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lunedì 29 Novembre 2021
In evidenza Gianfranco Salomone: non basta il maquillage

Gianfranco Salomone: non basta il maquillage

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Claudio Velardi, nell”intervista rilasciata a Gianpaolo Sodano per Moondo, stimola più di una riflessione sul futuro che attende il PD e, più in generale, l’intero quadro politico nazionale, partendo dall’osservazione conclusiva  che individua nel “pericolo di andare all’opposizione” la sorte finale del partito che fu di Gramsci e Togliatti. Una strada lunga un secolo che conduce all’abisso.

Il rinserrarsi nel “potere”, nel contesto di una democrazia aperta al mondialismo, è l’antitesi della natura e delle ragioni che hanno innervato il vecchio PCI, di cui l’attuale PD è l’ombra di una mano proiettata su uno sfondo nebuloso, per non dire una caricatura semiseria.     

La forza del PCI derivava da un’attesa rivoluzionaria sull’esempio e a traino della rivoluzione dei soviet. La scissione di Livorno, del 1921 quando la frangia massimalista e rivoluzionaria uscì dal Partito Socialista, aveva un mito ed un obiettivo: il potere alla classe operaia e la conquista dello Stato. Entrambi risultati impossibili nella realtà italiana, sia nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale, sia nei cinquant’anni successivi, coincidenti con l’ascesa dell’Unione Sovietica a potenza mondiale (in contrapposizione a  quella americana) fino al crollo del muro di Berlino (nel 1989) e alla sua successiva disintegrazione.  

Il fascismo prima, con la fine delle regole democratiche e la dittatura conseguente, chiusero la strada al possibile tentativo di una dittatura opposta, quella del proletariato. Poi, gli accordi di Yalta del 1945, che divisero il mondo in due aree di appartenenza, con l’Italia collocata nella sfera occidentale, impedirono una qualsiasi azione autonoma del PCI per l’assalto al potere.

Il più grande e meglio organizzato partito comunista dell’occidente ebbe una forte capacità di presa sulla società italiana, e gestì un “suo potere”, quasi di Stato parallelo, con il controllo di enti locali, comuni e regioni, di sindacati e associazioni rappresentanti milioni di cittadini e di lavoratori, ma costretto all’interno di un sistema costituzionale e democratico che tagliava alla base le sue radici di origine. 

La forza del PCI entrò definitivamente in gioco per la “conquista dello Stato” quando il partito dismise definitivamente la sua veste rivoluzionaria, iniziando con l’abbandono del nome, PDS, DS, per finire al PD e all’unità di azione con una forza antisistema come il movimento 5Stelle. Un partito che era esso stesso un sistema finito nell’antisistema. 

Le ceneri di Gramsci saranno evaporate alla constatazione. Quelle di Togliatti avranno tenuto meglio, considerando le doti di cinismo (che è cosa sostanzialmente diversa dall’opportunismo) del leader indiscusso del vecchio PCI.

Questa digressione porta a capire la trasformazione che via via è intervenuta in quel soggetto politico che oggi risulta essere il PD. La svolta sostanziale si è determinata all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, pressoché in concomitanza con il fenomeno che venne definito di “mani pulite”, che portò alla dissoluzione dei vecchi partiti che per cinquant’anni  avevano rappresentato l’asse portante dei governi e della democrazia italiana, la DC, il PSI, il Partito Liberale, il Partito Repubblicano, il Partito Socialdemocratico. 

Su quelle rovine i comunisti costruirono la loro definitiva fortuna, il partito entrava a vele spiegate nelle stanze del potere, dalle quali non è più uscito. Si trattò del compimento di un processo diverso da quello auspicato, ossia il raggiungimento di una “democrazia compiuta”, quale allora si usava definire, vale a dire  la partecipazione piena alla guida del Paese. In quel frangente si produsse il vulnus contrario, solo gli eredi del PCI erano titolati a governare, così la “democrazia”  finì per identificarsi nella formazione erede del PCI, l’attuale PD. Fu il trionfo della “diversità” e della presunta “superiore moralità” comunista che, in modo contraddittorio e attraverso le più disparate commistioni di potere, acquisirono il controllo della politica italiana.

La discesa in campo di Berlusconi, con la sua Forza Italia messa in piedi in quattro e quattr’otto, impedì la formazione di un nuovo regime, questa volta a guida post comunista, verso il quale con tradizionale trasformismo, si trasferivano gioiosamente i gruppi di potere economico e finanziario, classi dirigenti del pubblico e del privato. La “gioiosa macchina da guerra”, sognata da Achille Occhetto per il suo PDS acquisì altra pelle e prese altri colori.

Negli ultimi trent’anni, il PD è stato lungamente al potere, per 18 anni e oltre, compresi quelli in corso. Ha dato vita ad alleanze disparate e composite, ha scelto leader provenienti dalle fila degli odiati avversari, la DC, il partito dei “forchettoni”, finendo per modificare natura e comportamenti. En passant, nell’intervista rilasciata da Caudio Velardi, manca un qualsiasi accenno a quella che venne definita la merchant bank di Palazzo Chigi, con il presidente Massimo D’Alema di cui egli era ascoltato consigliere. Una pagina chiacchierata, rimasta oscura. Ma, si sa, i reprobi erano quelli del vecchio pentapartito, tutti più o meno morti ammazzati, non solo figurativamente. Onore, sempre, a Greganti, l’uomo che prese sulle proprie spalle tutte le responsabilità di Botteghe Oscure in materia di finanziamenti occulti, fermando le indagini che avrebbero potuto portare il Pubblico Ministero Nordio alla porta accanto, quella che apriva sulla stanza del segretario. 

Ed ecco che, gira e rigira, gli eredi del glorioso PCI, si ritrovano allo stesso punto degli avversari di un tempo, con l’aggravante che non hanno alternativa: o il potere o la fine. Così la mette Claudio Velardi, uomo intelligente e di cultura raffinata, persona che conosce vita morte e miracoli degli “animali politici” che praticano le nuove stanze e gli antichi ambulacri.

A meno che non intervengano fatti eclatanti e dirompenti, la “fine” del PD non è dietro l’angolo. La politica seguita negli ultimi anni lo ha avviato su un percorso di lenta consunzione, ma la struttura capillare, con gli interessi locali ad essa rivenienti, continua a tenere e potrà reggere ancora a lungo. Il vero pericolo è un altro, la mancanza di strategia politica legata a innaturali alleanze come quella con i 5Stelle. Un abbraccio mortale che già è costato la poltrona di Segretario a Zingaretti e mina, sottofondo, quella di Enrico Letta nuovo leader con gli occhi rivolti al passato.

Il PD è assente dalla politica economica, in quella internazionale non va oltre lo sdraiarsi sull’Unione Europea, ma senza una visione di ammodernamento della compagine comunitaria in accordo con l’evoluzione del quadro generale, a partire dalla collocazione italiana nelle vicende del Mediterraneo, nel campo della giustizia  civile tace, in quello penale è invischiato con le posizioni grilline distruttive dell’essenza stessa del diritto, non abbozza una riforma dell’ordine giudiziario e tace su quella della pubblica amministrazione, elegantemente scavalcato e lasciato al palo da un convinto riformista, quale il ministro Renato Brunetta.  

Per dirla chiara e fino in fondo, il PD rappresenta l’opposto del riformismo, di una politica non ideologica in grado di affrontare le realtà quali sono e operare per modificarle in senso utile ai comuni cittadini al passo con l’evoluzione dei tempi. E’ un partito fermo alle posizioni del potere raggiunto, del governo centrale e di quello locale. Se abbandona quelle posizioni decreta la sua fine. Potrebbe sopravvivere nel futuro solo trovando uno spirito rivoluzionario rispetto ai problemi quotidiani, ma non può farlo perché verrebbe abbandonato dai gruppi elettorali e i centri di potere che costituiscono la sua linfa portante, decretandone il suicidio. E’ costretto a vivere nel potere, che lentamente lo dissolve, rovesciando la metafora di Giulio Andreotti del potere che “logora chi non ce l’ha”. 






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