Ad Abda in Ungheria nel 1946, in una fossa comune, fu ritrovato nella tasca di un impermeabile un quadernetto, il cosiddetto Taccuino di Bor, con 10 poesie. L’autore era Miklos Rodnoti, un giovane poeta ungherese di origine ebraica, morto fucilato nel lager nazista di Berlin di Bor.

Alla violenza e all’odio aveva saputo contrapporre l’incanto dei suoi versi delicatamente semplici che lo riportavano alle cose belle della vita. La poesia era stata un’arma invincibile capace di sublimare il dolore. Alla disumanizzazione, alla negazione di ogni forma di dignità, al tentativo subito di annullamento di ogni resistenza fisica e morale aveva risposto con una delle medicine più salutari: la dolcezza della poesia, documento di un animo impermeabile ad ogni abbrutimento, repellente ad ogni tentativo di imbarbarimento. Come Primo Levi con i versi di Dante, Miklos aveva fatto ricorso alle riserve del suo animo per salvarsi dal male assoluto e morire comunque redente.

La forza della resilienza
La forza della resilienza

La forza della resilienza

Durante la marcia forzata (30 km da percorrere senza sosta e chi si arrestava o dava segni di cedimento veniva ucciso) di trasferimento dal lager di Heidenau a quello del campo di Berlin di Bor, per dare vigore alle minime forze residue del suo animo, scrive questi versi pensando a sua moglie Fanny:

Marcia forzata di Miklos Rodnoti

È pazzo, chi è crollato si rialza e di nuovo si incammina,
e con dolore errante muove ginocchia e caviglie,
Eppure si avvia sulla strada come se avesse le ali
il fosso lo chiama invano non ha il coraggio di restare,
e se chiedi perché no? forse ancora ti risponde,
che è atteso da una donna, da una morte più saggia, una morte bella.

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Oh, se potessi credere: non solo portare nel cuore
tutto ciò che ancora vale, e c’è una casa dove tornare?
se ci fosse! e come una volta sulla fresca veranda
ronzerebbe l’ape della pace, mentre si fredda la marmellata di prugne,
e il silenzio di fine estate prenderebbe il sole nei giardini sonnolenti,
e tra le fronde dondolerebbero frutti nudi,
e Fanny mi attenderebbe bionda davanti alla fitta siepe
e lentamente il lento mattino disegnerebbe l’ombra
forse è possibile ancora? la luna oggi è così tonda!

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Sono versi leggeri, rivelatori di un animo sensibile, non contaminato dalle brutture del lager nazista e che mai si potrebbe immaginare scritti in un’atmosfera di dolore disumano. Hanno il calore dell’amore, il sapore di Buono, i colori di una Bellezza semplice eppure preziosissima che aiutano ad aggrapparsi alla vita pur nella disperazione.

Elsa Morante ha scritto a riguardo:”Rodnoti è morto nel 1944 ma solo da poco tempo ho saputo che è esistito. La scoperta che questo ragazzo ha potuto esistere sulla terra per me è stata una notizia piena di allegria“.

Anche per me questi versi sono stati motivo di grande commozione ma anche di grande speranza.

Oggi, nel tempo in cui la ragione sembra restare nascosta per ridare spazio agli irrazionalismi e agli odi razziali, nel tempo dell’imbarbarimento e del decadimento culturale a cui sembra essere costretti ad arrendersi per “un vaccino” fatale e necessario, nel tempo che ci vuole privati della memoria, del pensiero libero, del confronto civile, voglio dedicare questi versi ai ragazzi-sardine che numerosi in piazza rivendicano la bellezza della Libertà e della Diversità, del pluralismo, della democrazia .

La loro protesta porta i segni di una resilienza misurata ma lucida, senza violenza ma convinta, senza contrapposizione ma determinata al di là di ogni squallida, rozza e volgare provocazione. Lascia sperare che nulla è perduto, che non tutto è stato risucchiato dall’odio sovranista e populista, che ci sono ancora pezzi di umanità capaci di resistere all’abbrutimento in cui stiamo precipitando e di rispondere con la semplicità delle sardine, pesciolini piccoli piccoli la cui forza è data solo dal numero e dalla certezza di essere portatori di un messaggio semplice perché universale, a favore dell’uomo e per l’UMANITÀ. Sono solo sardine, pur tuttavia capaci di resistere alla brutalità di Balene e di felini, famelici e avidi di potere.

Manifestano in modo pacifico, senza simboli, esprimono una protesta civile contro ogni forma di omologazione, di razzismo, una protesta spontanea e improvvisa che sa di miracoloso perché non prevista e non programmata, la protesta di un popolo di giovani sano che non accetta di vivere in un mondo di odio e di separazioni, una protesta che, seppure dovesse restare solo tale, non può essere ignorata, nemmeno da Salvini, tanto meno dalla Giorgia, cristiana, donna e madre. Entrambi, piuttosto che irritarsi e aggredire, dovrebbero raccogliere la lezione e rimodularsi perché il futuro che progettano non piace ai protagonisti di domani.


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Antonella Botti
Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".