25 Aprile – 1 maggio – 26 maggio: tre date, un unico significato, ma perso nella corsa al “votatemi”

Pochi giorni separano il 25 Aprile, il 1° Maggio e la data delle elezioni europee che, probabilmente, ridisegneranno lo scenario politico del Vecchio Continente. Le prime due date offrono, e non solo al nostro paese, i due pilastri, le Scilla e Cariddi, i vincoli della politica del modello europeo, quello basato sul welfare state.

Da un lato, infatti, abbiamo quello che è il vero e unico collante della storia dei popoli europei del ‘900 e che spesso viene occultato e nascosto o dimenticato dagli stessi vittoriosi protagonisti: la lotta e il successo sul Nazi-fascismo di decine di popoli in lotta dopo essere stati sottomessi e ridotti alla fame.

Fu proprio quella vittoria a rappresentare il vero seme delle democrazie nate dalla fine di quel disastro epocale rappresentato dalla Seconda guerra mondiale. Se dal punto di vista culturale e religioso, infatti, le radici presenti nel vecchio continente sono molteplici, differenziate e a volte contraddittorie – racchiudendo anche elementi separativi nella storia dei popoli e delle nazioni – il cemento che ha unito, per decenni, nella pace i popoli europei (si, proprio i popoli, ben prima delle nazioni, perché sono le popolazioni, le persone, che vengono impiegati nei campi di guerra, nei campi di sterminio e muoiono), è rappresentato proprio dalla lotta e dalla vittoria sul nazifascismo. Anche questo andrebbe ricordato sempre, il nazifascismo non fu solo una ideologia che basava la sua prospettiva sull’odio verso l’altro – tra l’altro basandosi su meccanismi di riconoscimento identitario che lascerebbero fuori dalla cerchia dei “puri” e garantiti i molti che oggi si professano neo-osservanti di tale ideologia – ma rappresentò un regime dispotico e disumano, un regime contro gli insegnamenti di accoglienza e amore della religione cristiana a cui molti neo-simpatizzanti della destra dicono di ispirarsi. Non è un caso che il papato di Francesco è messo nel mirino proprio perché incarna una contraddizione vivente tra il messaggio di pace e accoglienza dell’altro da sé, contenuto nel Vangelo e nelle parole del Cristo, e le pratiche pseudo-religiose di matrice tradizionalistica tipiche degli apparati istituzional-religiosi nazionali ereditate dalla storia medioevale.

Il Nazismo e il Fascismo furono anche i regimi più corrotti della Storia umana. Nacquero sulla base della critica al disagio della crisi economica del capitalismo dell’epoca, il cosiddetto “disordine democratico”, poggiarono il loro potere sulla costruzione di una società senza nessun contrappeso sul piano politico, eliminando, anche fisicamente, gli avversari politici, impedendo qualunque libertà di stampa e di organizzazione sociale e politica che non fosse sotto il controllo del potere. Chi era al comando di quelle società faceva i propri comodi senza rispondere a nessuno e senza i limiti, raccontando alla gente quello che gli faceva comodo per mantenere il loro potere e arricchirsi sulle spalle della società. Sarebbe utile raccontare, alle nuove generazioni che si affacciano alla vita sociale e politica, la verità sulla natura e la corruzione di quei regimi che sono avvolti, nei racconti della propaganda neo-nazista e neo-fascista, da una falsa aura di ordine, disciplina e onore, quando invece, hanno rappresentato la pagina più meschina, disumana, ingannevole e corrotta della Storia. Una pagina che portò, inoltre, non solo alla sconfitta della loro folle ideologia, ma alla più immane tragedia umana.

Per questo motivo, prima di queste elezioni europee, sarebbe stato necessario uno scarto democratico messo in campo dal parlamento uscente. È mancato, infatti, il lancio di una proposta politica in grado di ancorare chiaramente il futuro della dimensione europea alle radici della sua Storia. Proprio in virtù del fallimento nella scrittura della Costituzione europea, sarebbe stato utile mettere un punto saldo da cui far ripartire il processo politico dei popoli dell’Unione. La proposta dell’approvazione dell’unico “Articolo 1” della futura Costituzione Europea: “L’Europa Unita è una Europa Anti-nazista e Anti-fascista”. Questa è la verità storica, questo è il vero e unico collante in grado di mantenerla unita. Altro che moneta o trattati economici sui deficit, debiti e quant’altro. Questo sarebbe stato l’elemento discriminante per rimettere la Storia del nostro continente sui binari di una dialettica precisa e democratica. Un riconoscimento che non avrebbe voluto oscurare le condizioni sociali e culturali che sono alla base del rinnovato vigore di formazioni neo-naziste, ma che avrebbe consentito di ribadire le salde radici della comunità che aveva sconfitto il nazifascismo, costruito la società democratiche e ancorato il dibattito politico europeo. Il nostro 25 Aprile avrebbe germogliato donando frutti utili alla storia di tutti i popoli d’Europa.

Elezioni europee 2019
Elezioni europee 2019

Dall’altro lato abbiamo il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. Il lavoro, infatti, ha rappresentato l’altro asse portante della società europea. La portata di diritti connessi al lavoro che, nel nostro continente sono andati ben oltre il semplice riconoscimento di un salario giusto e dignitoso o di una tutela di diritti legati al suo svolgimento, sono approdati al riconoscimento del fatto che è attraverso la sua dignità che si diviene cittadini a tutto tondo. Ed è proprio la rottura di questa colonna ad aver messo in discussione la solidità delle nostre società, aperto alla crisi economica e spalancato nuovamente le porte alla richiesta di “ordine e disciplina” su cui i movimenti neofascisti attecchiscono e prosperano nelle periferie del mondo.

Paradossalmente, però, è proprio la dimensione del lavoro, quella dei movimenti sociali nati dalla sua organizzazione collettiva, ad essere i principali assenti sulla dimensione europea. È la dimensione europea dei suoi diritti ad essere assente perché ancora ancorata alla dimensione nazionale o addirittura territoriale. Pensate l’aberrazione delle organizzazioni che vorrebbero tutelare e rappresentare l’intero mondo del lavoro quando, di fronte alla crisi del modello di welfare state (il modello di tutele generalizzato) rispondono con la contrattazione del “welfare aziendale”. Cioè, garantire tutele a chi è già, in qualche modo, tutelato da un contratto di lavoro e a cui dare ulteriori tutele che la collettività non è più in grado di garantire a tutti, differenziandole, tra l’altro, da azienda ad azienda. Altro che logica “confederale”, siamo alla dismissione del fronte politico del mondo del lavoro, all’inseguimento del “tesseramento di scambio”, l’analogo del “voto di scambio” già praticato nella sfera del politico da molti partiti anche della sinistra.

È proprio questo deficit “politico” che sta determinando una dimensione della politica europea sempre più schiacciata sulla dimensione finanziaria e monetaria. È una incapacità a rappresentare gli interessi di un mondo del lavoro europeo attraverso un salto di qualità della contrattazione, delle nuove tipologie del lavoro, dei suoi interessi generali, inseguendo le logiche di “dumping sociale” nella speranza di accaparrarsi il residuo lavoro umano che il ciclo economico capitalistico sta prefigurando.

Pensate a cosa sarebbero state queste elezioni europee con un confronto politico vero sulla natura storico-politica dell’Europa del secondo dopoguerra e sulla centralità nuova del mondo del lavoro per il futuro politico del Vecchio continente.

È per questo che la prossima scadenza elettorale europea risulta monca, afona, incapace di indicare terreni politici sui quali avanzare proposte strategiche. Per questo molti ex elettori della sinistra, a queste elezioni ancor più che nelle precedenti, guarderanno oltre i vecchi confini partitici o resteranno a casa. Non sono sufficienti nuove grafiche elettorali e le solite liste di nomi, in assenza di una nuova teoria politica della fase e una capacità strategica di guardare alle dinamiche politiche. E questo vale sia per la “lista aperta” del PD sia per le varie articolazioni alla sua sinistra.

Pensate alla lontananza tra le parole (e i fatti) delle varie forze della sinistra in Europa e il movimento dei giovani che chiedono un nuovo modello di sviluppo, che rompe con lo sviluppismo, in nome della salvezza del pianeta. Pensateci un momento e capirete che lo schema che ci ha accompagnato, tutti, nel ‘900 non è più in grado di farci fare un passo in avanti. Che i gruppi di candidati delle varie liste non rappresentano più un gruppo dirigente perché non sanno indicare una strada se non quella del “votatemi”. 1

Ci saranno forze politiche che sapranno riprendere le radici profonde e rinvigorirle fino a far gettare nuovi getti ad una pianta europea che sembra rinsecchirsi sempre più?


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Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

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