La curiosità che spinge l’opinione pubblica, e non, a conoscere quali siano le abitudini gastronomiche dei papi, è stata sempre vivissima. I primi quarantanove Papi, infatti, da San Pietro a San Gelasio I, morto il 21 novembre del 496, passarono tutti alla storia, per consolidata convinzione tradizione, come santi e si può pensar che, anche se non tutti martiri, dovessero esser tutti pii e morigerati, capaci di controllare il vizio capitale
della “gola”.

Sta di fatto che Carlomagno, convocato espressamente dal Papa Leone III a Roma trovo tra Laterano e Vaticano una vera corte principesca, dove non poteva mancare un’adeguata cucina. La potenza papale, quindi, cresceva e con essa il fasto della Curia, anche se il
potere pontificio rischiò svariate volte improvvisi capovolgimenti con elezioni di rivali Antipapi e pretendenti sorretti da potenze straniere, la cadetta di Francia, di Carlo d’Angiò o d’Aragona (Pietro).

artigiani del cibo
(pixabay.com)

Simone de Brion, eletto il 22 febbraio 1281 col nome di Martino IV, considerato un inetto, avendo risieduto per motivi personali di sicurezza quasi sempre ad Orvieto, dove fu anche incoronato, passò alla storia per un degustatore formidabile d’anguille del vicino lago di Bolsena, affogate nella vernaccia. Si narra che a causa di un abbondante scorpacciata di anguille sia morto a Perugia il 26 marzo 1285 per complicazioni gastroenteriche.

E’ lecito opinare che il concetto stesso di Corte, dopo i primi secoli eroici, incoraggiasse a manifestazioni fastose di carattere religioso ma anche più spesso di carattere (ad es. San Gregorio I Magno 590-604) gastronomico. C’è da credere che la Corte papale in Francia non sia stata morigerata: basta osservare da turista l’attuale castello-dimora dei Papi, che assume con Clemente VI (1942-1352) l’aspetto d’una reggia fortificata. Chi avrebbe dato
un soldo per lo stile di vita monacale della Corte papale, sostenuta dal Re di Francia nella regione più prospera di quel Regno universalmente il più raffinato ed il più gioioso?

Clemente V, Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V e Gregorio XI (dal 1305 al 1378) furono tutti Papi francesi ed è lecito sospettare che furono Papi “gaudenti”, anche a tavola. Non meglio andò in pieno Rinascimento. Cosa ci si poteva aspettare da un Alessandro VI Borgia, che si faceva cucinare le pietanze dalla figlia Lucrezia, eletta a tali incombenze, oppure da Papa Leone X Medici che introdusse a Roma le prelibatezze toscane?

I Papi del periodo barocco non brillarono certo per morigeratezza nel loro complesso ed è forse a questo titolo che la fama di lusso e piacere, mense penitenziali, per di più sull’onda d’un nepotismo ormai consolidato. Infatti tutte le famiglie che avevano dato un Papa alla Chiesa, e non erano in genere povere, si facevano costruire palazzi come quello Farnese, con relative Roma le prelibatezze toscane? Farnesine, Pamphilj, Odescalchi, Doria e Braschi, tanto per citarne alcuni.

Una Corte da Papa-re (Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XIV e soprattutto Pio IX, anche se sbeffeggiati dal vate popolare Giuseppe Gioacchino Belli, che raccoglieva gli umori della gente minuta) non sarà stata a regime penitenziale. Anzi proprio Pio IX, pur vittima del Risorgimento, era incline a sniffar tabacco e magari a gustar del buon Bordeaux fattogli pervenire da Napoleone III.

Pio X, angelico e morigerato, com’un buon padre di famiglia veneto, mori precocemente di crepacuore allo scoppio della prima grande guerra. Certo non gli mancava la sensibilità per i tempi nuovi, come al suo predecessore. Benedetto XV ne segui le orme battendosi per la pace. Già questi ultimi tre Pontefici non dettero adito a critiche culinarie che andassero oltre una buona zuppa di cavoli ed un polpettone con insalata, con la licenza d’un calice di
vino rosso.

Pio XI iniziò un’epoca nuova: il Vaticano con l’aiuto dei Patti Lateranensi potè rinsanguare le sue esauste casse con l’Anno Santo della Redenzione (1988), ma soprattutto divenne persona giuridica internazionale, il più piccolo Stato del mondo, un vero Stato, dotato di territorio, di relazioni diplomatiche, d’automobili, di francobolli e di finanza pubblica. Pio XI ebbe perfino una Radio per comunicare con il mondo intero, che, essendo stata curata da Guglielmo Marconi in persona, rappresentò per quei tempi il “non plus ultra” in quanto a tecnologia. Pio XI era un uomo morigerato, anche se fumava il sigaro toscano, e non fece parlar di sé più di tanto in relazione alla tavola. Digiuno condito d’esercizi spirituali avrebbe fatto bene alla figura del Papa.

Pio XII, personalità travagliata dalle sue idee e dalle circostanze, fu accolto dai Romani come una benedizione, proprio perché romano: era dal tempo di Giulio III che non veniva eletto un vescovo romano per Roma; ed il precedente non aveva fatto una gran bella figura. Certo non si mise in mostra per essere un commensale che andasse oltre la minestrina in brodo e la mozzarella. Qualcosa di più appetitoso planò sulla tavola di Giovanni XXIII, anche se la sua origine contadina non portò che a piatti gustosi ma semplici, con qualche indulgenza per le specialità orientali, avendo fatto il Nunzio Apostolico ad Istanbul: non sarà mancato neanche qualche bicchiere di vino rosso.

Paolo VI ci riporta a diete ospedaliere, come per Pio XII e per Leone XIII. Giovanni Paolo I visse troppo poco, come Pontefice, per essere giudicato a tavola.

Giovanni Paolo II, invece, fu Papa al centro per cento e dipinse di polacco tutta la terra. anche la sua cucina, quindi, non mancò di parlar polacco. E’ lecito pensare che Papa Bergoglio abbia suggerito anche alla cucina quella impronta di sobrietà francescana che l’ha fatto conoscere a tutto il mondo cattolico, musulmano, ebraico e induista, ma anche a quello ateo. Evviva. Un cronista straordinario Giuseppe Gioacchino Belli ha registrato al voce sommessa del popolo romano sul costume alimentare del Papa.

La cuscina der papa

Co la cosa ch’er coco m’è ccompare
m’ha vvorzuto fà vvéde stammatina
la cuscina santissima. Cuscina?
Che ccuscina! Hai da dí pporto de mare.

Pile, marmitte, padelle, callare,
cossciotti de vitella e de vaccina,
polli, ova, latte, pessce, erbe, porcina,
caccia, e ’ggni sorte de vivanne rare.

Dico: «Pròsite a llei, sor Padre Santo».
Disce: «Eppoi nun hai visto la dispenza,
che de grazzia de Ddio sce n’è antrettanto».

Dico: «Eh, scusate, povero fijjolo!,
ma ccià a ppranzo co llui quarch’Eminenza?».
«Nòo», ddisce, «er Papa maggna sempre solo».

25 marzo 1836


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Mario Mazzetti di Pietralata
Mario Mazzetti di Pietralata è un gastro-enterologo romano, laureato a Roma nel 1956, pioniere della Endoscopia digestiva, libero Docente nell’Università di Roma Sapienza, Primario medico per oltre 20 anni all’Ospedale sant’Eugenio. Dopo cessato dal sevizio attivo ospedaliero si è dedicato agli studi e alla cura dei disturbi alimentari ed alle caratteristiche della alimentazione nel nostro Paese, scrivendo su riviste del settore, curando trasmissioni televisive e pubblicando numerosi libri di divulgazione delle nozioni ed informazioni riguardanti l’alimentazione mediterranea ed i suoi effetti sulla salute.