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lunedì 29 Novembre 2021
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Il dovere della memoria

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“Fare memoria” aveva raccomandato il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno e ha rinnovato questo invito alla vigilia del 25 aprile ricordando la ricostruzione del nostro Paese e la capacità di rigenerazione della società dopo la seconda guerra mondiale. Purtroppo buona parte della classe dirigente “fa orecchie da mercante” mentre populisti e movimentisti “di lotta e di governo” si mettono alla testa dei ristoratori contro l’orario del coprifuoco per accaparrarsi l’ultimo voto nelle prossime competizioni elettorali a Roma o a Milano.  

Non è certamente il modo migliore per affrontare un passaggio difficile e complesso come quello che stiamo vivendo che richiede l’impegno di tutti perché dobbiamo avere la consapevolezza che il futuro potrà essere migliore se sapremo costruirlo facendo tesoro degli errori che abbiamo commesso recuperando prima di ogni altra cosa il senso della socialità. Abbiamo altre volte affermato su questo giornale che la sfida della pandemia è sanitaria ma anche filosofica perchè il modo di pensare guida e precede le scelte per cui la cultura è il farmaco idoneo alla cura. Ma è proprio quello che a noi manca, è la causa profonda della nostra crisi, tuttavia è lo strumento necessario e indispensabile per affrontare le incognite della nuova stagione che ci attende. E per questo abbiamo invitato i lettori a non accontentarsi della semplice informazione, li abbiamo sollecitati a commentare ciò che accade, abbiamo cercato di convincerli che non bastano le notizie, ci vogliono le idee. Forse, in attesa di riprendere il cammino, può esserci utile fare una pausa di riflessione e scegliere fra i tanti pensieri che affollano la mente quelli che alimentano i nostri sogni.

Fare memoria non è un ritorno al passato: il dovere della memoria riguarda tutti, nessuno escluso – ha detto il Presidente Draghi intervenendo al Museo di via Tasso – Assistiamo oggi, spesso sgomenti, ai segni evidenti di una progressiva perdita della memoria collettiva dei fatti della Resistenza, sui valori della quale si fondano la Repubblica e la nostra Costituzione”. Ognuno di noi è il risultato delle esperienze che ha vissuto, dei cambiamenti e della coerenza-incoerenza con cui ha attraversato i suoi anni, dei valori a cui ha ispirato la sua vita e il suo lavoro, con cui ha cresciuto i suoi figli. Ognuno di noi è testimone del suo tempo ma è necessario esserne consapevoli. La vita non ci scorre a fianco, ci siamo dentro attimo per attimo. 

Oggi è tornata di moda la parola felicità: si cerca di definirla e di trovare la via per realizzarla. Ma è difficile capirne il senso profondo e applicarlo alla vita degli uomini. Oggi più che mai immersi come siamo in questa pandemia che ha cambiato il senso del futuro che si presenta senza certezze e sembra aver rigettato ogni memoria. Siamo alla ricerca di nuove regole, di nuove certezze per ri-costruire il nostro avvenire. Ma quali sono le nuove regole di vita postpandemia? Sono ancora attuali le parole del Cristo: ama il prossimo tuo come te stesso? Covid 19 ci ha insegnato che la vita è un eroismo piccolo e semplice. Sono gesti di sopravvivenza contingente ma abbiamo comunque il dovere di tracciare una strada per un domani diverso e nuovo. Avere fiducia in sé e negli altri, aprire i nostri orizzonti, elaborare pensiero pescando nella nostra memoria per ritrovare punti definiti da cui ripartire con i modi ed i tempi delle esperienze nuove che stiamo facendo con noi stessi e con il mondo che si muove intorno a noi.

Capita spesso che ci si immerge nel grande mare dei ricordi. A volte ci piace, spesso è un bisogno, a volte una necessità. Sentiamo il bisogno di ancorarci a qualcosa che conosciamo, ad una memoria che ci fa tornare il sorriso, difronte ad una realtà quotidiana che pone interrogativi per i quali non abbiamo una risposta. Ma il rischio è di rimanere intrappolati in una memoria che spesso ricostruisce a suo piacimento il passato per confrontarlo con un presente che non ci piace.

E’ un rischio ma può essere utile per rivivere – senza nostalgia – ricordi ed emozioni che ci possono aiutare a decifrare il presente. Forse ciò che spesso ci colpisce è la rimozione delle esperienze che non ci sono piaciute. Ma c’è un modo per combattere questa patologia: una rigorosa critica e autocritica. Serve anche per guardare il presente con maggiore umiltà e a non gettare ombre sul futuro. Ma anche capire come la profonda crisi etica e politica degli ultimi anni si sia malamente intrecciata con la straordinarietà della pandemia che ha cambiato le priorità e ci ha privato di certezze.

Non abbiamo la sfera di cristallo, né frequentiamo maghi e imbonitori e non abbiamo letto gli ultimi sondaggi: quindi del futuro non sappiamo nulla, né facciamo dell’inutile gossip su quale recovery plan uscirà dai computer di Palazzo Ghigi.

Mi ricordo di un giovanotto di Pomigliano incaricato di gestire un movimento politico vincente da una agenzia di marketing di Milano che mandò una mail al Presidente della Repubblica per comunicargli una lista di persone che Lui, il presidente Sergio Mattarella, avrebbe dovuto da lì a poco nominare Ministri della Repubblica (tra cui l’allora sconosciuto avvocato di Foggia, Giuseppe Conte).

Mi ricordo Matteo Renzi che minacciava “non me ne vado” e Berlusconi che continuava a firmare contratti con gli italiani e l’on Di Maio che presentava una nuova lista di “cittadini” aspiranti ministri al posto di quelli della lista precedente già dimissionati. E poi Salvini e la Meloni che si contendevano l’ultimo voto mentre i fantasmi della diaspora comunista trovavano un posto alla tavola della signora Gruber.

Poi mi sono tornati alla mente anni lontani in cui De Mita e Occhetto, sulle macerie di tangentopoli, rigenerarono un “compromesso storico” per introdurre nella riforma elettorale un sistema misto che confermava la propensione inarrestabile dei partiti all’ingovernabilità.

Quella ingovernabilità che nell’ultimo scorcio di secolo ha favorito la crisi del modello di sviluppo su cui si era costruito il “miracolo italiano”: una crescita economica determinata dal diretto intervento dello Stato nel processo di industrializzazione e dall’alleanza tra il solidarismo di ispirazione cattolica e il riformismo socialista. Una crisi che ha messo in moto un processo di dissoluzione: le grandi imprese dello Stato sono state svendute, è saltato l’equilibrio dei poteri, la classe politica è stata liquidata ma soprattutto sono state diffuse nella coscienza pubblica le teorie dell’antipolitica, del sospetto e della sfiducia. La fine della prima Repubblica ha lasciato spazio ad esperimenti di governo che si sono afflosciati come palloncini bucati proprio perché fondati su ipotesi astratte, formulate prescindendo dalla realtà del Paese: vale per il liberismo identitario di Berlusconi come per la democrazia immobile di Prodi o il governo autoreferenziale di Renzi. Per non parlare dei governi giallo verdi o giallo rossi che si sono formati dopo il voto dell’8 marzo di tre anni fa e dissolti come neve al sole.

Dobbiamo reintrodurre nel corpo della società un senso di appartenenza a qualcosa più grande di noi, ogni cittadino deve sentire di essere necessario per costruire il bene comune, dobbiamo sapere che il nostro lavoro serve per arrivare a qualcosa di meglio, perché per far progredire la nostra società non basta creare posti di lavoro ma occorre anche un progetto di cui l’aumento dell’occupazione sia un tassello del perseguimento di più grandi obiettivi di sviluppo. Progetto politico vuol dire dare, insieme ad un lavoro, anche uno scopo ai lavoratori, coinvolgendoli per coltivare un loro senso di orgoglio per le cose che si possono fare. L’antipolitica si sconfigge solo con la Politica.

Dobbiamo ritessere la tela che è stata strappata: si è scritto che il male del secolo scorso sono state le ideologie e come spesso accade si è fatto di tutta l’erba un fascio; si è detto che il mondo è cambiato e che destra e sinistra non esistono più, ma il fallimento di una seconda repubblica mai nata sta a dimostrare che aver fatto del tutto un unico fascio da buttare non è stata una buona idea, malgrado le urla e gli strepiti del comico sul “nuovo” che avanzava (e stiamo vedendo come sta andando a finire…)

Radici culturali e memoria non servono soltanto a costruire il futuro ma sono strumenti necessari per governare il presente: “E’ nella ricostruzione del presente, di un presente in cui il ricordo serve a dirci quel che non vogliamo ripetere, che avviene la riconciliazione. È la ricostruzione basata sulla fratellanza, sulla solidarietà, sull’amore, sulla giustizia che porta alla riconciliazione”, ha detto il Presidente Draghi. Un popolo è tale solo quando trova in sè stesso la forza per superare situazioni sfavorevoli non inseguendo l’ultimo imbonitore ma riprendendosi il proprio patrimonio culturale e civile per dare vita ad una nuova stagione politica ripescando le idee nuove che sono state alla base dei primi 50 anni della vita repubblicana depurate da quelle che idee nuove non erano.

Claudio Velardi scrive che “la politica del PCI nei confronti del riformismo socialista era improntata ad una presunzione di superiorità morale che il Pci si portava dentro animato da un originario, cieco furore ideologico. E, forse, un legame residuale con l’URSS faticoso da spezzare, anche se negli anni ‘80 era abbastanza allentato. Ma credo, più prosaicamente, che il fattore determinante in tutte le polemiche tra il Pci di Berlinguer e il Psi di Craxi, dall’inizio della sua segreteria, fu il fatto che il Pci comprendeva che il nuovo corso craxiano avrebbe potuto togliergli spazio, avrebbe potuto contrastare a viso aperto quella egemonia culturale e organizzativa che il Pci aveva costruito nei decenni precedenti, e che operava a tutti i livelli della società: nelle organizzazioni di massa, nei media, nell’accademia, tra gli intellettuali. Questa era la Grande Paura che spinse il Pci, dalla fine della solidarietà nazionale, ad arroccarsi invece che ad aprirsi, e a concepire il rapporto con il Psi in termini di resistenza alla modernità, spiegata con l’uso di un’antica categoria – il tradimento – che a sinistra ha sempre avuto larghissimo spazio”. Possiamo soltanto commentare che forse il partito comunista non aveva altra strada dopo che il suo tentativo di sostituirsi ai socialisti nell’incontro con il partito dei cattolici era fallito sapendo che nella società italiana non si poteva ignorare ciò che Benedetto Croce affermò nel 1942 con il suo celebre saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani” (“con l’appello alla storia non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani”). Cattolici, liberali, socialisti, nessuno poteva dimenticare che “il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia avuto”. Era il fulcro ideologico e politico di cui aveva parlato Proudhon che fu alla base del Vangelo Socialista che ispirò il riformismo craxiano, come ha osservato Mario Pacelli.

“L’hanno chiamata “la Prima Repubblica”. Una stagione in cui i partiti erano lo Stato, nel bene e nel male. Solcata da differenze profonde, lascito di antiche ideologie. Eppure unificata da una comune idea della militanza politica, sia pure vissuta da ognuno nella nicchia della propria porzione di campo” ha scritto Marco Follini. “Voglio dire, ha aggiunto, che quel mezzo secolo di cui ci restano ancora tanti testimoni si dovrebbe cominciare a interpretarlo non per quello che divideva, anche aspramente, gli uni dagli altri. Ma per quello che semmai li accomunava, a dispetto di un’infinità di differenze. È il senso complessivo di quella stagione che andrebbe colto”.

Il sistema teneva perché ciascuno rispettava le ragioni dell’altro ma va sottolineato che ciò avveniva perchè c’era una comunanza di valori. Non credo che oggi ci siano le condizioni per il riprodursi di quella situazione: la società attuale è molto frantumata, con valori egemoni disomogenei, senza poli di attrazione solidi, come erano i partiti politici del secolo scorso.

Il nodo del problema è l’accettazione da parte del capitalismo occidentale di accollarsi i costi di un rinnovato stato sociale avendo in cambio le premesse strutturali per maggiori profitti (mi sembra che il progetto di utilizzo del recovery plan vada proprio in questo senso). Ancora una volta “fare memoria” è necessario non solo per evitare gli errori che sono stati commessi, ma per progettare un nuovo modello di sviluppo della nostra società. “La crisi sociale ed economica che molti patiscono nella propria carne e che sta ipotecando il presente e il futuro non tollera che privilegiamo gli interessi settoriali a scapito del bene comune – ha detto Papa Francesco – abbiamo bisogno di una cultura dell’incontro che è l’opposto della cultura dello scarto. Questo esercizio di incontrarsi al di là di tutte le legittime differenza è il passo fondamentale per qualsiasi trasformazione che aiuti a dar vita a una nuova mentalità culturale e quindi economica, politica e sociale”.

Questa è la cura che potrebbe rigenerare anche il nostro sistema politico.






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