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martedì 2 Giugno 2020

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Der Spiegel e la Corte suprema di Karlsruhe nello scontro tedesco tra industria e finanza

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In Germania la Bild-Zeitung parla alla “pancia” del paese assecondando e alimentando gli stereotipi sugli altri popoli e la Schadenfreude (vd La Bild, la Schadenfreude dei tedeschi e i Coronabond).

Der Spiegel invece parla all’intellighenzia e alle classi dirigenti, la “testa” del paese, ponendosi come un vero e proprio policy-maker con la sua linea editoriale e le sue scelte di campo.

Il grande choc economico della crisi sanitaria, lungi dal compattare i paesi dell’Eurozona in uno sforzo congiunto e solidale per uscirne insieme e nelle condizioni più allineate possibili, ha generato l’ennesima contrapposizione tra paesi del nord e paesi del sud, l’ultima di una lunga serie. Tuttavia questa volta, proprio per l’eccezionale gravità della situazione, scatena contenuti e toni di rare inconciliabilità e violenza, assomigliando sempre più a un redde rationem. Contrapposizione talmente inedita nella sua durezza, da aver prodotto una spaccatura anche all’interno del fronte del Nord, dove da settimane dichiarazioni e commenti di segno opposto si susseguono a ritmo incalzante in Germania, mostrando come fibrillazione e nervosismo siano ormai la cifra quotidiana della classe dirigente tedesca.

Der Spiegel, in questa sorta di contesa finale, sembra aver preso la parte dei paesi del sud e in particolar modo dell’Italia, che ne è simbolicamente la guida. Il 4 aprile Steffen Klusmann (Deutschland ist unsolidarisch, kleingeistig und feigeLa Germania è non solidale, gretta e vigliacca) apriva uno squarcio in quello che, visto da Sud, appariva come il fronte compatto dell’ortodossia finanziaria: “Non esistono alternative agli Eurobond in una crisi come questa. L’Europa sta affrontando una crisi esistenziale. Apparire come il guardiano della virtù finanziaria in una situazione del genere è gretto e meschino. Forse conviene ricordare per un momento chi è stato a cofinanziare la ricostruzione della Germania nel Dopoguerra”. Niente in confronto all’editoriale di fuoco di Thomas Fricke del 24 aprile scorso (Deutschlands fatales Zerrbild von ItalienLa fatale distorsione tedesca dell’Italia), nel quale l’editorialista ridicolizza gli stereotipi degli “esperti tedeschi” sugli italiani e addirittura descrive il nostro come un paese finanziariamente virtuoso. Altro che popolo di “spendaccioni” cronici, che anziché risparmiare, sperpera denaro e s’indebita: il bilancio pubblico italiano è in avanzo primario da ormai tre decenni, il che corrisponde a un vero e proprio risparmio record. Altro che “tossicodipendenza da debito degli italiani”, in realtà in nessun altro paese il debito privato rapportato al PIL è basso come in Italia. Di colpo l’opinione pubblica tedesca vede sulle pagine del più autorevole periodico nazionale l’Italia trasformarsi da cicala in formica! Se i contenuti sono molto forti, i toni non sono da meno. Gli esperti tedeschi “si credono dei papi dell’economia”, ma “per pigrizia o altro, preferiscono rimestare i soliti cliché, anziché occuparsi di semplice analisi e statistica macroeconomica”. Sono dei “pagliacci che vorrebbero spiegarci il funzionamento del mondo… ma qui non siamo al circo”. “L’Europa sta vivendo un dramma”, non per colpa degli italiani, ma “per una percezione sbagliata” e “arrogante” che gli esperti tedeschi hanno dell’Italia, probabilmente accecati dall’”invidia per il clima più mite, il cibo migliore, il sole e il mare”, di cui godono gli italiani. “Arroganza particolarmente tragica”, la definisce l’editorialista, perché, oltre ad essere tra le cause indirette del dramma delle tante morti italiane da pandemia per mancanza di posti letti negli ospedali, senza porre freni, a breve sarà soprattutto causa diretta della fine dell’Eurozona.

La chiosa finale è molto significativa: “È giunto il momento di fermare il dramma con l’adozione degli Eurobond…altrimenti tra qualche anno l’Unione Europea non ci sarà più”, perché “paesi come Italia e Francia non avranno più intenzione di partecipare a quel gioco, grazie al quale la Germania per decenni ha costruito la propria prosperità”.

Sembra di ascoltare la voce dell’industria tedesca, prima potenza manifatturiera europea, quarta a livello mondiale, ma seconda solo alla Cina per livello di esportazioni. È il potente motore del grande surplus commerciale della Germania verso l’Eurozona e verso il resto del mondo. Quando si parla di una moneta comune costruita sulle esigenze del capitalismo tedesco (vd Draghi e il bazooka americano per riprendersi l’Europa), ci si riferisce soprattutto alla sua industria manifatturiera esportatrice, maggior beneficiaria.

Fin dalla nascita dello SME – l’antenato dell’euro – la questione dell’Italia dentro o fuori l’area monetaria comune, ha sempre generato un conflitto d’interessi tedesco tra finanza e industria. La prima, molto insofferente dell’ingombrante debito pubblico del vicino, cercava di cogliere l’occasione per liberarsene; la seconda, molto preoccupata dalla perdita del controllo monetario sulla seconda potenza manifatturiera d’Europa, muoveva tutte le leve per tenerla ancorata nella stessa area valutaria. L’acceso dibattito tedesco di questi giorni sulla questione italiana con contenuti forti e toni violenti, sia in una direzione, che nell’altra, ricorda molto da vicino il precedente del biennio ’97-’98, quando, sulla base dell’aderenza ai parametri di Maastricht, si doveva valutare quali paesi dello SME potessero entrare nel nascente euro. Sebbene il governo Prodi-Ciampi stesse sottoponendo il bilancio pubblico a una “cura da cavallo” per rientrare nel parametro del 3% del deficit sul PIL, l’Italia in ogni caso sforava, e di molto, il parametro del 60% del debito sul PIL. Non avrebbe dovuto passare l’esame, secondo una valutazione prettamente tecnica, ed era quello che chiedeva a gran voce la finanza tedesca. Tuttavia alla fine prevalse l’industria, Kohl resistette alle pressioni delle élites finanziarie e l’Italia fu ammessa all’euro, non per criteri economici, ma per decisione politica.

La situazione attuale in cui si trova la Germania è molto più difficile di allora. Non è più in gioco soltanto la competizione tra la manifattura italiana e quella tedesca, a sfavore della seconda per la concorrenza valutaria della prima; non è più soltanto una questione di accesso delle merci tedesche al mercato italiano. Oggi la posta in gioco è ben più alta, mentre la Germania si trova a fronteggiare un dilemma “esistenziale” e allo stesso tempo un duro e inedito attacco che le arriva da più fronti. L’Eurozona a tutto suo vantaggio non è più sostenibile.

Le avvisaglie si erano già viste ampiamente dopo la grande crisi del 2008 e la successiva ristrutturazione del debito greco, ma la crisi sanitaria del coronavirus ha dato la spallata finale. Il presidente francese l’ha detto chiaramente nella sua intervista al Financial Times del 16 aprile scorso (vd La grandeur dei francesi e la scelta epocale di Macron), parlando dei populismi anti-europei, alimentati dai comportamenti egoistici dei paesi più ricchi: “Quando gli immigrati arrivano nel tuo paese, ti dicono che te li devi tenere. Quando hai un’epidemia, ti dicono che te la devi gestire per conto tuo. Ah, sono molto carini! Sono in favore dell’Europa quando significa esportare nel tuo paese i beni che producono. Sono per l’Europa quando significa avere la tua forza lavoro a basso costo che produce parti delle loro automobili. Tuttavia non sono per l’Europa quando significa condividere il fardello”. Il messaggio è chiaro: le democrazie dell’Europa meridionale (e probabilmente anche della Francia) non sono più in grado di sostenere con le loro opinioni pubbliche una situazione nella quale la finanza tedesca non vuole farsi carico degli inevitabili costi di un’area monetaria economicamente disomogenea e allo stesso tempo l’industria tedesca ne coglie però i benefici in termini di esportazioni e di utilizzo di manodopera a buon mercato. Continuando così, soccomberebbero presto davanti alla crescita irrefrenabile dei populismi anti-europei. Se la Germania vuole continuare a mantenere un surplus commerciale strutturale così rilevante nei confronti dell’Eurozona – che peraltro è un’infrazione alle regole comunitarie – deve assumersi le sue responsabilità. Ciò vuol dire, in soldoni, restituire, per altre vie, all’Eurozona quel surplus di ricchezza accumulato. E’ un passaggio obbligato, molto caldeggiato dall’industria tedesca, fortemente avversato dalle élites finanziarie.

La politica monetaria espansiva in Germania è sempre vista come fumo agli occhi, per via di un’avversione totale all’inflazione. Ciò non perché la nazione non abbia ancora superato il trauma della paurosa svalutazione del marco che seguì la grande depressione del ’29, come ripete ogni volta l’informazione mainstream come un disco rotto. L’avversione dei tedeschi all’inflazione è antropologica, perché deriva essenzialmente dalla loro scelta esistenziale dell’Opferbereitschaft: la vita della formica, basata sull’abnegazione del lavoro e sul sacrificio del risparmio (vd La Bild, la Schadenfreude dei tedeschi e i Coronabond). Il risparmio deve essere difeso a tutti i costi dall’inflazione, perché è in gioco un elemento fondamentale della forza del loro sistema economico. Non solo. Il sistema bancario tedesco, storicamente, non ha mai previsto la distinzione anglosassone tra la banca commerciale (dedita solo all’intermediazione per finanziare l’economia reale) e la banca d’affari (dedita solo agli investimenti). Il modello tedesco è sempre stato la cosiddetta banca universale, che agisce sia da intermediario, che da investitore, per cui un’inflazione fuori controllo svaluterebbe gli attivi di tutto il sistema bancario nazionale, mettendo seriamente in pericolo la sua capacità di finanziamento dell’economia reale.

Ecco perché il Quantitative Easing di Draghi, volto soprattutto a ridurre gli spread dei paesi più deboli dell’Eurozona, è stato sempre osteggiato violentemente in Germania. Lo stesso Der Spiegel, esattamente due anni fa – dando voce stavolta alle ragioni della finanza – pubblicava l’invettiva di Jan Fleischhauer, anche in questo caso durissima sia nei contenuti, che nei toni (Die Schnorrer von RomLo scroccone da Roma). L’Italia era accusata, non solo di essere “scroccona” come la Grecia verso i partner UE, ma anche aggressiva: “al contrario dei mendicanti, che chiedono grazie quando ricevono qualcosa”, gli italiani s’indebitano perché “vivono sopra le loro possibilità” e quando poi gli si chiede di rientrare, non vogliono farlo ed espongono tutta l’Eurozona al ricatto del fallimento. Ovviamente il destinatario finale dell’invettiva era Mario Draghi, che con il suo whatever it takes, secondo l’editorialista, “ha fornito agli italiani l’arma da puntare contro i vicini”.  

Settimana scorsa è scoppiata la bomba della Corte costituzionale tedesca, la quale, su ricorso di alcuni accademici ed economisti conservatori, chiede alla BCE spiegazioni sul QE di Draghi. I giudici di Karlsruhe impongono alla Bundesbank di verificare che non sia stato violato il mandato, a seguito del mancato rispetto del principio della proporzionalità nell’acquisto dei titoli pubblici dei diversi Stati dell’Eurozona. È una verifica sulla politica di Draghi, ma il bersaglio è l’attuale QE della Lagarde, che sta comprando soprattutto i titoli dei paesi più in difficoltà per chiudere i loro spread. E’ una vera e propria bomba, perché nella sostanza è la negazione del whatever it takes di Draghi, da allora, la stella polare della politica monetaria della BCE per tenere in piedi l’euro. La Corte suprema sostiene che Francoforte non può affatto usare “tutte le armi di cui ha bisogno” per difendere la moneta unica, ma solo quelle consentite dal mandato, sulla base dei trattati sottoscritti. In punta di diritto non fa una piega, ma ovviamente in caso di crisi sistemiche, si tratta di armi insufficienti per salvare l’euro. La palla ora passa alla Bundesbank – la BCE non è tenuta a rispondere alla giustizia di uno stato membro – e ha tre mesi di tempo per giustificare, di fronte la Corte suprema, il suo operato all’interno della BCE. In caso contrario, deve sospendere il QE, decretando, a tutti gli effetti, la fine dell’euro, almeno nella sua forma attuale.

La fibrillazione è ai massimi livelli nei palazzi tedeschi del potere politico. Addirittura è intervenuto anche Schauble – ex-ministro plenipotenziario dell’economia, punto di riferimento dei “falchi” in occasione della crisi del debito greco – dicendo che la politica deve intervenire senza indugi e operare per disinnescare la bomba lanciata dalla Corte suprema contro l’euro.   

Questo è il dilemma che divide oggi la Germania: le necessità vitali della sua industria per continuare a esercitare la politica di potenza in Europa, da un lato, e la sua natura antropologica di formica geneticamente avversa all’inflazione e al debito, dall’altro.

Inflazione e debito che peraltro dovrebbe accettare per sostenere le cicale. Un dilemma esistenziale da risolvere mentre si trova sotto attacco su più fronti. Un fronte esterno all’Europa contro gli USA, non più disposti a tollerare il suo surplus strutturale nei loro confronti, la sua volontà egemonica in Europa e la sua convergenza geopolitica verso la Russia e la Cina. Un fronte interno all’Europa contro Francia, che dopo quarant’anni rompe l’asse con Berlino, schierandosi con i paesi meridionali (vd La grandeur dei francesi e la scelta epocale di Macron), con il duplice scopo di ridurre il surplus tedesco dentro l’Eurozona e riprendersi la leadership continentale a scapito della Germania.






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