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martedì 4 Agosto 2020

Economia&Finanza La lezione economica di Keynes e Roosevelt in tempo di Coronavirus

La lezione economica di Keynes e Roosevelt in tempo di Coronavirus

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Stamattina, mentre mi svegliavo o intravisto, sorridente, un vecchio maestro, John Maynard Keynes, il lord britannico che è stato e rimane uno dei più grandi economisti della storia, sicuramente il più grande del novecento e tuttora.

Parafrasando l’inizio di “Bella Ciao”, la canzone partigiana  che esalta in termini belli e pieni di speranza l’epopea della Resistenza, alzandoci al mattino, umani del terzo millennio, siamo  costretti a vedere nel Coronavirus “l’invasore” di oggi, un nemico  pericoloso quanto e più di quello che dovemmo affrontare negli anni bui dal 1943 al 1945. 

I giovani di allora presero le armi per cacciare il nemico, quelli di oggi hanno un compito diverso, ma non meno importante: li aspetta il dovere di ricostruire uno Stato e una società che vanno verso il declino.

A noi vecchi compete l’obbligo di iniettare loro fiducia, di accompagnarli, se e per quanto possibile, nel tratto iniziale della ricostruzione con i nostri ricordi che prendono la veste di consigli affettuosi, spingendoli a non demordere e mettere le loro energie e il loro giovane spirito al servizio della causa comune che, poi, non è altro che la loro causa, il loro avvenire.

Da nonno, quale felicemente sono, rivolgo il mio sostegno usando le parole di un grande della storia e della democrazia, Frank Delano Roosevelt, “l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”. Più  che parole, un programma politico che il presidente americano lanciò nel 1933 per portare il suo paese, e in seguito l’intero mondo, fuori della catastrofica crisi economica del 1929.

Ma, perché questa mattina  il pensiero mi è andato a John Maynard  Keynes e perché  in modo quasi affettuoso, come se egli fosse stato un mio nonno? C’è una ragione.

Quelli della mia generazione che hanno studiato, amandola, l’economia hanno in Keynes un punto di riferimento stabile che li ha accompagnati nel corso della loro vita e del loro lavoro nei vari campi in cui sono stati impegnati.

Keynes ha rappresentato la rottura definitiva dello schema di economia individualista, fondato sul mercantilismo e sul capitalismo tout court, aprendo il mondo alla macroeconomia e dunque ad una considerazione globale dei fenomeni che intercorrono e si intrecciano in quel campo.  La sua lezione, vedremo in seguito, è essenziale per affrontare le problematiche che la pandemia del virus sta aprendo sull’intero pianeta.

“Il capitalismo – scrisse J. M. Keynes nel 1933 in “Autosufficienza nazionale” –  non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”. 

Facciamo dunque attenzione a non buttare il bambino insieme all’acqua sporca, principio che vale anche per il capitalismo. Pur se è vero che in queste settimane la finanza capitalistica sta dando il peggio di sé stessa con la distruzione di centinaia di miliardi di valori nominali sulle borse di tutto il mondo e si avventa speculativamente sui paesi più deboli. Ad esempio, guardiamo all’Italia e cosa è avvenuto sul  valore dello spread cresciuto fino al limite di 300 punti sul bond tedesco, il che comporta un immediato rialzo dei tassi di interesse sui titoli italiani e quindi un maggior costo per sostenere il debito pubblico. Se tutto ciò è vero dobbiamo però acconciarci ad affrontare il problema in maniera pratica e concreta, non ideologica e velleitaria. Lavorando con la materia che abbiamo a disposizione.

Torniamo ai due personaggi prima citati, il presidente americano F. D.Roosevelt e l’economista britannico J. M.Keynes, poiché da essi viene una doppia lezione che si incrocia, vale a dire la necessità di una politica economica che non può essere affidata alla sola leva monetaria, richiedendo invece un intervento globale di politica di bilancio, tanto dal lato fiscale come dei consumi e degli investimenti, il che richiede, come di fatto comincia ad emergere, un’azione dei governi così vasta e determinata come non si era vista dai 75 anni che ci separano da secondo dopoguerra.

Roosevelt iniziò nel 1933 a dar vita ad una politica di investimenti pubblici, con la Tennessee    Valley Autority, facendo costruire dighe e centrali elettriche, che cominciarono a risollevare spesa e consumi interni, seguita dalla Work Progress Administration, aumentando i tributi sui redditi più elevati e sugli utili delle imprese, per convogliare risorse finanziarie verso investimenti e, attraverso questi interventi, gli Usa riuscirono in 8 anni ad aumentare di 9 milioni il numero dei lavoratori occupati.

I risultati statunitensi anticiparono quelli che poco tempo dopo, nel 1936, saranno i principi della teoria keynesiana (Teoria generale dell’occupazione, del’interesse e della moneta), aprendo la strada alla macroeconomia e all’intervento statale  con politiche di bilancio ad ampio raggio che portò a forme di economia mista  e consentirono di ottenere un doppio risultato, l’uscita dalla crisi e la sconfitta della disoccupazione di massa.

In Italia, dopo la crisi industriale del primo dopoguerra, a cui seguì quella bancaria e la grande disoccupazione a cavallo degli anni 20-30, la situazione venne risolta con l’adozione  di un’economia mista, fondata sulla creazione di  strutture operative pubbliche come l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale) e il risanamento del sistema bancario (con le banche di interesse nazionale, Banca Commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma).

Senza dichiararlo l’Italia, a dispetto della sua retorica circa l’economia corporativa, adottò politiche keynesiane belle e buone. E quella linea politica rappresenta anche l’ossatura della ricostruzione e la base del boom economico degli anni ’60.

In questi ultimi decenni, con la globalizzazione, Keynes è stato messo in soffitta ed hanno preso voga i monetaristi dell scuola di Chicago, guidata da Milton Friedman, che aveva avuto, negli anni ’30, un antesignano come l’austriaco Von Hajek, autore di un duro scontro scientifico con Keynes a cui mise fine una feroce stroncatura da parte keynesiana affidata al giovane economista italiano Piero Sraffa.

In questi giorni il vecchio lord inglese è sceso dalla soffitta e si aggira sornione nell’agone politico, lisciandosi beffardamente i baffi, assistendo al forsennato recupero delle sue idee da parte di tutti i governi occidentali. Senza parlare guarda soddisfatto ciò che avviene. Può darsi che alcuni dei protagonisti attuali sappiano poco o nulla sul suo conto, non importa né a Lui né a quelli di noi che gli siamo rimasti fedeli. 

E’ la necessità che trionfa. Un bisogno davvero globale di intervento sul piano economico e sociale, tanto sul versante nazionale come su quello internazionale (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Federal Reserve americana, Banca di Cina,ecc.), un fenomeno che ha rovesciato le carte in tavola.

Nel disastro è già un buon segno.






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