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domenica 9 Agosto 2020

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Stop all’olio extravergine d’oliva come prodotto civetta nella GDO – No EVO low cost – Firma la petizione!

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Moondo si batte per un cibo buono, sano e nutriente, riconoscendo gli sforzi di tanti “artigiani del cibo” che dedicano la loro vita per produrre quelle eccellenze alimentari che sono il vanto dell’enogastronomia italiana nel mondo. Con grande piacere sosteniamo la petizione lanciata dalla Prof.ssa Clodoveo dell’Università di Bari, per la tutela dell’olio extravergine d’oliva italiano di qualità, invitando tutti i nostri lettori a sottoscriverla. Grazie!

L’Università italiana, accanto a formazione e ricerca, persegue una terza missione per favorire la valorizzazione della conoscenza ed il suo impatto su sviluppo economico, sociale e culturale della società. Come docenti universitari e nell’ambito della Terza Missione siamo dunque chiamati anche a manifestare istituzionalmente il nostro impegno sociale, impegnandoci a contribuire al bene pubblico e al rafforzamento dei valori democratici e dell’avanzamento civile, consentendo relazioni di reciprocità tra istituzioni, ricercatori, organizzazioni e pubblico con l’obiettivo di generare benefici comuni anche partecipando alla formulazione di programmi di pubblico interesse, e influenzando i policy maker nella promulgazione di nuove leggi offrendo un punto di vista super partes. In qualità di docente in Scienze e Tecnologie Alimentari del più antico e grande Ateneo pugliese, ho un rapporto privilegiato con gli Stakeholder del Settore Olivicolo Oleario, per numerosità degli stessi sul territorio regionale e per vastità della produzione che da sola, in Puglia, supera il 60% dei volumi di olio prodotti in Italia.

Il confronto continuo dei diversi gruppi di attori locali che operano nell’ambito del sistema olivicolo oleario ha potuto suscitare, nell’arco di numerosi anni, la condivisione di informazioni, esigenze, visioni e, ha generato conoscenze implicite ed esplicite divenute oggi un patrimonio utile a creare un senso di appartenenza tra gli attori chiamati a delineare le strategie per il futuro dell’olivicoltura Pugliese, e nazionale. L’Università di Bari in più di una occasione ha saputo mostrare un’evoluta capacità di ascolto ed animazione indispensabile per compiere il percorso che porta da un primo “allineamento delle visioni” ad una vera progettazione partecipativa alle strategie di intervento.

Oggi assistiamo, come la cronaca quotidianamente mostra, all’agonia di un settore provato, a livello regionale e non solo, da fitopatologie, calamità naturali, andamenti dei prezzi di mercato che si ripercuotono non solo sulle aziende specifiche impegnate in olivicoltura ed elaiotecnica, ma anche sull’indotto e sulla economia locale legata alla vendita di beni e servizi.

La situazione è complessa e non è possibile ridurla ad una analisi semplicistica, ma si possono correggere le distorsioni che contribuiscono a rendere l’olio extra vergine di oliva una commodity, un prodotto indifferenziato per il consumatore, che si vede minacciato da frodi e contraffazioni, e si accontenta di informazioni parziali sulla qualità del prodotto riducendo progressivamente la disponibilità a pagare per un litro di olio.

Tra le principali minacce più volte additate dai produttori, l’impiego dell’olio extra vergine come “prodotto civetta” è uno dei temi oggi più sentiti ed ai quali chi ha la responsabilità di sorveglianza ed intervento è chiamato a rispondere.

Molti degli alimenti che popolano la prima pagina dei volantini pubblicitari della GDO sono detti “prodotti civetta”, cioè servono a richiamare l’attenzione dei consumatori nel punto vendita attraverso una appariscente riduzione di prezzo. È una tecnica promozionale impiegata nella vendita al dettaglio per a estendere il “giudizio di convenienza” da un articolo all’intero punto vendita.

Petizione contro olio low cost
Petizione contro l’olio extravergine d’oliva usato come prodotto civetta e low cost

Per cercare di arginare il fenomeno quotidiano che coinvolge l’olio extra vergine di oliva è stata lanciata una petizione “STOP ALL’OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA COME PRODOTTO CIVETTA DELLA GDO ‐ NO EVO LOW COST” sulla piattaforma di petizioni Change.org all’indirizzo http://chng.it/xfC8KZFFnk è rivolta al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo, Teresa Bellanova, e al sottosegretario alle Politiche Agricole, Giuseppe L’Abbate.

Lo scopo della petizione è esigere una proposta di legge che vieti l’utilizzo dell’olio extra vergine di oliva come prodotto civetta sui volantini della GDO. Utilizzare l’olio extra vergine di oliva come prodotto civetta può essere considerato uno strumento di “disinformazione” per il consumatore medio e costituisce una “aggressione” quotidiana per l’economia agroalimentare italiana. È necessario quindi reclamare una legge che vieti di utilizzare l’olio extra vergine sui volantini allo scopo di condizionare le scelte di acquisto dei consumatori, riducendo la disponibilità a pagare un prezzo equo e sostenibile, senza considerare le conseguenze ed i danni arrecati alla filiera olivicola olearia nazionale, e al tessuto sociale di vaste aree la cui economia si basa su questa produzione.

La petizione, infatti, ambisce ad essere anche uno strumento per comunicare ai cittadini le verità sulle dinamiche del settore olivicolo oleario e rendere i consumatori più consapevoli, anche attraverso la creazione di video che spiegano il valore di un olio extra vergine di qualità (https://www.youtube.com/watch?v=1I6Nz5LV9nQ).

La questione non riguarda l’impiego “occasionale” dell’olio come prodotto civetta, ma la costatazione che questa pratica di vendita è impiegata quotidianamente da tutti i circuiti della grande distribuzione organizzata nazionale.

L’impiego quotidiano, infatti, provoca danni economici irreversibili, che si proietteranno sulle economie agricole locali, sul territorio italiano, e anche in parte sulla salute del consumatore, perché non tutti sanno che produrre oli extra vergine a riconosciuta azione salutistica, è oneroso, e quando compriamo un olio low cost dobbiamo essere consapevoli che stiamo acquistando semplicemente un condimento lipidico estratto meccanicamente da un frutto, ma non un alimento funzionale in grado di agire come fattore di prevenzione di patologie (certificato dai claim salutistici dell’EFSA).

Infatti la fama di “grande guaritore”, così come di “profumo alimentare”, riguarda ad oggi una percentuale piccolissima di prodotto venduto al dettaglio, pari a circa il 10% degli oli extra vergine in commercio.

Nei molti cittadini che hanno già letto e sottoscritto la petizione è sorta la domanda se dietro un prezzo così basso si possano nascondere frodi e contraffazioni. In verità la questione non ruota intorno al tema del rischio di frodi, ma è incentrata sul perpetuarsi di un modello di marketing non sostenibile per la filiera.

L’olio “civetta” è certamente un extravergine, ma indifferenziato, e il prodotto in offerta rappresenta una quantità certamente limitata che serve solo, appunto, come “civetta” per attrarre i clienti che spenderanno molto per altri beni. Il problema nasce dalla consapevolezza che, se tutte le settimane i volantini inculcano nella mente di chi compra che il valore di un extravergine è mediamente 3 euro al litro (prezzo eccezionale riservato ad un numero di bottiglie limitato), gli oli a prezzo pieno e con caratteristiche distintive di origine, composizione, gusto, valore nutrizionale e salutistico, non troveranno mercato perché il costo di produzione è sicuramente almeno il doppio del prezzo sbandierato sul volantino.

Il rischio reale è che si crei un fenomeno noto in economia come “selezione avversa”. Quando il prezzo medio di un prodotto si attesta a livelli estremamente bassi, cioè chi produce una gamma dello stesso alimento di qualità superiore è costretto a due scelte obbligate:

‐ uscire dal mercato con conseguenze drastiche sull’attività imprenditoriale e sui posti di lavoro che da essa dipendono

– cambiare segmento di produzione, verso una gamma di qualità inferiore, compatibile con la possibilità di coprire i costi di fabbricazione ed ottenere un reddito adeguato a gestire l’azienda e pagare i dipendenti e le tasse.

Quando l’olio extra vergine di oliva, noto come alimento di elevato valore per i suoi pregi nutrizionali, salutistici ed organolettici, viene presentato sui volantini dei supermercati con prezzi spesso al di sotto del valore di mercato (il cosiddetto sottocosto), una porzione della filiera ne trae vantaggio (il segmento distribuzione e vendita al dettaglio), mentre il resto degli stakeholder ne pagherà conseguenze al ungo termine con riflessi sull’economia e sulla società civile.

Per meglio chiarire questi aspetti sono necessarie alcune riflessioni.

L’olio extra vergine di oliva è un prodotto “identitario” per l’Italia che genera, nelle regioni vocate, più del 10% del PIL agricolo.

L’identità è legata alla storia e ai miti che permeano l’olio extra vergine di oliva, alla sacralità attribuitagli da tutte le religioni, alla dimensione alimentare e di cultura gastronomica, al valore paesaggistico delle piante da cui nasce che, da elemento del territorio, si trasformano in “paesaggio interiore” capace di fondere il vissuto di ogni individuo in una dimensione collettiva.

Svendere l’olio extra vergine significa condannare gli oliveti all’estinzione e cancellare l’identità di migliaia di italiani, perché una coltura che non fornisce il “giusto” reddito ai “custodi” della biodiversità, gli olivicoltori, non ha le ragioni imprenditoriali per essere sostenuta e perde i requisiti di sostenibilità sociale, economica e ambientale.

All’estinzione dell’olivicoltura seguirà la chiusura delle migliaia di frantoi sparsi sul territorio italiano. Questo fenomeno oltre che condannare a morte migliaia di PMI, con le chiare conseguenze sulla occupazione e l’economia locale, determinerà la perdita irreversibile di un know‐how fatto di conoscenze ed esperienze, artigianalità e genius loci, tramandate da padre in figlio.

Infine, ad essere danneggiata sarà anche tutta la popolazione civile che non potrà più usufruire della migliore fonte lipidica alimentare prodotta in Italia, a cui è riconosciuta, se l’EVO è di qualità, potenzialità nella prevenzione di numerose patologie. Il risultato si tradurrà non solo in un danno per la salute ma anche in un verosimile incremento sella spesa sanitaria nazionale.

Il “sottocosto” non è dunque un modello di marketing efficace a garantire un reddito idoneo per migliaia di operatori dalla filiera olivicola olearia.

Molti consumatori potrebbero ritenere conveniente trarre tutti i vantaggi subito senza pensare al futuro delle aziende e delle persone. “Conveniente” però non significa giusto, equo, sostenibile.

Il cibo a basso costo non esiste. Dietro un mercato al ribasso si possono nascondere, a lungo termine, materie prime scadenti, scarso rispetto delle leggi sull’igiene, sulla sicurezza dei lavoratori, sullo smaltimento dei rifiuti, sulla sicurezza dei consumatori. Non fingiamo di non sapere che ciò che non si paga subito con il denaro si pagherà in seguito in salute e ambiente.

In altri paesi i consumatori si stanno muovendo in questa direzione. In Francia milioni di persone stanno boicottando i beni low cost chiedendo a gran voce prodotti di qualità.

La filosofia anti low cost porta il nome “C’est qui le patron?” e mira alla sostenibilità socio‐ambientale delle filiere, premiando la conversione al biologico, il benessere animale e qualità del cibo somministrato agli animali, un equo compenso ai produttori, l’origine controllata delle materie prime e luogo di produzione delle merci e i profili nutrizionali degli alimenti.

Anche in Italia possiamo fare una rivoluzione dei consumatori, partendo con una semplice firma sulla petizione #NOEVOOLOWCOST http://chng.it/xfC8KZFFnk e diffondendone i contenuti.






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