Da molto tempo Leonardo Da Vinci viene spesso indicato come il rappresentante della razza umana più degno della nostra moderna e universale considerazione, pur nelle difficilissima equiparazione di figure scientifiche, culturali, artistiche, politiche, imprenditoriali e altro.

Che sia il primo o tra i primi potrà dunque essere cosa arbitraria. Certo è che nel complesso perimetro di ciò che esprime il “brand Italia” Leonardo occupa un posto d’onore. E pertanto la sua poliedrica acclarata genialità (“fu architetto, pittore, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, anatomista, botanico, musicista“, dicono le biografie) produce, nei secoli, un importante dividendo di immagine e di reputazione all’Italia e agli italiani.

Così come lo fanno città e territori, patrimoni d’arte, prodotti naturali e tecnologici, figure rilevanti della storia nazionale (anche quando la nazione era solo “un’espressione geografica“), eventi e accadimenti, performances e destini.

Un brand nazionale si compone di infiniti fattori, alcuni dei quali fanno sintesi mentre altri spiccano con una rappresentatività di tale notorietà da diventare motori di un duplice trasferimento: da essi al Paese, ma anche dal Paese a loro stessi.

E’ evidente che ciò può riguardare in positivo figure o soggetti celebrati per virtù ma anche figure o soggetti celebrati per nequizie. Il “brand Germania” si avvantaggia dall’esistenza di Bach o Beethoven (tra tante cose) ma continua a pagare prezzo per la pervasiva identificazione con Hitler. Stessa cosa succede al “brand Italia” dal cui perimetro non escono ne’ Mussolini ne’ le mafie.

La riconoscenza italiana a Leonardo

Ragionando attorno a questi caratteri la riconoscenza italiana nei confronti di Leonardo da Vinci è dunque evidente. E lo è da cinque secoli, tanto è il lungo lasso di tempo che ci separa dalla sua morte avvenuta nel 1519.

Sulla grande stampa internazionale proprio questa ricorrenza, quella cioè del mezzo millennio che si celebra universalmente, nel primo semestre dell’anno in corso ha infatti sempre visto Leonardo primeggiare. Alcune volte unendo il suo nome a due altre figure che hanno parimenti cambiato la storia del mondo, quella del portoghese Fernão de Magalhães (per noi Magellano) che realizzo’ nel 1519 l’immensa impresa di fare il giro del mondo; e quella dello spagnolo Hernan Cortés che, nello stesso anno, assicurò al re di Spagna e alla religione cattolica il grande territorio del Messico mettendo fine alla civiltà azteca e facendo della Spagna la nuova potenza globalizzata della storia.

In sede storica ed in alcuni paesi europei il 1519 è anche ricordato per lo scontro dialettico sostenuto a Lipsia tra Martin Lutero (che due anni prima aveva pubblicato le sue 95 tesi antipapali che avrebbero messo in moto il protestantesimo) con il teologo difensore dei papi Johannes Eck, evento che per la sua notorietà porterà, nello stesso 1519, a una terribile bolla papale e nel 1521 alla scomunica di Lutero.

La morte in Francia e la leggenda del “genio francese”

Ma la morte di Leonardo da Vinci ad Amboise in Francia, all’età di 67 anni, in una iconografia che già lo ritraeva come “vecchissimo”, resta quest’anno l’argomento maggiormente ricamato attorno alla crucialità di quel 1519.

Ben inteso Leonardo non è solo rivendicato dall’Italia, per le evidenti ragioni prima ricordate. E’ anche rivendicato specificatamente da Firenze, città in cui Leonardo approda dal natio paese di Anchiano (frazione di Vinci) quasi diciottenne, indirizzato alla bottega del Verrocchio, poi entrando nella stretta cerchia dei Medici, per restarci almeno una dozzina di anni. Ed è naturalmente anche rivendicato da Milano – allora ducato di Milano – in cui Leonardo visse e operò a sua volta nella stretta cerchia degli Sforza ed in particolare di Ludovico il Moro dal 1482 al 1500. Il quindicennio successivo è chiamato dai leonardologi “periodo errabondo”: Pavia, Genova, Venezia, ancora Firenze e Milano, poi Como, Vaprio d’Adda e ben inteso anche Roma.

Nel 1517 Leonardo approda al Castello di Clos-Luce’ vicino ad Amboise. E’ “premier peintre, architecte et mecanicien du Roi”. Il re è François I di Orléans, figlio di Luisa di Savoia, tra l’altro duca di Milano, mecenate delle arti. Piangerà la morte di Leonardo, due soli anni dopo (tanto visse Leonardo in Francia), nel 1519. Ma furono due anni di intesa e articolatissima produzione per Leonardo, così da avere un posto importante nella sua galleria magistrale (che comprende anche l’opera sua più simbolica, cioè la Gioconda).

Per i francesi un’opera così intensa che naturalmente anche loro rivendicano Leonardo e lo considerano parte del “brand francese”. Tanto che il 3 maggio del 2019 il TG2 transalpino ha ricordato la ricorrenza della scomparsa del “genio francese”. Insomma non c’è francese colto che non ripeta la nota dell’Aretino: “Leonardo e’ morto nelle braccia del re François I”. E in pieno ottocento Jean Auguste Dominique Ingres dipingerà questa leggenda, La morte di Leonardo da Vinci, oggi al Musée des Beaux Arts a Parigi.

La morte di Leonardo da Vinci
La morte di Leonardo da Vinci ritratta dal pittore Jean Auguste Dominique Ingres, una delle tante fake news della storia.

Ci sono voluti gli eventi celebrativi dei 500 anni della morte di Leonardo per appurare (lo scrive Bernard Géniès sulle pagine del settimanale L’OBS, già Nouvel Observateur) che le carte confermano che il 2 maggio 1519 François I si trovava altrove rispetto al castello di Amboise, ed esattamente a Saint Germain en Laye. Dunque la “morte nelle sue braccia” era solo virtuale ed il celebre quadro di Ingres entra così a far parte della grande collezione delle “fake news” della storia.


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Stefano Rolando
Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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