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giovedì 26 Novembre 2020

In evidenza Il pifferaio magico

Il pifferaio magico

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Di seguito la risposta del Direttore di Moondo Giampaolo Sodano alla lettera aperta di Bruno Somalvico ed alla replica di Dom Serafini.

Caro Bruno,

dobbiamo partire dalla premessa che nell’anno di grazia 2020 i telespettatori di un paese grande e moderno come gli Stati Uniti d’America sanno perfettamente cos’è un messaggio politico durante una campagna elettorale. E quindi sono in grado di cogliere la differenza tra propaganda – che tende a diffondere una determinata convinzione sull’assetto della convivenza e ad aggregare su di essa il consenso – e la pubblicità mirata ad ottenere l’ottemperanza di un messaggio semplice ad una direttiva affermata in termini apodittici come unica possibile regola di comportamento.

Linguaggio complesso e linguaggio semplice di queste due diverse forme di comunicazione in una campagna elettorale sono la trasposizione giornalistica e televisiva della bivalenza discorso politico/denuncia propagandistica.

Il punto focale diviene in questa prospettiva la strategia prescelta per comunicare al di là della veridicità dei contenuti. Nella fase storica che stiamo vivendo la conseguenza ultima del linguaggio semplice della denuncia propagandistica si risolve nel rifiuto della politica per la sua intrinseca possibilità di mediazione dei conflitti sociali e delle divergenze sulle politiche di governo della società. Inoltre non dobbiamo dimenticare che spesso la televisione è fiction e manipolazione della verità come hanno dimostrato ampiamente una serie di episodi televisivi nel corso dei decenni trascorsi.

In questo contesto è emerso il potere di chi, quasi moderno alchimista che possiede il segreto della pietra filosofale, dispone della tecnica del linguaggio televisivo, il moderno giornalista, Sua Maestà il conduttore.

E veniamo al caso che hai puntualmente sollevato: il Presidente degli Stati Uniti che prima o dopo le elezioni rappresenta comunque circa la metà dell’elettorato ha tutto il diritto di esprimere in modo compiuto le sue idee, le sue tesi, le sue opinioni, i suoi dubbi, le sue denunce, più o meno veritiere, anche quando le sue parole investono fatti importanti come la correttezza del voto o la dubbia moralità dell’avversario politico.

Il giornalista ha, a sua volta, il diritto, e a volte il dovere professionale, di commentare e/o contestare le affermazioni del Presidente ma soltanto dopo aver ascoltato tutto ciò che egli aveva da dire. Se invece utilizza il suo potere di gestore del mezzo televisivo per cancellare, impedire ad un Presidente degli Stati Uniti di esprimere fino in fondo il suo pensiero compie un atto grave di censura e questo in una libera democrazia non è consentito a nessuno. E questo non è niente se pensiamo al potere di veto che vanno assumendo i social network come Twitter o Facebook  e agli sviluppi che può avere l’intelligenza artificiale che se da un lato apre grandi opportunità, dall’altro alza il sipario su scenari, che possono sembrare fantascientifici, ma sicuramente allarmanti di un mondo governato dagli algoritmi gestiti da pochi uomini. Per questa strada la democrazia rischia di divenire l’apoteosi del pifferaio magico, oggi in abiti di scena domani con le sembianze di un robot, mentre infuria lo scontro fra le parti in competizione.

P.S. All’amico Don Serafini vorrei far osservare che in un confronto di idee o nel corso di una intervista un conduttore televisivo non può impedire la compiuta espressione del pensiero dell’interlocutore. E non è utile introdurre esempi di fatti estranei e diversi dal caso di cui si discute: censurare le parole di un uomo politico, mentre fa il suo intervento, utilizzando il potere di spegnere l’audio, non ha nulla a che vedere con il falso allarme di un incendio.






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