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giovedì 26 Novembre 2020

Inventario storico Junio Valerio Borghese: un principe senza scettro

Junio Valerio Borghese: un principe senza scettro

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Il 29 ottobre 1955 nella rada di Sebastopoli una esplosione distrusse la corazzata russa Novorossijsk: in realtà non si trattava di una nave russa, ma della corazzata italiana Giulio Cesare consegnata dall’Italia alla Russia, in base al trattato di pace, a titolo di risarcimento per danni bellici.

l motivi dell’esplosione restarono un mistero fino al 1992, quando un settimanale russo (Soverhenno Secretmo, in inglese Top Secret) pubblicò la notizia che ad esplodere a bordo della nave era stata una carica collocata nella stiva al momento della consegna. Ad innescarla erano stati quattro ex appartenenti alla Decima flottiglia Mas (Elios Toschi, Gino Birindelli, Luigi Ferraro ed Eugenio Wolk) guidati da Junio Valerio Borghese, ex comandante della Decima, giunti nel Mar Nero con alcuni “sommergibili tascabili” e poi avvicinatisi alla nave con due “maiali” simili a quelli utilizzati dagli uomini della Decima Mas durante la II guerra mondiale per distruggere le navi inglesi nei porti di Alessandria d’Egitto e di Gibilterra.

L’operazione, secondo il settimanale russo, era servita non solo a riscattare, secondo i suoi ideatori, l’onore dell’Italia, costretta a cedere la nave, ma anche a propagandare i sommergibili tascabili Cosmos, prodotti dalla “Oto melara”, industria bellica di Stato, di cui Toschi era consulente e progettista, derivati dai famosi “maiali”. Non è finora stato reso noto alcun documento sulla vicenda: unica certezza è che negli anni successivi furono vendute all’estero alcune decine di “Cosmos”.

L’episodio è, se vero, come sembra, una ulteriore conferma dell’importanza delle tecniche di sabotaggio utilizzate durante il conflitto mondiale da Borghese e dai suoi collaboratori: erano conoscenze e strumenti che già alcuni anni prima erano state oggetto di interesse degli Stati Uniti e causa non ultima della protezione accordata a Borghese dopo il 1945.
Era una protezione della quale in quel periodo Borghese aveva particolarmente bisogno.

La vita di Junio Valerio Borghese

Nato a Roma il 6 giugno 1906, figlio di un diplomatico, discendente da una famiglia principesca che aveva tra i suoi antenati un papa (Paolo V) ed un Cardinale (Scipione Borghese) protettore di Gian Lorenzo Bernini e collezionista d’arte (sua un tempo Villa Borghese con la notissima Galleria), Borghese nel 1922 si arruolò in Marina. Dieci anni dopo fu imbarcato sui sommergibili, si specializzò nella guerra subacquea e nel 1941, con il grado di capitano di corvetta, fu assegnato alla Decima flottiglia Mas ed ebbe il comando del sommergibile Scirè. Decorato di medaglia d’oro al Valor Militare e dell’ordine militare di Savoia, nel 1943 fu promosso capitano di fregata ed ebbe il comando della Decima Mas. Era autore di imprese ritenute impossibili: con altri incursori al suo comando era penetrato a bordo di un sommergibile e poi di appositi mezzi navali simili a siluri nel porto di Gibilterra e in quello di Alessandria d’Egitto, per poi applicare cariche esplosive sullo scafo delle navi nemiche e farle poi esplodere provocando il loro affondamento.

L’8 settembre 1943 Borghese si trova con la sua unità a La Spezia. L’11 settembre convoca tutti gli uomini ai suoi ordini: chi vuole può andare a casa, chi resta continuerà a combattere contro gli alleati, ll giorno successivo Borghese, che parla benissimo la lingua tedesca (sua madre è infatti tedesca), incontra il capitano di vascello della Marina tedesca Max Bemingham, comandante di tutto il litorale ligure: viene sottoscritto un accordo in base al quale la Decima flottiglia Mas continuerà ad esistere quale unità della Marina italiana, ma con completa autonomia. Borghese ne resterà al comando per proseguire la guerra accanto alle forze armate germaniche con parità di diritti e di doveri.

Il 28 settembre Borghese incontra a Berlino l’ammiraglio Karl Doenitz, comandante della flotta tedesca. I tedeschi sanno che la marina italiana può disporre di un nuovo sommergibile che le consentirebbe di attaccare il porto di New York e quello di Free Town, nella Sierra Leone, sede della squadra navale americana nell’Atlantico. Doenitz fornisce a Borghese una lista dei porti delle forze alleate da attaccare, anzitutto quelli negli Stati Uniti, ma il progetto non avrà mai seguito.

Borghese e le Decima Mas

Il 24 novembre Borghese è nominato sottocapo dello Stato Maggiore della Marina della Repubblica Sociale: la base del suo potere resta però la Decima, con circa quattromila uomini, inquadrati in battaglioni ed in gruppi di artiglieria. Fanno parte della Decima, che ha un proprio ufficio politico ed un servizio segreto autonomo, numerose unità per operazioni di sabotaggio nei porti e dietro le linee nemiche, una squadra di sommergibili restituiti dai tedeschi ed una scuola per sommozzatori. Fallisce il tentativo di costituire una struttura più ampia, con il nome di San Marco, agli ordini di Borghese: i militari vengono inviati in Germania per essere addestrati prima di essere inquadrati nei nuovi battaglioni con quel nome.

Con la Decima Borghese inizia a combattere una sorta dì guerra personale. Rivendica la sua autonomia rispetto alle forze armate, anche se mantiene buoni rapporti con il Maresciallo Graziani che le comanda. Ritiene che, sul piano militare, i suoi interlocutori siano solo i tedeschi, con i quali pretende però di avere un rapporto paritario e presto entra in conflitto con il sottosegretario alla marina Ferrini, che vuole nominare ai posti di comando della Decima ufficiali a lui legati. Il 13 gennaio 1944, in occasione di una visita a Mussolini a Gargnano viene arrestato dalla Guardia Nazionale repubblicana e rilasciato solo il 25 successivo per ordine dato da Mussolini, dopo aver consultato il Maresciallo Graziani, che con Borghese aveva buoni rapporti.

Cominciarono le azioni degli incursori riuniti nel “Gruppo Gamma” e il sabotaggio dietro le linee nemiche dei volontari del Battaglione “Vega”. Il battaglione “Barbarico” prima ed il “Nembo” poi vennero inviati a combattere sul fronte di Anzio accanto ai reparti tedeschi: morirono più di mille “marò”.

Altri reparti furono usati in azioni contro i partigiani, specie in Lombardia e nel Veneto: vi furono episodi di grande efferatezza di cui Borghese negò sempre di essere stato a conoscenza.

I rapporti con i tedeschi divennero difficili, specie dopo la fucilazione da parte dei tedeschi il 19 agosto 1944 a Genova di due ufficiali superiori italiani accusati di alto tradimento per un errore di valutazione circa il loro comportamento che aveva lasciato supporre l’intenzione di abbandonare la difesa della costa ligure. L’8 settembre 1944 a Borghese viene tuttavia conferita dal Fuhrer la croce di ferro di classe (aveva già avuto quella di II classe), ma ormai la preoccupazione del comandante della Decima era concentrata non più sulla guerra ma sul dopoguerra.

Nel settembre 1944 Giancarlo Camerana, Presidente dell’Unione industriali di Torino, incontrò Borghese e gli chiese di organizzare un servizio armato a difesa degli impianti F.I A.T. di Torino. Borghese acconsentì e un piccolo distaccamento della Decima iniziò la sorveglianza degli stabilimenti. Anche la Regia Marina, a Bari, riflettè sulle possibilità di ottenere un aiuto da Borghese per evitare la distruzione al Nord di stabilimenti militari che la interessavano: venne inviato come intermediario il tenente di vascello Giorgio Zanardi, Borghese aderì alla richiesta e gli consegnò l’elenco delle strutture più importanti e della loro localizzazione affinché non fossero bombardati dalle forze alleate. Fu solo l’inizio di una crescente collaborazione tra Borghese e le forze alleate per la difesa di interessi coincidenti, primo fra tutti la lotta al comunismo, che significava anche bloccare la penetrazione nella Venezia Giulia dei partigiani jugoslavi, che per inglesi e americani costituivano una minaccia di espansione del comunismo nella penisola, valutazione sulla quale concordava Borghese.

La Decima, che intanto era divenuta una divisione, venne schierata sul confine orientale, malgrado l’ostilità dei tedeschi che chiedevano un impegno maggiore nella lotta contro la resistenza italiana in modo da poter disimpegnare le loro truppe ed inviarle sul fronte della Ardenne. Borghese tentò addirittura, attraverso il tenente medico Ciro Boccazzi, ufficiale di collegamento tra lo stato maggiore del regio esercito e la brigata partigiana “Osoppo”, di stabilire un rapporto di collaborazione con le formazioni partigiane anticomuniste. Il tentativo non ebbe però esito positivo per l’opposizione del C.L.N. Alta Italia, ma, secondo Borghese, soprattutto degli inglesi, che avrebbero teso a fare un punto di forza delle divisioni esistenti tra gli italiani. Di rapporti tra gli uomini di Borghese e quelli della “Osoppo” parlerà molti anni dopo anche Ferruccio Parri. Resta un mistero l’ampiezza e la solidità di quei rapporti: certo è che nel dopoguerra l’organizzazione clandestina “Gladio”, creata nell’ambito Nato in funzione di una possibile resistenza contro una prevalenza comunista, farà centro non solo sulla vecchia organizzazione della “Osoppo”, ma anche, secondo documenti americani recentemente pubblicati, su ex appartenenti alla Decima, accuratamente selezionati dall’O.S.S. (Office of Strategie Service) che nel 1947 diventerà la Central Inteligence Agency (v. “La Repubblica” del 9 febbraio 2003).

Sul fronte orientale la Decima ottenne qualche successo parziale (26 gennaio 1945) nell’altopiano della Bainsizza, ma ormai la guerra volgeva al termine, mentre si accentuavano i contrasti tra Borghese, che il 30 gennaio rifiutò la nomina a sottosegretario alla Marina, e l’apparato politico e istituzionale della Repubblica Sociale.

Ormai la guerra di Borghese era sempre più colorata di nazionalismo, decisamente anticomunista ma sempre meno fascista.

Nel febbraio 1945 il generale Karl Wolff, ufficiale delle S.S. e responsabile tedesco della sicurezza nell’Italia occupata, informò Borghese di stare trattando anche a suo nome la resa agli alleati: la guerra era perduta e non c’era più da farsi illusioni.

I reparti della Decima Mas si arresero infatti via via ai partigiani. Tramite un ufficiale italiano, Antonio Marceglia, che aveva partecipato con Borghese all’impresa di Alessandria, l’O.S.S. aveva preso direttamente contatto con il principe: se avesse accettato di aiutare gli alleati ad impedire ai tedeschi di far saltare i porti, sarebbe stato sottratto alle ire dei partigiani, che intendevano fucilarlo, e portato in salvo a Roma. A favore di Borghese intervenne anche, su pressione della moglie Daria, Mons. Montini, il futuro Paolo VI, addetto a quel tempo alla segreteria di Stato vaticana, e, secondo recenti documenti, in diretto contatto con l’O.S.S., Borghese, da parte sua, acconsentì a quanto richiestogli. I tedeschi avevano già concordato con gli alleati in Svizzera che non avrebbero fatto esplodere le mine collocate nei porti. Borghese consegnò da parte sua le piante dei campi minati che ostruivano il porto di Livorno.

Il 26 aprile 1945 Borghese, indossata una divisa di tenente dell’esercito americano, salì a Milano su una jeep guidata dal capo dell’O.S.S. in Italia dal 1943 al 1947, il capitano James Jesus Angleton, futuro capo della C.I.A., per essere condotto a Roma dove, dopo essere stato interrogato dal servizio informazioni americano, venne consegnato al Ministro della Marina, ammiraglio De Courten, ed internato a Cinecittà, trasformata in un campo di concentramento.

Iniziò in quel momento uno stretto rapporto tra il principe romano e l’O.S.S.: i documenti recentemente desecretati negli Stati Uniti comprovano questi rapporti. Per gli americani Borghese rivestiva un enorme interesse sotto molti aspetti: era sicuramente anticomunista, era esperto di sabotaggi ed operazioni clandestine, conosceva come forse nessun altro le tecniche delle incursioni subacquee. La perla della Decima era il “Gruppo Gamma”, un gruppo di sabotatori agli ordini del comandante Eugenio Wolk del quale faceva parte anche il tenente Luigi Ferraro che nel porto di Alessandria da solo aveva affondato navi nemiche per complessive 24.000 tonnellate.

A Ferraro si presentarono il tenente di vascello inglese Lionell Crabb, famoso sommozzatore che morirà molti anni dopo in una misteriosa impresa contro navi russe in Inghilterra, ed il maggiore italo – americano Marzullo, con la proposta di collaborare nella guerra ancora in corse contro il Giappone. Ferraro rifiutò: venne inviato in prigionia ed il “Gruppo Gamma” sciolto formalmente.

Alcuni suoi componenti accettarono a titolo personale di fornire una collaborazione tecnica agli alleati e vennero inquadrati in uno speciale ufficio alleato a Venezia. Secondo un documento segreto americano furono venti in tutto e vennero impiegati per “compiti speciali”. Quali siano stati i compiti affidati a questi venti sabotatori però non è detto.

Borghese un anticomunista che fa comodo a molti

Nell’ottobre 1945 Borghese venne trasferito a Procida. I servizi segreti della Decima continuarono nell’ombra a lavorare per Borghese: la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi ed il terrorismo ha acquisito un documento da cui risulta che in quel periodo qualcuno chiese al bandito Salvatore Giuliano di sbarcare a Procida con i suoi uomini e liberare Borghese ottenendo un netto rifiuto.

Forse anche per questo motivo il 10 gennaio 1946 venne ordinato il trasferimento del prigioniero a Milano: la traduzione si arrestò però a Napoli, in attesa della revoca del trasferimento che arrivò il 23 dello stesso mese.

Durante la detenzione Borghese ricevette molte visite da parte di ufficiali dell’O.S.S. che anzi, secondo alcune testimonianze, spesso lo conducevano fuori della prigione per ricondurvelo alcuni giorni dopo. Nel marzo 1946 uscì clandestinamente dal penitenziario e vi rientrò solo nel giugno successivo: il capitano Angleton riponeva molte speranze su Borghese ed ebbe ripetuti colloqui con lui a Roma. Angleton discusse un suo piano a Washington ed ottenne le autorizzazioni necessarie: Borghese sarebbe stato a capo di una rete clandestina, formata da ex — appartenenti alla Decima, ex collaborazionisti, ex agenti dell’O.V.R.A. e persone già di rilievo nelle strutture clandestine del regime fascista. I finanziamenti sarebbero stati garantiti dagli U.S.A.: lo scopo era di creare una struttura di garanzia anticomunista in Italia, dove i comunisti erano presenti nel governo di coalizione antifascista (La Repubblica, cit.).

Il 15 settembre 1947 iniziò a Roma dinanzi alla Corte d’Assise speciale il processo contro Borghese per quanto avvenuto durante il periodo della Repubblica Sociale. Le imputazioni erano molto pesanti: intelligenza con il nemico tedesco, lotta contro i partigiani a sostegno dei tedeschi, concorso con altri imputati in fucilazioni e sevizie di partigiani. Erano reati che comportavano l’ergastolo: la Corte ritenne però non provata la colpevolezza di Borghese per alcuni reati ed in presenza di alcune attenuanti — aver ricevuto decorazioni al valor militare e aver salvato dalla distruzione industrie italiane nelle regioni settentrionali, aver svolto un’azione per salvare la Venezia Giulia ed aver assistito i prigionieri italiani in Germania – il 17 febbraio 1949 lo condannò a 12 anni di reclusione. Il 23 settembre 1948 la sezione istruttoria della Corte d’Appello di Roma aveva già assolto Borghese “per non aver commesso il fatto” dall’accusa di quaranta omicidi di partigiani in quanto o “fatti commessi dai tedeschi” o “da reparti distinti della Decima Mas” o da persone dipendenti da Borghese ma nell’attività delle quali non vi era stata nessuna sua partecipazione.

Già la pena di dodici anni era ridotta a otto dai condoni intervenuti: la Corte di Cassazione, alla quale Borghese ricorse, ritenne nel 1949 che il condono del 1946 fosse di tre e non di due anni e ridusse pertanto ulteriormente la pena a sette anni.

Dopo la sentenza della Corte d’Assise Borghese era stato posto in libertà: la sentenza della Cassazione diede luogo, anche per alcuni errori di procedura, il 25 febbraio ad un vivace dibattito alla Camera deí deputati e a manifestazioni di protesta a Genova. Negli anni successivi Borghese chiese la riabilitazione militare che nel 1954 gli fu negata dalla Cassazione in quanto le sue benemerenze militari risalivano ad un periodo precedente alla sentenza di condanna.

Nel 1949 Borghese aveva appena 43 anni, troppo giovane per accontentarsi del ruolo occulto garantitogli dalla C.I.A.

Il 1° dicembre 1951 divenne Presidente del Consiglio nazionale del Movimento Sociale Italiano. Si dedicò agli affari, ma con scarso successo: la Banca Commercio e Industria alla quale si interessò ebbe notevoli perdite. Continuò a fare politica a suo modo: il 18 dicembre 1991 ed il 28 gennaio 1992 in due articoli pubblicati su “Punto critico”, foglio di notizie di un agenzia diretta da un ex collaboratore di Mino Pecorelli si sostenne che Pella e Taviani avevano rifornito di armi negli anni ’50 il Comitato per la difesa della italianità di Trieste e dell’Istria, di cui Borghese era tra i fondatori e che almeno 500 “volontari nazionali” armati, infiltrati clandestinamente oltre il confine orientale, erano stati i protagonisti dei sanguinosi tumulti del 6 novembre 1953.

Borghese e l’idea del colpo di stato

Nel settembre 1968 Borghese decise la rottura con il MSI che a suo avviso si era integrato nel sistema dei partiti e fondò il Fronte Nazionale, su posizioni decisamente nazionaliste, al quale aderirono personaggi minori dell’estrema destra, oltre ad alcuni ex appartenenti alla Decima Mas. Il programma era molto semplice: salvare il Paese dalla rovina ed instaurare un sistema alternativo a quello dei partiti e militarmente organizzato.

Il Fronte, che aveva circa 3.000 aderenti, tentò di fare proseliti nella opinione pubblica ma, malgrado il dinamismo di Borghese, ebbe scarso successo. Stretti collaboratori di Borghese erano Remo Orlandini, ex ufficiale della Decima e Sandro Saccucci, tenente paracadutista: restano ancora oggi nell’ombra i finanziatori del movimento.

Alla fine degli anni ’60 Borghese cominciò a pensare alla effettuazione di un colpo di Stato e a cercare alleati. Il M.S.I., stando alla testimonianza di Giorgio Pisanò, un altro ex appartenente alla Decima poi senatore del Movimento Sociale, fu invitato a prendere parte attiva al piano, ma preferì restarne fuori. Anche la mafia, interpellata, secondo i pentiti Tommaso Buscetta e Antonino Calderone, ed allettata dalla promessa di una revisione dei processi contro Liggio, Rimi, ed altri capi mafiosi, respinse la richiesta di alcune centinaia di uomini.

Sembra tuttavia che un qualche aiuto ci fu e che il “commando” che avrebbe dovuto, secondo il piano, rapire il capo della Polizia Angelo Vicari fosse composto da tre appartenenti alle cosche siciliane (Silj).

Borghese tuttavia era tutt’altro che isolato: aveva numerose amicizie nelle forze armate, poteva contare su numerosi rapporti con tutte le organizzazioni di estrema destra come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, nella lista delle persone coinvolte nelle vicende del tentato colpo di Stato che il S.I.D. invierà ai giudici di Roma nel 1974 apparivano i nomi di persone iscritte alla Loggia massonica P2, a cominciare da Licio Gelli (Fasanella — Sestieri).

Il piano di Borghese era molto semplice: occupazione di alcuni obiettivi strategici a Roma (Ministeri dell’interno e degli esteri, sede della Rai), rastrellamento di sindacalisti e uomini politici dei partiti di sinistra e loro trasferimento a Civitavecchia per essere trasportati alle isole Eolie su una nave messa disposizione da un armatore privato, sequestro (secondo altri uccisione) del Capo della polizia. A questo punto sarebbe dovuto scattare il piano di emergenza già pronto nella cassaforte del Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri con la successiva nomina di un Governo di salute pubblica. Borghese aveva già pronto l’elenco dei ministri, uomini noti ma anche ignoti all’opinione pubblica: mantenne invece sempre un grande riserbo sul nome del futuro Presidente del Consiglio.

Il piano, alla metà del 1973, andò man mano prendendo forma. Un ruolo di assoluto rilievo fu affidato a Orlandini: la sua impresa di costruzioni aveva un ufficio a Montesacro che veniva utilizzato per le riunioni. Un altro punto di riferimento era una palestra di arti marziali in via Eleniana, vicino alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme: è lì che si riunivano sotto l’egida di una associazione di paracadutisti gli amici di Sandro Saccucci, l’altro uomo di fiducia di Borghese.

Un ruolo chiave era affidato a Salvatore Drago, medico della polizia: doveva fornire la pianta dei sotterranei del Ministero degli interni con l’indicazione della strada da percorrere per arrivare all’armeria ed impossessarsi delle armi. Il punto di forza avrebbe dovuto essere costituito da reparti della guardia forestale, provenienti da Rieti al comando del colonnello Luciano Berti, già ufficiale della Repubblica Sociale, che avrebbero dovuto occupare la sede della R.A.I. in via Teulada. Agli uomini di Avanguardia Nazionale era affidata invece l’occupazione del Ministero degli interni: la loro sede in via Arco della Ciambella, nel centro di Roma, doveva essere pronta alla difesa in caso di reazioni.

Un aiuto sarebbe dovuto venire anche dal battaglione mobile della polizia di Roma, comandato dal maggiore Enzo Capanna, da alcuni reparti dei carabinieri e da reparti dell’esercito — il l° Reggimento Granatieri di Sardegna, il I° Reggimento Bersaglieri, i Lancieri di Montebello – che avevano sede a Roma: lo avevano assicurato i rispettivi comandanti, non si sa con quanta certezza di avere seguito. E’ un piano che mostra immediatamente i suoi punti deboli ed il suo scarso spessore politico: forse a rendersene conto erano per primi coloro che l’avevano ideato se Orlandiní, entrato in contatto con il cap. Antonio La Bruna, un ufficiale del S.I.D. che si era infiltrato nella organizzazione d’accordo con il generale Gian Adelio Maletti, suo superiore gerarchico, sentì la necessità di raccontargli in gran segreto la complessa storia di un intrigo internazionale. Secondo Orlandini il gruppo degli organizzatori del complotto avrebbe avuto un collegamento diretto con Richard Nixon, il Presidente degli Stati Uniti, attraverso un ingegnere della “Selenia”, Hugh Fenwick. Una ricostruzione dei fatti basata su documenti americani e testimonianze dei protagonisti di quegli avvenimenti (Gatti) consente oggi di far luce su molti aspetti della vicenda.

Fenwick, in Italia dal 1958, conobbe a Roma sei anni più tardi Pier Francesco Talenti, un costruttore romano molto ricco, tornato da un lungo soggiorno negli Stati Uniti dove aveva conosciuto molti esponenti del partito repubblicano, fra i quali Richard Nixon, che nel 1968 sarebbe divenuto Presidente degli Stati Uniti. A Roma Talenti, con il finanziamento di industriali italiani in affari con gli Stati Uniti e di distributori di prodotti americani in Italia, fondò la sezione italiana del partito repubblicano: Presidente della sezione divenne Fenwick, mentre Talenti ne fu Presidente onorario.

Adriano Monti, un medico romano vicino al M.S.I., mise Fenwick al corrente di un piano per realizzare un colpo di Stato di destra. Fenwick, attraverso Talenti, ebbe un colloquio con l’ambasciatore americano in Italia Graham A. Martin, gli riferì il colloquio con Monti e, su invito dell’ambasciatore, incontrò in un albergo romano Remo Orlandini, che gli espose il piano di Borghese. Martin, informato del colloquio da Fenwick, fece compiere una serie di indagini: la conclusione fu che non si trattava di una cosa seria. Invitò pertanto Fenwick a comunicare ai suoi interlocutori che gli Stati Uniti erano contrari all’iniziativa e non avrebbero riconosciuto un Governo che avesse avuto origine dal colpo di Stato. Fenwick riferì ad Orlandini la decisione, ma Orlandini prima e Monti nei giorni successivi gli chiesero di continuare a fare da ponte con gli Stati Uniti e con il Presidente Nixon con il quale ritenevano che Fenwick avesse un qualche rapporto diretto. L’ingegnere americano, assumendo un comportamento equivoco, non si preoccupò di smentirlo.

Il tentativo fallito di colpo di stato

La sera tra il 7 e 1’8 dicembre 1970 scattò l’esecuzione del piano, indicato come “Tora Tora” a significare che, come l’attacco giapponese nel 1941 a Pearl Harbor, avrebbe provocato la distruzione del nemico. Borghese riunì i suoi collaboratori nella palestra di via Eleniana. Le armi acquistate legalmente a Milano erano depositate nel cantiere edile di una società di Orlandini a Montesacro, luogo fissato per l’appuntamento dei partecipanti all’impresa.

Erano pronti anche i bracciali con la scritta “Fronte nazionale — Governo provvisorio” che avrebbero dovuto servire per la identificazione delle persone e i dischetti per la libera circolazione delle automobili in città. Il quartiere generale era nella sede del Fronte nazionale, in viale XXI Aprile, mentre in via Sant’Angela Merici era riunito il comitato politico: ne facevano parte, oltre a Borghese, il maggiore della polizia Salvatore Pecorella ed il generale dell’Aeronautica a riposo Giuseppe Casero, che aveva l’incarico di scortare al Ministero della difesa, dopo il colpo di Stato, il capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Duilio Fanali. Nella sede di Largo Brindisi erano pronti ad intervenire un gruppo di aderenti ad “Europa Civiltà”; un altro gruppo di persone si trovava nella sede di Avanguardia nazionale in via Arco della Ciambella ed un altro gruppo ancora attendeva nelle vicinanze dell’Università.

Venti aderenti ad Avanguardia nazionale, fra i quali c’era anche Stefano Delle Chiare, penetrarono tranquillamente nei sotterranei del Ministero dell’interno, arrivarono indisturbati all’armeria e prelevarono 6 pistole mitragliatrici senza incontrare alcun ostacolo: secondo la testimonianza di Gaetano Lunetta, uno dei partecipanti all’operazione, ex tenente dei bersaglieri a Salò, ex segretario federale del MSI a La Spezia e militante del Fronte Nazionale, i carabinieri di guardia avrebbero consegnato agli uomini del commando le chiavi delle porte d’accesso e si sarebbero poi allontanati (Silj).

La colonna delle guardie forestali arrivò a notte fonda e si fermò in attesa vicino alla sede della R.A.I. da dove era in programma che Borghese inviasse un messaggio al Paese. Un altro gruppo penetrò nei locali del Ministero degli Esteri. Anche il garage del reparto Celere della Polizia a Castro Pretorio alle 11 della sera era in mano ad un altro “commando”. Fallirono invece i tre incaricati di rapire il capo della Polizia: entrarono in un palazzo sbagliato e restano bloccati nell’ascensore fino alla mattina successiva.

All’una del mattino il meccanismo era pronto a scattare, ma Borghese ordinò una rapida smobilitazione: tutti i partecipanti al tentativo di colpo di Stato tornarono a casa sotto una pioggia torrenziale senza avere la minima idea del motivo dell’annullamento dell’operazione, quando ormai sembrava che non vi fossero ostacoli al suo esito positivo.

La motivazione fornita da Borghese fu che non era stato possibile occupare, come previsto, il Ministero della difesa. Orlandini fornì a La Bruna una motivazione diversa: non era giunto il segnale decisivo dagli Stati Uniti in quanto il circuito con il Presidente degli Stati Uniti si era interrotto a Malta, dove si trovava la persona con la quale Fenwick era in contatto. In realtà Fenwick non aveva fatto assolutamente nulla di quanto gli era stato richiesto, limitandosi ad assistere da un ristorante sulla Via Salaria al passaggio degli autocarri della Guardia Forestale diretti a Roma. Si era ben guardato dal fare qualunque telefonata all’estero per avere un qualche assenso a ciò che stava avvenendo in quanto semplicemente non conosceva nessuna persona a cui rivolgere la domanda.

L’unica soluzione per lui era lasciare l’Italia: si fece infatti trasferire in Sudafrica da dove tornò in Italia solo nella primavera del 1974.

Ma se non fu l’impossibile assenso di Nixon, cosa fu a bloccare il tentativo di colpo di Stato? Una ipotesi recentemente formulata (Fasanella — Sestieri) è che venne a mancare all’improvviso l’adesione di chi aveva lasciato intendere la sua disponibilità ad appoggiare il colpo di Stato, magari proclamando o facendo proclamare lo stato d’assedio, in modo da facilitare la presa di potere da parte di un governo autoritario. Chi fosse, ammessa la fondatezza dell’ipotesi, il personaggio è però rimasto finora sconosciuto.

Aveva una reale pericolosità per le istituzioni il piano di Borghese? Vito Miceli, che nel 1970 era a capo del SID, in una intervista a Paolo Mieli (L’Espresso, 1981, n. 10) lo negò decisamente affermando che “Borghese e i forestali non sarebbero neanche riusciti ad occupare la città di Roma”.

E’ da sottolineare che Miceli conosceva Borghese ed aveva anche avuto con lui alcuni incontri: quando nel 1974 quegli incontri gli vennero contestati dal magistrato che indagava sugli avvenimenti di quattro anni prima, si giustificò affermando che si era trattato da parte sua solo di una ricerca di informazioni.

Di diverso parere Giovanni Pellegrino, già Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi, che ritiene (Fasanella — Sestieri) che si trattò di un progetto molto serio e pericoloso: Borghese poteva contare su amicizie importanti tra le forze armate e nella massoneria.

Una tesi ancora diversa viene sostenuta in un rapporto predisposto il 26 aprile 1976 dal gruppo che faceva capo a Guido Giannettini, agente “coperto” del SID legato ai gruppi della destra neofascista: nel dossier “San Marco” sostenne la tesi di una infiltrazione tra gli organizzatori del piano di persone legate al Servizio affari riservati del Ministero degli interni per fare fallire il piano stesso quando già i servizi segreti inglesi ed israeliani avevano preso contatto con il Fronte nazionale e Alleanza nazionale al fine di destabilizzare la situazione politica italiana, troppo favorevole al mondo arabo.

A sostegno di questa tesi può essere addotto solo lo stretto rapporto tra Umberto Federico D’Amato, capo del servizio affari riservati del Ministero degli interni, ed il medico della Polizia Salvatore Drago, che fornì tutti gli elementi utili per entrare nel Ministero degli interni.

Altro elemento certo è che la conoscenza che qualcosa si stava muovendo intorno a Borghese era largamente diffusa, tanto che nell’estate 1970 le Brigate rosse avrebbero progettato di far uccidere Borghese da un cecchino nel mese di ottobre, durante un comizio a Trento. Il progetto, elaborato da Corrado Simioni, venne però successivamente bocciato (Cipriani).

Vera o falsa che sia la notizia, sta di fatto che il S.I.D. conosceva bene, attraverso l’infiltrato cap. La Bruna ed il suo capo Maletti, il piano “Tora Tora” e nulla fece per bloccarlo. Le indagini giudiziarie successive provarono che ne era a conoscenza anche il capo del S.I.D. Miceli, che lo ammise dinanzi al magistrato inquirente nel successivo procedimento penale. Ciò che accadde a Roma nella notte tra il 7 e l’8 dicembre restò tuttavia rigorosamente segreto: le armi sottratte al Viminale furono restituite ed una pistola mitragliatrice non recuperata venne sostituita da un’altra con un numero di matricola falsificato.

Le prime notizie sul tentato colpo di Stato vennero diffuse dalla R.A.I. e dal quotidiano romano “Paese Sera” solo il 17 marzo 1971: un mese prima l’ufficio politico della Questura di Roma aveva chiesto l’autorizzazione ad alcune intercettazioni telefoniche per chiarire la dinamica degli avvenimenti.

Iniziò l’indagine della procura della Repubblica di Roma ma gli elementi dei quali era possibile disporre all’inizio erano molto pochi. Il 2 dicembre 1974 il Ministro dell’interno Restivo dichiarò ai magistrati romani che l’informazione a lui consegnata sui fatti non conteneva alcun elemento di rilievo, tale da provocare allarme.

Analoga fu la dichiarazione l’11 dicembre successivo del Capo della polizia Vicari. Risulterà nel corso del procedimento penale che anche il Ministro della difesa Mario Tanassi ed il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Enzo Marchesi erano stati informati di quanto avvenuto: nessuno però aveva dato seguito alla informativa.

La situazione mutò rapidamente nel 1974. Il 15 settembre il ministro della difesa Giulio Andreotti trasmise alla procura della Repubblica un’ampia informativa sui fatti con la notizia delle registrazioni dei colloqui con Orlandini avuti dal cap. La Bruna per incarico di Maletti, divenuto nel 1971 capo dell’ufficio del S.I.F.A.R. Il 10 ottobre la procura della Repubblica emise venti mandati di cattura per cospirazione politica ed insurrezione armata nei confronti dei maggiori responsabili del tentativo di colpo di stato: tra loro c’era anche Orlandini, che si fece trovare ricoverato in una clinica dove restò per gli undici mesi successivi. Borghese, tempestivamente avvertito del presumibile svolgimento degli avvenimenti, già dal 1971 si era recato in Spagna, da dove non tornò più in Italia. Comunque nessuno dei mandati di cattura fu eseguito: chi non fuggì in tempo all’estero ottenne il ricovero in clinica privata per motivi di salute.

Nel luglio 1974 Andreotti aveva sostituito Miceli a capo del S.I.D. con l’ammiraglio Mario Casardi. Miceli, accusato di non essere intervenuto pur essendo a conoscenza del piano, fece pervenire le sue rimostranze ai giornali, sottolineando tra l’altro la possibilità di ritenersi “dispensato dall’osservanza delle norme concernenti la tutela del segreto”, ciò che era chiaramente una minaccia rivolta a corresponsabili, veri o presunti, dei fatti fino a quel momento restati nell’ombra. Chiamato però a rispondere dal giudice istruttore, il 13 agosto si limitò ad affermare che il servizio da lui diretto aveva avuto notizia di un imprecisato gesto clamoroso che non aveva avuto alcuna conferma: erano comunque da escludersi “collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio”.

Il 31 ottobre 1974 Miceli fu arrestato, su mandato di cattura emesso dal giudice Tamburino che procedeva a Padova contro “La rosa dei venti”, altro gruppo eversivo di estrema destra con vaste ramificazioni nelle forze armate. Dopo l’arresto avvenuto a Roma, Miceli venne condotto per un malore all’ospedale militare del Celio, e poi a Padova e poi di nuovo a Roma. Viene scarcerato il 30 aprile. L’inchiesta di Padova fu trasferita dalla Corte di Cassazione a Roma ed unificata a quella già in corso per il piano Borghese ed a quella avviata a Torino su Edgardo Sogno per tentata eversione. Il 4 gennaio 1975 Miceli, in una ulteriore testimonianza, affermò di aver informato dei fatti sia Tanassi che Restivo e, sia pur genericamente, Andreotti e, più sfumatamene, l’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Oppose invece il segreto di Stato alle domande relative alla esistenza di un S.I.D. parallelo ed il Presidente del Consiglio Aldo Moro confermò di fatto il segreto negando l’esistenza del servizio parallelo.

Il 24 ottobre 1974 Andreotti fornì alla Camera dei deputati un’ampia ricostruzione dei fatti con tutta la documentazione disponibile, comprese quelle parti su cui originariamente era stato posto il segreto di Stato.

Il 9 settembre dell’anno successivo la requisitoria depositata dal pubblico ministero Claudio Vitalone al termine delle due inchieste (“Tora Tora” e “Rosa dei venti”) assolse praticamente Miceli da ogni addebito. Per i fatti della notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 furono rinviati a giudizio Borghese, Saccucci, Orlandini e altri imputati minori per cospirazione armata contro i poteri dello Stato e Miceli per favoreggiamento. Nel 1978 Orlandini fu condannato a dieci anni e Miceli assolto per non aver commesso il fatto. Gli altri imputati furono condannati a pene tra gli otto anni e i cinque mesi. Berti fu invece assolto.

Nel dicembre 1984 in appello furono però tutti assolti ritenendo i giudici i fatti inadeguati a configurare un tentativo di colpo di Stato. La Corte di Cassazione confermò la sentenza di appello. Borghese era morto da tempo.

Dopo il 1971 era restato in Spagna tentando nuovamente di organizzare le forze necessarie per attuare un progetto che avrebbe visto prima l’Italia precipitare nel caos e poi una presa di potere da parte delle Forze armate. Una riunione a Madrid alla quale parteciparono, oltre Borghese, il comitato reggente del Fronte nazionale composto da Eliodoro Pomar, un ingegnere nucleare, Giacinto Micalizio, ex appartenente alla Decima Mas, e Mario Pavia, industriale, ex federale di Torino, si concluse con la programmazione di attentati contro opere ed impianti pubblici e contemporaneamente contro Mariano Rumor, Emilio Taviani e Luciano Lama, ritenuti i nemici principali da colpire.

Nel giugno 1974 Borghese si recò con Delle Chiane, che si trovava anche lui in Spagna, in Cile a far visita a Pinochet per ottenere un sostegno economico, ma con scarsi risultati.

Il 24 agosto 1974, mentre si trovava ospite nel villaggio turistico Corteijo Fontanilla di Conil de la Frontera, Borghese venne colto da violenti dolori addominali. Fu trasportato alla clinica San Juan de Dios dove morì due giorni più tardi. La salma fu trasportata in Italia e il 3 settembre venne sepolta, con una manifestazione alla quale partecipano i suoi fedelissimi della Decima Mas e numerosi aderenti ai gruppi politici di estrema destra, nella cappella Borghese, all’interno della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

La vicenda non era però conclusa. Negli anni successivi sono stati più volte avanzati sospetti sulle cause della morte. Già sulla rivista “O.P.” del 17 ottobre 1978 Mino Pecorelli aveva accennato ad un avvelenamento con il curaro. A parlare di un caffè avvelenato è stato anche Stefano Delle Ghiaie, che in Spagna era in stretto rapporto con Borghese, durante la sua audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo e le stragi.

Si tratta però solo di ipotesi: la salma di Borghese non fu infatti sottoposta ad autopsia e il referto medico stabilì che si era trattato di morte naturale.

Con la morte del “Principe Nero”, come era soprannominato Borghese, venne meno il centro motore del “rivoluzionarismo nero” del dopoguerra, spesso legato a personaggi dei servizi segreti. Forse Borghese sapeva troppo in proposito.

Bibliografia
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  • Claudio Gatti, Rimanga tra noi, Milano, 1991.
  • Virgilio Ilari, II generale col monocolo, Ancona, 1996.
  • Sergio Neri, Decima flottiglia nostra, Milano, 1986.
  • Alessandro Silj, Malpaese, Roma, 1994.
  • Norberto Valentini, la notte della Madonna, Roma, 1978.





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