso la conta delle preferenze per territorio-zone-circoscrizioni ecc., su quel nome.

Poiché da qualche parte bisognerebbe cominciare ad abbattere il muro, perché non riflettere su una sola candidata “dimostrativa” su cui convogliare un voto unico, nelle circostanze opportune? Una candidatura che andrebbe costruita nel tempo e non all’ultimo momento sulla base di una scelta di “pancia”. Non funziona così e i movimenti sono destinati a disciorgliersi nel tempo se non si trasformano in entità diversa, con un’identità ed un ruolo che possano condizionare il panorama della politica.

Dunque, per ritornare alle elezioni Europee, sarebbe importante, auspicabile che si verificasse un exploit di qualcuna.

Perché è venuto il momento di capire dove sia arrivata la lunga onda del “femminismo” ormai storicizzato, se la politica di genere e dell’uguaglianza si sia esaurita, se le donne abbiano ancora motivo di pretendere attenzione oppure sia l’ora che tutto si acquieti.


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Marta Ajò
Marta Ajò, scrittrice, giornalista, si è occupata di politica nazionale e internazionale, società e cultura. Proprietaria, fondatrice e direttrice del Portale www.donneierioggiedomani.it (2005/2019). Direttrice responsabile della collana editoriale Donne Ieri Oggi e Domani-KKIEN Publisghing International. Ha vinto diversi premi. Ha scritto: "Viaggio in terza classe", Nilde Iotti, in "Le italiane", "Un tè al cimitero", "Il trasloco", "La donna nel socialismo Italiano tra cronaca e storia 1892-1978”.

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