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martedì 30 Novembre 2021
In evidenza Caso Morisi. Niente moralismi o ipocrite ritorsioni

Caso Morisi. Niente moralismi o ipocrite ritorsioni

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Riflettere rapidamente su come tornare a separare, con regole chiare, comunicazione istituzionale e comunicazione politica.

La scivolata occorsa a Luca Morisi – il capo della comunicazione selvaggia che ha popolarizzato e soprattutto polarizzato Salvini, quando era ministro dell’Interno facendolo al tempo stesso uomo di governo e uomo di lotta – non va trasformata in una vicenda criminosa in cui si scopre uno stupratore incallito, un capo dei narcos, l’anello di una mega-corruzione.

E’ il fortuito contrappunto della storia di una personalità sottesa, con limiti e debolezze, di cui si scopriranno i confini, fin qui ben limitati, che vanno in prima pagina perché sono la nemesi della linea della comunicazione aggressiva che, su suo consiglio e con le sue prestazioni, Salvini ha mille volte adottato contro avversari, resi talvolta bersaglio di cose più gravi e altre volte anche di cose meno gravi.

Ad accertamenti avvenuti rimarrà semplicemente il dato che è finita una mitologia. La mitologia della “Bestia”, invenzione di due invenzioni in una nel cambiamento abissale della comunicazione politica dell’età digitale.

  • La prima è l’invenzione squadrista dell’intervento massiccio e programmato della comunicazione politica sui social media: oggi per lodare il capo, domani per demolire non solo l’avversario ma anche il fruscio di un piccolo dissenso nei confronti del capo. Giorni di attacchi di artiglieria digitale a scopo demolitivo. Insieme a giorni di fuochi di artificio digitale a scopo celebrativo. Mentre la scoperta di questa “arte” avveniva in mezzo mondo e Trump la adottava sostituendo il suo twitter casareccio al comunque levigato ufficio stampa della Casa Bianca, l’Italia si allineava a questa sperimentazione sovversiva con il fenomeno Salvini/La Bestia capace di far salire consensi e proiezione di voto con una velocità inaudita per il sonnacchioso elettorato italiano.
  • La seconda è l’invenzione – causata dal provvedimento di legge del governo Letta di eliminazione del finanziamento pubblico dei partiti – che per gestire finanziariamente quella guerriglia non era più necessario seguire l’esempio degli espropri proletari della Brigate Rosse. Era invece sufficiente andare al Governo. E applicare il trasferimento di interi plotoni di combattenti digitali nell’ambito istituzionale previsto per la comunicazione istituzionale di un ministro mettendo tutti a cedolino pubblico e quindi a spese del contribuente.

L’altro soggetto del populismo italiano, del tutto incurante allora dello stravolgimento di ruolo della comunicazione istituzionale, è stato naturalmente il Movimento Cinque Stelle che – per sostenere la propria tesi connaturale dell’abolizione del finanziamento pubblico della politica – ha mescolato due esperienze: quella dei partiti della sinistra storica della prima Repubblica (soprattutto i comunisti) di obbligare gli eletti a versare una quota importante degli emolumenti al partito;  e quella ad imitazione del nuovo corso salviniano di piazzare i piazzisti della politica (il più funambolico di tutti, Rocco Casalino, addirittura a fianco del primo ministro, con potere sovraordinato a qualunque funzione comunicativa del palazzo), ben inteso a spese a sua volta del contribuente.

Con l’uscita di scena di Casalino e con l’incidente occorso a Morisi questa lunga turbativa pubblica, che va sotto il nome di cancellazione della comunicazione istituzionale a vantaggio dell’elevazione della comunicazione politica a spese dirette dei cittadini e soprattutto in forma di guida strategica dell’esternazione stessa delle istituzioni, chiude i suoi maggiori cantieri.

Che restano tuttavia aperti – in forme meno dirompenti e con una mercuriale espansione che riguarda anche i livelli territoriali e, ben inteso, anche ambiti politici occupati da forze anche meno dichiaratamente populiste e dunque già molto radicate negli spazi occupati da altri partiti, PD e Forza Italia innanzi tutto.

In questi anni – per le mie esperienze prima istituzionali e poi accademiche attorno alla regola della distinzione netta tra la comunicazione istituzionale e la comunicazione politica e per le responsabilità che tuttora rappresento nel sistema europeo degli operatori del settore, ho preso più volte posizione, senza mai attaccare le persone ma sostanzialmente tenendo acceso il dubbio in ordine allo stravolgimento che si veniva attuando senza vere proteste a causa della comoda convergenza di tutti i partiti almeno nel  trovare il proprio tornaconto in questo scivolamento.

Riprendo la parola in questa occasione perché gli episodi di cronaca – su cui non mi ergo nemmeno lontanamente a giudice o a moralizzatore – segnalano tuttavia un fine ciclo circa le pieghe più smodate, eccentriche e manipolatorie della confusione tra le due forme della comunicazione pubblica. Forme che una parte dell’Europa mantiene seriamente separate garantendo i cittadini in ordine al trattamento del dato e al trattamento della spiegazione. Mentre l’Italia, paese fondatore della UE, è rapidamente entrata nel novero delle repubbliche delle banane allontanandosi incautamente da quelle regole.

Come si sa Mario Draghi, nel quadro di una gestione emergenziale del governo, ha fino ad ora gestito in modo asciuttissimo la comunicazione governativa (dando un segnale e un esempio che ha avuto il suo pur limitato effetto anche sul quadro generale delle istituzioni), limitandosi a un profilo di discontinuità, ovvero di conduzione in ombra, senza spettacolarizzazione e senza intendimenti elettoralistici della comunicazione.

Nessuno sa con certezza se questa emergenza stia per finire con un alto upgrading istituzionale dello stesso presidente;  ovvero se vi sarà il tempo due dell’esperienza di governo in atto. La materia troverà risposte tra le decodifica dell’imminente voto alle amministrative e le posizioni per il rinnovamento del ruolo settennale del Capo dello Stato.

La morale della riflessione di oggi potrebbe quindi mantenere la sua persistente legittimità nell’agenda stessa di questo governo, ovvero immaginare altri destinatari.

Di mezzo c’è naturalmente anche la lezione della pandemia, quella cioè connessa alla crescente domanda di spiegazione, di accompagnamento sociale, di garanzia dei dati, di disvelamento degli obiettivi e delle modalità di esecuzione dei progetti che si apprestano a miliardari finanziamenti, eccetera.

Soprattutto il tema – immenso, civile, essenziale in un paese che ha un alto numero di analfabeti funzionali – di “governare la spiegazione”.

Mi sia consentito dire – con la cortesia di questo giornale di pubblicare l’anteprima della copertina del mio libro di imminente uscita a questo riguardo – che provo a comporre un quadro più ampio di analisi e di proposta di riforma stessa della comunicazione pubblica, nel senso fin qui accennato.

Con la prefazione molto significativa di Giuseppe De Rita (tener conto dei bisogni della società).

Comunicazione pubblica come teatro civile
Comunicazione pubblica come teatro civile – Governare la spiegazione – di Stefano Rolando.

Con Draghi al governo oppure garante della Repubblica lo spirito invocabile per rendere questo dibattito politicamente possibile resta quello dell’esprit republicain.

La fine dei cicli dello stravolgimento e l’evidenza della domanda di ruolo sociale della comunicazione pubblica sono ora motivi di qualche auspicio non velleitario. Ma dal momento che tarda un serio movimento sulla manovra, indispensabile e preliminare, di una riforma base della politica stessa, l’auspicio si conferma legittimo ma anche assai fragile.






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