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lunedì 8 Marzo 2021

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I Palazzi del potere

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27 novembre 1918: alla Camera dei deputati ha inizio la seconda sessione della XI legislatura regia e il Presidente Giuseppe Marcora si alza in piedi e con un filo di commozione nella voce annuncia solennemente: “Onorevoli colleghi, l’Italia è compiuta”: la Camera dei deputati, dopo quasi mezzo secolo dall’avvenuto trasferimento a Roma della capitale del regno, aveva finalmente una sede adeguata alle sue funzioni.

Era stata una vicenda lunga e molto complessa: nel 1871, quando si era trattato di individuare i locali necessari per il trasferimento a Roma del Governo e delle due Camere del Parlamento, dopo molte esitazioni la scelta per la Camera dei deputati era caduta sull’antica Curia Innocenziana, a Montecitorio, mentre il Senato aveva preferito Palazzo Madama, già sede della polizia pontificia.

A quel momento il palazzo di Montecitorio aveva già una lunga storia.

Era stato papa Innocenzo X Pamphily a commissionare nel 1653 a Gian Lorenzo Bernini la costruzione di un palazzo con la somma costituita in dote alla nipote Costanza, che aveva sposato il principe Nicolò Ludovisi.

Fu prescelto un terreno leggermente rialzato (da ciò il termine Mons) in quanto nel periodo più antico usato come discarica di materiali risultanti da demolizioni.

La realizzazione dell’opera procedette molto a rilento, anche in quanto i rapporti tra Innocenzo X ed il principe Ludovisi si erano guastati per ragioni politiche: il palazzo restò allo stato di progetto o quasi.

Nel 1665 il principe Ludovisi morì ed i lavori si fermarono definitivamente: quando (1680) morì anche il Bernini, il palazzo era un rudere in completo abbandono che nel 1694 fu venduto per 30.000 scudi all’ospizio apostolico del San Michele con l’intenzione di farne un ricovero per “poveri invalidi”. Papa Innocenzo XII fece cenno del progetto a Carlo Fontana, successore del Bernini nella carica di architetto papale. Il Fontana, facendo abilmente leva su alcune richieste di diversa sistemazione di uffici pubblici, convinse il Papa, dopo una visita al palazzo (o meglio, a quella parte che ne era stata realizzata), a dare all’edificio una diversa destinazione (piano terra per la Dogana, piano superiore per la Curia) ed in questo senso ottenne l’incarico.

I lavori procedettero abbastanza celermente, almeno per quei tempi, e dal 1 luglio 1695 la Curia si installò nel nuovo palazzo. II piano terra, secondo il compromesso a suo tempo raggiunto, fu destinato alla dogana di terra (così definita per distinguerla da quella fluviale: il Tevere a quei tempi era ancora percorso da grossi barconi che facevano scalo al vicino Porto di Ripetta).

L’anno successivo fu inaugurata dal Papa la fontana che sorgeva al centro del cortile semicircolare, cinto da un muro terminato nel 1699 e alto fino al primo piano.

La costruzione del palazzo terminò nel 1697: per il completamento della sistemazione urbanistica si dovette invece attendere il 1792, quando fu eretto nella piazza antistante l’obelisco solare che vi è attualmente. Rinvenuto nella cantina di una casa dietro san Lorenzo in Lucina, spezzato in cinque parti, deformato e scheggiato, provvisoriamente collocato da Benedetto XVI in una località vicina detta “La Vignaccia”, fu restaurato e collocato dov’è attualmente.

Nel 1695 fu inaugurata la grande campana che fino al secolo scorso era al decimo posto tra le campane più grandi del mondo. L’anno prima il gesuita Giovanni Giacomo Sciobca aveva realizzato il grande orologio sulla facciata. Conclusi i lavori, presero possesso delle loro abitazioni nel palazzo l’Uditore generale ed il Tesoriere di Santa Romana Chiesa, oltre che prelati e giudici di minore rango.

Nel palazzo trovarono anche sede, oltre che la dogana di terra, la corte civile e criminale e gli archivi dei notai, ai quali via via andarono aggiungendosi altri uffici pubblici dello Stato pontificio, specie a partire dal 1813, quando la corte civile e criminale furono trasferite nel Palazzo della Cancelleria. Nel 1870, al momento dell’occupazione di Roma, il Palazzo di Montecitorio ospitava la Questura, il Ministero dell’interno e quello di grazia e Giustizia e la presidenza degli archivi, la direzione delle carceri ed i tribunali civili e criminali; pure nel Palazzo si trovavano i locali — oggi occupati dal corpo di guardia — destinati ad ospitare provvisoriamente i detenuti in attesa di giudizio (tra cui un gruppo di garibaldini dopo la sconfitta di Mentana ad opera dei francesi nel 1867) e, presso l’attuale ingresso di via della Missione, l’ufficio passaporti dello Stato pontificio.

È probabile che nel 1870 la scelta del Palazzo quale sede della Camera dei deputati fu influenzata dalla convinzione di potere in breve tempo trasformare il cortile interno del palazzo in un’aula per le sedute.

In sostanza si trattava di eliminare le fontane esistenti nel cortile interno dell’edificio, di coprirlo e di sistemarlo con quinte di legno, tendaggi, banchi per il governo e la Presidenza e per i deputati e tribune per il pubblico e per i giornalisti, sempre tutto in legno e stucco.

Il 18 marzo l’Ufficio della Presidenza della Camera esaminò il progetto per la sistemazione della nuova aula e decise per “la disposizione semicircolare degli stalli”, il mantenimento del tavolo degli stenografi nell’emiciclo, come già era a Firenze, e l’arretramento nell’emiciclo stesso del banco delle Commissioni: stabilì inoltre che la biblioteca dovesse essere situata al primo piano del palazzo.

Il 1 luglio 1871 la Gazzetta Ufficiale pubblicò un comunicato nel quale si affermava che l’ufficio di Presidenza della Camera dei deputati aveva preso possesso del Palazzo di Montecitorio. L’ignaro lettore non poteva certo sapere che erano state occupate nove stanze in tutto e che i lavori erano ben lungi dal potersi dire conclusi.

Finalmente il 27 novembre, con il discorso della Corona, si inaugurò a Montecitorio la seconda sessione della XI legislatura del Regno ed il giorno successivo la Camera tenne la sua prima seduta nella nuova sede.

I lavori però erano ben lungi dall’essere conclusi e la loro esecuzione dava luogo a molte critiche. L’aula era scura e, costruita com’era interamente in legno, fredda nei mesi invernali: il riscaldamento e l’impianto di illuminazione, quando l’assemblea tenne le sue prime riunioni, non funzionavano ed i deputati furono autorizzati a tenere in aula il cappotto e il cappello.

Insuperabile si dimostrò il problema della scarsa acustica dell’aula: ci fu chi propose perfino di installare una tribuna “a bigoncia”, sospesa cioè con corde, in cui si sarebbe dovuto “imbarcare” l’oratore per essere poi sollevato a mezz’aria e di lì svolgere il suo intervento: la proposta non ebbe seguito.

parlamento

Traccia delle antiche fontane restò fino ad anni recenti: la derivazione dell’acqua Felice che, per antico privilegio pontificio, le alimentava e scorreva nella fontanina, restaurata di recente, all’ingresso di Via della Missione: accanto ad essa era collocata una bottiglia di anice ed un bicchiere per il ristoro di chi era costretto a passare lunghe ore in un’aula di legno piccola e male areata.

Per l’arredamento si fece ampiamente ricorso ai mobili esistenti nella reggia borbonica di Caserta, alcuni beni (ad esempio, le carrozze) furono quelle un tempo appartenenti ai duchi di Lorena portate da Firenze.

Nel 1875, quando non erano ancora trascorsi tre anni dalla esecuzione dei lavori, sui muri della vecchia Curia Innocenziana cominciarono ad apparire “crepacce”.

Nel 1879 venne pertanto dato mandato all’Ufficio di Presidenza “di fare eseguire un regolare progetto tecnico per un’aula stabile di mura, mantenendo provvisoriamente l’aula presente che a suo tempo ritornerà cortile”. Fu bandito un concorso per il progetto: quello vincitore non ebbe esecuzione a causa del costo dell’opera, ritenuto eccessivo.

Un nuovo concorso di progettazione si concluse nel 1888 con un nulla di fatto, in quanto la Commissione giudicatrice non ritenne idoneo nessuno dei progetti presentati.

Nel 1898 venne bandito un nuovo concorso per la progettazione di un’aula in muratura nell’edificio di Montecitorio: la Commissione giudicatrice ritenne che nessuno dei progetti presentati fosse completamente soddisfacente, pur ritenendone alcuni meritevoli di considerazione. Fu pertanto bandito un nuovo concorso, al quale furono invitati gli autori dei progetti giudicati migliori nel primo concorso. Lo vinsero gli ingegneri Talamo e Mannajolo, ma anche il loro progetto restò nei cassetti.

Fu provvisoriamente realizzata (1900) una nuova aula in legno e stoffa nell’aula prospiciente Via della Missione in cui sorgeva anticamente la chiesa di San Biagio: in attesa che fosse pronta fu deciso (1899) di tenere provvisoriamente le sedute nel Salone della Lupa, al primo piano del palazzo di Montecitorio, dove nel 1947 sarà proclamata la Repubblica. II 12 giugno 1902 fu decisa la costruzione di un’aula in muratura nel Palazzo di Montecitorio e la sistemazione dell’intero edificio per renderlo maggiormente funzionale.

L’incarico fu conferito ad Ernesto Basile, un architetto palermitano di notevole fama che aveva pubblicato un saggio sul palazzo del Parlamento da costruire a quell’epoca a Berlino e che aveva partecipato al concorso del 1888 con un progetto dichiarato vincitore ex — aequo con altri due.

L’edificio realizzato dal Basile era a pianta quadrata e si sviluppava intorno all’aula, di forma semicircolare per conservare l’emiciclo.

L’aula era illuminata dall’alto, attraverso un grande lucernario con vetri colorati e risultava ariosa e solenne ad un tempo. La sistemazione interna era quella attuale: unica differenza era l’esistenza di una tribuna per l’oratore, collocata al centro dell’aula, alla sommità di una scaletta, e che nel 1921 fu sostituita da una nuova tribuna realizzata “in legno di noce massiccio, scolpita artisticamente con fregi e festoni” su disegno dello stesso Basile. Nel periodo fascista inoltre la poltrona al centro del banco del Governo nella quale sedeva il Capo del Governo era rialzata con una pedana in modo che risultasse più alta delle altre, a rendere evidente la sua posizione di supremazia sugli altri componenti del Governo.

Tutti i banchi sulla parete di fondo, riservati alla Presidenza e al Governo, erano amovibili. In occasione del discorso alla Corona, con il quale si apriva ciascuna delle sessioni in cui si suddivideva ogni legislatura, i banchi venivano tolti e sotto un grande baldacchino di velluto veniva collocato il trono, al centro di poltrone disposte a semicerchio nelle quali prendevano posto i principi reali e gli alti dignitari di corte.

Sulla parete di fondo venne collocato un grande altorilievo in bronzo di David Calandra ed in alto un grande fregio di Aristide Sartorio, un pittore appartenente alla “scuola romana” di non eccelsi meriti ma tuttavia fedele interprete del gusto dell’epoca. Ai lati del bassorilievo furono collocati sei pannelli, tre per parte, con incisi i risultati dei plebisciti per l’unificazione. Dal 1937 al 1945 vi fu anche una lapide in marmo, inserita tra due colonne e sormontata da una grande aquila imperiale recante la scritta “il IX maggio XIV E. F. — Benito Mussolini — fonda l’impero”.

Dinanzi all’ingresso dell’aula, tra essa ed il vecchio cortile della Curia Innocenziana, il Basile realizzò una larga galleria, con un corridoio lungo il lato prospiciente l’aula e con un soffitto in legno a cassettoni che ricordava i grandi saloni di un transatlantico e che fu infatti così subito definito.

Il cortile interno, finalmente liberato dall’Aula Comotto, fu sistemato a giardino ed in esso furono collocati i reperti archeologici rinvenuti durante gli scavi per la costruzione del nuovo edificio. Fu solo negli anni ’60 che il cortile ebbe una sistemazione definitiva, con la pavimentazione in “sanpietrini” ed una grande fontana al centro, espressamente realizzata. Oggi vi sono installati alcuni “gazebo” per consentire ai frequentatori del “transatlantico” di fumare, dopo la introduzione del divieto di farlo all’interno del palazzo.

La costruzione del nuovo edificio comportò anche talune modifiche nel tessuto urbano della zona adiacente: furono infatti espropriati gli edifici esistenti, oltre che sull’area in cui sorse il palazzo, anche sul lato di Via della Missione e quelli prospicienti la facciata principale. Dove sorgevano questi ultimi fu realizzata l’attuale piazza del Parlamento; sul lato di Via della Missione le cose andarono in modo diverso.

Di fianco alla Curia Innocenziana sorgeva il vecchio convento dei Signori della Missione, una congregazione di sacerdoti missionari fondata nel 1624 da San Vincenzo de’ Paoli. Il convento era stato costruito su un vecchio edificio preesistente nel 1695 e l’annessa chiesa della Santissima Trinità, detta “della Missione”, ricostruita nel 1739.

Nel 1914 l’edificio fu espropriato, la chiesa sconsacrata e destinata, dopo profonde trasformazioni anche strutturali, a sede della tipografia (ora trasferita) ed i piani superiori dell’edificio utilizzati per uffici della Camera ed appartamenti di servizio.

La sistemazione interna del complesso di Montecitorio (l’antica Curia Innocenziana ed il nuovo palazzo di Basile) risultò abbastanza funzionale, tanto da restare sostanzialmente inalterata fino ai giorni nostri, salvo alcune modifiche di non grande rilievo, quali la introduzione degli amplificatori nell’aula (1921), la eliminazione della tribuna per l’oratore e lo spostamento del ristorante interno (originariamente collocato nei locali che si affacciano sul grande corridoio alle spalle dell’aula) in quanto, per un difetto di aereazione, i suoi funi ed odori invadevano il “transatlantico”.

La situazione edilizia restò sostanzialmente inalterata fino agli anni ’50 quando iniziò ad emergere il problema della esiguità degli spazi disponibili.

Si ritenne di trovare una soluzione costruendo in alcuni spazi interni ed aggiungendo un piano all’edificio realizzato dal Basile fino a costruire un altana dove erano le fontane delle lavandaie sul terrazzo dell’antica Curia.

Importanti modifiche furono introdotte anche nell’arredamento interno, originariamente disegnato dal Basile: oggi pochi ambienti hanno conservato l’arredo originario: Commissione Finanze e Tesoro, studio del Presidente e del segretario generale, sala della biblioteca del Presidente, un tempo sala di riunione della Corte di giustizia, salone della Lupa, un tempo salone delle udienze, così chiamata per una figura in bronzo della lupa capitolina, donata dal Comune di Roma (nella Roma papale il sabato pomeriggio sul balconcino della sala venivano estratti i numeri del lotto), sala gialla (ora Aldo Moro) che era la sala di attesa prima di entrare nell’aula delle udienze e pochi altri locali. Restò immodificato anche il salone della regina, tappezzato di splendidi arazzi, dove la regina sostava in occasione del discorso della Corona al quale assisteva dalla vicina tribuna reale.

L’antico palazzo di Montecitorio divenne presto uno, anche se il più importante, degli edifici sede della Camera dei deputati. Dopo il tentativo, andato a vuoto, di costruire un nuovo edificio nello spazio restato inedificato in Via della Missione (progetto che determinò un coro di proteste da parte degli urbanisti e degli storici dell’arte per la manomissione che ne sarebbe seguita del centro storico della città) fu deciso di utilizzare un edificio già esistente, opportunamente ristrutturato. La scelta cadde sull’ex convento di Santa Maria in Campo marzio, all’epoca utilizzato come deposito dall’Archivio dello Stato. Costruito come santuario nell’VIII secolo da alcune monache fuggite da Costantinopoli con reliquie del vescovo Basilio, il convento, incluso nell’insula del patriarcato siro in Antiochia, divenne verso l’anno mille un monastero della regola benedettina. A quel periodo risale la costruzione della piccola chiesa dedicata a San Gregorio Nazareno, sepolto sotto l’altare fino a quando nel 1580 i suoi resti non furono trasferiti a San Pietro in Vaticano. Divenne presto un monastero molto ricco, governato a partire dal XV secolo da badesse provenienti da nobili famiglie.

Nel 1527 il suo chiostro fu teatro della più scellerata impresa dei lanzichenecchi di Carlo V, che stuprarono tutte le monache. Il convento ritornò presto all’antico splendore. Ampliato con nuove costruzioni, alcune delle quali poi vendute e successivamente riacquistate, fu requisito nel 1849 dalla fragile Repubblica romana e le monache costrette a trasferirsi nel monastero di Santa Cecilia, in Trastevere. Nell’antico monastero rientrarono alcuni anni più tardi, ma ormai il destino era segnato: nel 1873 tutto il complesso fu espropriato dallo Stato che lasciò alle monache alcuni locali e destinò il resto a sede dell’Archivio di Stato. Nel 1914, quando le monache ancora restanti si trasferirono al monastero delle Oblate di Tor de’ specchi, il massacro delle antiche strutture edilizie era già avvenuto: finestre chiuse, parzialmente coperto il cortile, staccati dalle pareti gli affreschi attribuiti alla scuola di Antoniozzo Romano e Antonio da Viterbo, una situazione che negli anni successivi peggiorò rapidamente con alcuni crolli dei tetti tamponati alla bene e meglio con strutture metalliche.

Alla fine del 1973 l’edificio di Vicolo Valdina fu consegnato alla Camera dei deputati ed iniziarono i lavori di restauro che terminarono nel 1986, modificando il programma originario. Nel convento restaurato, in piccola parte rimasto di proprietà del Patriarcato siro di Antiochia, furono predisposti uffici per i deputati, alcune sale di soggiorno, un piccolo bar. Il chiostro fu ripristinato per quanto lo consentivano le soprelevazioni dell’800, e la sala dell’antico refettorio adeguatamente sistemata per convegni, conferenze e dibattiti lasciando inalterato una sorta di balconcino da dove una monaca leggeva storie edificanti durante i frugali pasti delle consorelle. La chiesetta di San Gregorio anch’essa restaurata riportando alla luce tratti delle più antiche murature.

Restava insoluto il problema di una sede adeguata per la biblioteca, dopo la rinuncia definitiva a costruire un edificio in Via della Missione, dove, secondo i progetti originari del Basile, avrebbe dovuto trovare collocazione. Anche a questo proposito la scelta cadde su un edificio già esistente: l’immobile già sede del Ministero delle poste e telecomunicazioni in Via del Seminario.

Intorno al VI secolo in quel luogo era stata costruita una piccola chiesa dedicata alla vergine Maria Sedes Sapientiae che nel 750 Papa Zaccaria affidò alle monache basileiane, quelle stesse del convento di Vicolo Valdina, a Campo Marzio. Nel XIII secolo Papa Gregorio X trasferì le monache definitivamente a San Macuto, assegnando loro il relativo orto e altri benefici.

L’area fu assegnata all’Ordine domenicano che nel 1275 vi costruì la piccola chiesa di Santa Maria in Minerva, divenuta presto troppo piccola per le necessità dell’Ordine. Cinque anni più tardi la chiesetta fu distrutta ed iniziata la costruzione dell’attuale basilica di Santa Maria sopra Minerva. Negli anni, anzi nei secoli, successivi, si aggiunsero via via alle spalle della chiesa altri edifici, lungo l’attuale Via del Seminario, fino a piazza San Macuto.

L’insula divenne sempre più importante nella Roma del ‘400, tanto che vi si tennero due conclavi, quelli che elessero papa Eugenio IV (1431 — 1447) e Nicolò V (1447 — 1455).

Nella seconda metà del ‘500 fu costruito un pregevole chiostro opera di Guidetto Guidetti, un artista minore del ‘500 romano; un altro chiostro, detto “della cisterna” per la presenza al centro di una grande cisterna per la raccolta delle acque piovane, era stato costruito tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo per volontà (e con i quattrini) di Oliviero Caraffa, vescovo di Ostia e protettore dell’Ordine domenicano. Nel convento trovò sede l’Inquisizione romana: nel 1559 il popolo romano assalì il palazzo ma senza altro successo che quello di riempire ancora di più le galere pontificie.

Nel 1787 Roma fu occupata dalle truppe napoleoniche ed il convento ospitò il 14° reggimento di fanteria leggera che vi restò fino al 1814, quando i domenicani ripresero possesso dell’edificio, che fu successivamente destinato da Pio IX a sede del Collegio pontificio americano del sud.

Nel 1870 tutto il complesso edilizio fu requisito. I domenicani non si arresero facilmente: nl 1871 la questione fu risolta con un compromesso che lasciava all’Ordine una parte degli edifici alle spalle della chiesa di Santa Maria sopra Minerva, dove si trova ancora oggi un piccolo convento domenicano.

Nella parte espropriata dell’ex convento fu trasferito il Ministero delle finanze, in attesa che fosse completato il nuovo edificio di via XX Settembre e, nel 1877, il Ministero delle poste, origina rimanete sistemato in un altro ex convento, quello di San Silvestro, dove oggi si trova la Posta centrale.

Nell’ex ospizio a fianco della chiesa trovò sede il Ministero della pubblica istruzione, poi quello della Marina Mercantile ed infine quello della ricerca scientifica. Oggi l’edificio ospita la biblioteca del Senato della Repubblica.

L’occupazione francese prima e la trasformazione a sede ministeriale dopo condussero ad uno stravolgimento delle strutture originarie dell’immobile: sopraelevazioni, tramezzature, ballatoi, soppalchi, il chiostro “della cisterna” deturpato. Poco o niente si salvò dai pesanti interventi edilizi disposti senza alcuna preoccupazione per l’arte e la cultura.

La sala dove nel 1633 si era svolto il processo a Galileo Galilei era divenuta sede dell’ufficio di gabinetto del Ministro, uno stanzone con gli affreschi del soffitto raffiguranti la battaglia di Legnano divenuti una serie di macchie indefinite di colore.

Le celle buie, sotto il livello del suolo, addossate ai resti delle antiche mura, furono per molti anni la sede del sistema di telecomunicazioni Nato in Italia, un luogo super segreto di cui pochi erano a conoscenza.

Il Ministero delle poste mutò sede e nel 1974 l’immobile fu assegnato alla Camera dei deputati. Dopo una lunga opera di ristrutturazione, nell’edificio hanno trovato spazio (1988), oltre che la biblioteca, aperta al pubblico, alcuni uffici della Camera.

Quello di Via del Seminario non è stato l’ultimo degli immobili in uso alla camera dei deputati: ad esso si sono aggiunti negli anni più recenti altri due edifici: Palazzo Theodoli, o meglio ciò che resta dell’edificio fatto costruire nel ‘500 da Monsignor Girolamo Theodoli, parzialmente demolito e ricostruito nel 1905, quando fu realizzato l’edificio di Basile, per consentire l’allargamento di via del Parlamento.

La strada separò il palazzo dal grande giardino che Io circondava: a ricordarlo è l’attuale via dei Giardini Theodoli, una stretta viuzza che, parallela al Corso, di affaccia su Piazza del Parlamento, di fronte a Palazzo Montecitorio.

Nell’area tra la piccola strada e via del Corso nel 1917 fu costruito un brutto palazzo in cui ebbe sede per molti anni il Banco di Napoli. Anche questo edificio è stato negli anni scorsi acquistato dallo Stato e ceduto in uso alla Camera dei deputati.

Anche in questi due edifici si trovano uffici dell’Amministrazione della Camera dei deputati e dei deputati. Ad uffici dei deputati e a sale riunioni è adibito un altro grande complesso edilizio di proprietà privata ed in fitto alla Camera dei deputati tra via del Tritone, Piazza San Claudio, Via del Pozzetto e Via Poli, una vera e propria insula, con inglobata l’antica chiesa di San Claudio costruita nel 1662 dalla nobile famiglia dei Borgognoni su una parte dei terreni di sua proprietà della zona. Accanto sorgeva un ospedale costruito dalla stessa famiglia, nel luogo ove già esisteva un ospizio per gli ammalati. Nella seconda metà dell’Ottocento furono costruite di seguito all’Ospedale ed alla chiesa alcune case private ed il grande edificio prospiciente via del Tritone, destinato a sede della società Pia Antica Marcia che gestiva l’approvvigionamento idrico di Roma quando era ancora “papalina”.


Bibliografia

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  • Borsi F., Santa Maria sopra Minerva, Roma, 1990.
  • Camera dei deputati, Il palazzo di Montecitorio, Roma, 1968.
  • Caderna A., Mussolini urbanista, Bari, 1979.
  • Nardini F.. Roma antica, Roma, 1919.
  • Pacelli M., Le radici di Montecitorio, Roma, 1983.





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