Non credo che Facebook o Twitter trabocchino per tutti di note e commenti su Craxi e sul film di Amelio. Ma è certo che per molti di noi la cui rete di amici è fatta di persone con vissuto e memoria l’argomento è esploso in questi giorni e ha trovato robusta cornice sui media storici e tradizionali. Quelli televisivi, quelli giornalistici e quelli editoriali.

Di film di richiamo a figure del nostro passato prossimo ve ne è stato più d’uno nel corso degli anni. Quasi sempre si è prodotto un “certo” dibattito. Mai una valanga di questo genere.

Bettino Craxi ad Hammamet
Bettino Craxi ad Hammamet

Ho portato anch’io il mio coriandolo a questa ventata di parole (e di pensieri) qui, su queste colonne (“I due piatti della bilancia nel giudizio su Craxi. Ripensare è un dovere della storia“), e non torno quindi su argomentazioni comparative, ieri e oggi, meglio o peggio, Italia con la I maiuscola, italia al minimo di reputazione, eccetera.

Prendo però dal format di Twitter il paradigma delle 280 battute (al massimo) per provare e cogliere le ragioni e la portata di questa valanga.

  1. Le storie popolari che hanno subito rimozioni forzate prima o poi tornano a galla. Se esse non erano popolari, ovvero se hanno tolto al popolo anziché dare al popolo, fanno la fine dei videomessaggi di Emanuele Filiberto di Savoia. Durano una sera.
  2. Le storie rimosse vengono facilmente riproposte all’attenzione pubblica se chi le racconta non appartiene al coro militante. Ma senza la cocciutaggine di quel coro non si mette di mezzo l’acrimonia dei vecchi denigratori. Grazie ai quali finalmente la gente capisce da che parte stare.
  3. I vecchi denigratori raccontano vecchie storie. I nuovi narratori scelgono un altro verso della disputa. Che deve coincidere con tre stelle comete: l’assenza dei padri, l’assenza delle patrie, l’assenza dei progetti. Ciò che produce tre pubblici: orfani, sognatori, professionisti.
  4. A destra questa vicenda fa capire che è finita l’appropriazione indebita di Berlusconi del voto socialista. A sinistra fa capire che è finita l’appropriazione indebita delle idee dei socialisti.
  5. Craxi piaceva ai comunisti che lavoravano, ai democristiani che amavano l’Italia laica, ai liberali che credevano più alle persone che alle corporazioni, agli intellettuali che avevano deciso di smettere di predicare la rivoluzione purché a contratto.
  6. Craxi non era né esule né latitante. Era semplicemente espatriato. Per lui la pena maggiore, non la furbata maggiore. Questa è la cornice di lettura del film di Gianni Amelio.
  7. Favino assomiglia a Bettino grazie alle tecniche cinematografiche. Ma la sua voce è quella di Bettino – rigenerando così per molti un rapporto vibrante – grazie ad uno studio introspettivo che non è stato fatto da nessuno psicologo e da nessun giornalista.
  8. I piedi nudi di un milanese con il loden e la sciarpa che cammina tra le guglie del Duomo andando verso suo padre sono una pagina dedicata alla stravagante idea della libertà. Questa pagina Craxi l’ha ereditata e l’ha coltivata.
  9. Vi è chi ha avuto il coraggio di intervenire ammettendo di avere lodato Craxi e poi di aver ceduto all’idea di considerarlo indifendibile. E’ interessante leggere l’aggiornamento di pensiero secondo cui gli ultimi venti anni di storia italiana gli restituiscono difendibilità. 
  10. Craxi era meglio di un certo craxismo. Craxi non era la sintesi di tutto il socialismo. Craxi aveva difetti e ha commesso errori. Adesso queste cose si possono dire e pensare senza difese o omissioni di ufficio.


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Stefano Rolando
Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.