Ultimamente lo scenario politico mi riporta, quasi istintivamente e costantemente, ad un personaggio “equivoco” di un’opera di Palazzeschi “Il codice di Perelà“.

Perelà è un omino di fumo, uscito dalla cappa di un camino con il compito di redigere un nuovo Codice, il Codice di Perelà, appunto, con cui avrebbe dovuto cambiare il mondo. Perelà è leggero, tanto leggero che, per poter stare fermo sulla terra ha bisogno di un paio di stivali pesanti, pesanti. Non sa granché di nulla ma gode della stima infinita e dell’ammirazione degli uomini che lo ritengono capace di svolgere un ruolo speciale di salvezza per l’Umanità, come un nuovo messia. Perelà, però, dopo i primi facili consensi, fu portato davanti ad una corte di giustizia e condannato per aver fatto credere di essere in grado di fare cose grandiose che, in realtà, non era stato in grado di compiere.

Il Codice di Perelà (A. Palazzeschi) e l'omino di fumo
Il Codice di Perelà (A. Palazzeschi) e l’omino di fumo (pixabay.com)

Durante il processo la condanna è unanime. Con la stessa convinzione con cui era stato esaltato così viene condannato e, addirittura oltraggiato. È chiaro che il personaggio, uscito dalla penna di Palazzeschi ha una simbologia tutta sua e riporta al fascismo, periodo storico in cui nasce, ma l’associazione per me è meccanica.

Come Perelà anche oggi c’è chi immagina di poter scrivere un nuovo codice di comportamento legittimato solo dal proprio IO gigantesco e senza alcun conto del diritto naturale, di quell’insieme di norme non scritte ma eterne ed immutabili che fanno parte della coscienza di un popolo e di ogni singolo individuo: il diritto alla vita, il diritto al rispetto della dignità umana, il diritto del rispetto della libertà dell’individuo. Come un moderno Perelà o un nuovo Cristo ci si propone salvatori della patria brandendo come proprio vessillo un crocefisso su cui, in realtà, fu sacrificato un uomo che si presentava come il protettore degli ultimi, di tutti gli ultimi non di una parte o fazione e che sicuramente mai avrebbe potuto considerare un reato il soccorso e l’aiuto ai bisognosi, né avrebbe fatto distinzione tra un bambino di Bibbiana e un bambino nordafricano. Come fu per Perelà il popolo mostra di gradire ed osanna.

Ma come per Perelà finirà per comprendere e condannare chi oggi acclama?

Quello che appare evidente è che si produce solo tanto fumo, si fa i duri con i deboli ma si è evasivi e fuggitivi quando si è chiamati di fronte alle proprie responsabilità. I monologhi su FB a cui ci si affida sono solo apologie di se stessi e, senza possibilità di contraddittorio, sono espedienti che non hanno nulla a che vedere con la democrazia. La reticenza\fuga al confronto nei luoghi istituzionali non è una dimostrazione di forza così come non lo è scendere in campo solo per raccogliere applausi, consensi con programmi generici e, appunto, fumosi.

Ma quanto a lungo potrà ancora durare tutto questo? Semplice, fino a quando il popolo italiano non si sveglierà. Intanto il moderno Perelà ha prodotto il Codice della disumanità, lo slogan dell’anticultura, la lingua dell’indecenza, il sentimento della volgarità. Le prospettive future?

Forse è il caso di cominciare a riflettere su Perelà, l’omino di fumo per cercare di “nuotare in migliori acque“.



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Antonella Botti
Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".