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sabato 27 Novembre 2021
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La Nuova Società Etica

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La scorsa notte ho fatto un sogno. O un incubo, non ho capito bene, ci sto ancora riflettendo.  

Sera del 31 dicembre di un anno indefinito, il presidente della Repubblica, nel consueto discorso di San Silvestro, dopo gli iniziali auguri di rito, entra subito nel vivo: “Vorrei ringraziare tutti i cittadini per il grande spirito di sacrificio e lo straordinario sforzo collettivo che ci hanno permesso di sconfiggere definitivamente il Covid19. Finalmente lo possiamo dire: ce l’abbiamo fatta! È stata lunga e dura, ci sono stati momenti in cui sembrava fosse impossibile uscire dal tunnel e invece, con grande forza di volontà e perseveranza, abbiamo dimostrato di poter vincere qualsiasi battaglia, anche la più difficile. Tuttavia non dobbiamo maledire e rimuovere questo lungo e durissimo periodo, perché ci ha cambiato profondamente, rendendoci migliori. Mai nella storia dell’umanità l’individuo e la collettività avevano sviluppato una tale sensibilità per la sacralità della vita umana e la sua tutela. Mai si era fermato il mondo per salvare un’esigua minoranza rispetto alla totalità del genere umano. Mai le giovani generazioni, nel pieno del loro vigore e della loro vitalità, si erano rinchiuse in casa e avevano rinunciato per così lungo tempo alle loro naturali aspirazioni, per difendere la vita dei loro nonni. Mai un Capo di Stato aveva annunciato ai cittadini in tono solenne: fermiamo tutto e lo facciamo per i più deboli, costi quel che costi. Chi non ha mai riflettuto amaramente sullo spirito di sopraffazione del più forte sul più debole insito nella natura umana? Quale cittadino non ha mai pensato, almeno una volta, che le istituzioni fossero espressione dei poteri forti e tutelassero esclusivamente i loro interessi? Questa volta è successo qualcosa di veramente straordinario e unico nella storia dell’umanità: il mondo si è fermato e ha sopportato enormi sacrifici, individuali e collettivi, per tutelare i più deboli e i più indifesi.

Dobbiamo fare tesoro di questa epocale presa di coscienza e non considerarla un punto di arrivo, ma un punto di partenza, per l’inizio di una nuova Era. Una nuova età storica, post-contemporanea, nella quale la salute di tutti sia salvaguardata da qualsiasi pericolo che la attenti, costi quel che costi. E ripeto: tutti e costi quel che costi.

Peraltro, arrivati a questo punto, come potremmo mai tornare indietro? Come potremmo implicitamente considerare le vittime di altre patologie o altri eventi non ugualmente titolari di un diritto alla vita alla stregua dei malati di un virus respiratorio? Sarebbe un’inaccettabile distinzione tra morti di serie A e morti di serie B, peraltro in totale contrasto con i nostri principi costituzionali. Da domani entreremo in una nuova epoca, fondata sul valore etico assoluto della tutela della salute collettiva senza “se” e senza “ma”. Sarà l’ultimo passo del travagliatissimo, eppur glorioso e progressivo percorso dell’umanità, dalle tenebre dei peggiori istinti animali portatori di morte, alla luce del diritto inviolabile della vita a qualsiasi costo. Le Autorità dunque agiranno per eliminare qualsiasi causa di morte prematura per ognuno di noi. Qualsiasi decesso non causato dal naturale decorso della vecchiaia sarà considerato come un fallimento. Ogni essere umano ha diritto a un’esistenza completa, dall’infanzia alla vecchiaia, fin quando con il naturale decomporsi del fisico, dovuto esclusivamente all’incedere dell’età, cessi qualsiasi attività biologica.

Peraltro come potremmo ancora giustificare una condizione nella quale, a decessi per vecchiaia di alcuni, corrispondano morti premature per tanti altri, la gran parte non per fatalità, ma per comportamenti individuali e collettivi totalmente irresponsabili? Non dobbiamo continuare ad accettare con impotenza e rassegnazione le fredde e disumane leggi della statistica, secondo le quali, in aggregati di determinate dimensioni, è assolutamente naturale che vi sia ogni giorno un certo numero di morti premature e di menomati permanenti, per le più disparate cause. Con quale coraggio finora abbiamo festeggiato il Natale e il Capodanno alla fine di un anno che registrava mediamente in un Paese di sessanta milioni di abitanti tra i seicentomila e i settecentomila decessi? Non possiamo più nasconderci dietro l’ineluttabilità della legge dei grandi numeri per giustificare il nostro cinismo, il nostro egoismo e la nostra disumanità: la statistica, con i suoi maledetti assiomi, dovrà essere abolita. Il Capo del Governo definirà e comunicherà le nuove restrizioni studiate, affinché gli esseri umani non attentino più alla salute propria e altrui con i loro comportamenti irresponsabili”.

La mattina del primo gennaio, a reti unificate, il capo del governo: “Su impulso del capo dello Stato, comunichiamo le misure restrittive a tutela della salute pubblica, che saranno esecutive dalla mezzanotte del prossimo 15 gennaio. Tutto il trasporto privato sarà vietato, i cittadini saranno autorizzati a spostarsi soltanto a piedi o con i mezzi pubblici. Abbiamo cercato di rendere più sicura possibile la guida degli autoveicoli, ma continuano a verificarsi gravissimi incidenti che causano ogni anno migliaia di vittime e di feriti con danni permanenti, peraltro la gran parte tra i più giovani. I comportamenti irresponsabili di molti ci obbligano a imporre il lockdown automobilistico per tutti. Il tabacco e l’alcool causano ogni anno nel nostro Paese oltre centomila decessi, peraltro soprattutto nella fascia di età più attiva della popolazione. Ne abbiamo disincentivato l’abuso per decenni con norme restrittive e sanzioni, ma purtroppo non è stato sufficiente: il comportamento irresponsabile di taluni ci mette nelle condizioni di vietarli per tutti. Saranno, inoltre, proibiti tutti i cibi che causano malattie cardio-vascolari e tutti quelli all’origine dei tumori, oltre che del diabete, vera pandemia mondiale da decenni, sulla quale abbiamo sempre colpevolmente e cinicamente chiuso gli occhi. Sarà consentito mangiare solo frutta e verdura e in quantità moderata, secondo le direttive del nuovo Comitato Tecnico Alimentare, che sarà costituito entro il 15 gennaio. Oltre al divieto di circolazione di tutto il traffico privato, saranno chiuse anche tutte le industrie con scarichi liquidi e gassosi nocivi e tutti i riscaldamenti, maggiori responsabili dell’inquinamento cittadino. Ove necessario, i luoghi chiusi saranno riscaldati con le tecniche sostenibili, che utilizzavano i nostri nonni. Nonostante tutto ciò, sarà comunque necessario anche un confinamento permanente dello stesso tipo di quello sperimentato per sconfiggere il Covid19. Non abbiamo altra via a disposizione per eliminare il grande numero di omicidi che registriamo ogni anno nel nostro Paese, molti dei quali efferati.

Indubbiamente la causa di morte prematura maggiormente in contrasto con il fondamento etico assoluto della nuova Era, quindi deve essere totalmente eradicata al più presto. Insieme al confinamento, pertanto, saranno installate delle telecamere nelle case di tutti i cittadini per controllare che non vi siano omicidi e violenze all’interno delle mura domestiche. Gli spostamenti necessari e improcrastinabili per procurarsi cibo, per recarsi dal medico o per raggiungere il luogo di lavoro – qualora non sia assolutamente possibile lavorare da casa in Smart Working – dovranno necessariamente rispettare le tre regole cui ormai siamo abituati: mascherina, distanziamento di almeno un metro e lavaggio continuo delle mani. Ciò perché ogni anno nel nostro Paese – ci duole dirlo, nel totale disinteresse generale – l’influenza stagionale causa, direttamente o indirettamente, migliaia di decessi, pur in presenza del vaccino specifico, che peraltro diventerà assolutamente obbligatorio per tutti. Non sarà sufficiente rispettare le tre regole solo durante la stagione invernale, perché, come constatato per il Covid19, è soprattutto durante il rilassamento estivo, complice il caldo, che il virus respiratorio circola subdolamente sotto traccia, per poi riemergere e scatenare la sua strage nella stagione invernale.

La nuova Era ovviamente riguarda non solo il nostro Paese, ma tutta l’umanità. Ci siamo coordinati con tutti i governi del mondo per adottare le stesse misure e contemporaneamente, per cui ho l’onore di annunciarvi solennemente: mai più guerre! Mai più giovani vite spezzate! E altrettanto solennemente vi annuncio che da oggi finalmente l’uomo vivrà nella più totale armonia con la natura, senza essere più all’origine dell’inquinamento ambientale, senza più cibarsi di altri esseri viventi, la cui sopravvivenza è altrettanto sacra, come quella di noi umani. Mai come ora la nostra comunità deve stringersi forte, come una catena, a protezione del bene più importante: la vita”.

Terminato il discorso del capo del governo, i media cominciano immediatamente il bombardamento d’informazioni sulla grande strage ordinaria della vecchia Era – in media quasi duemila decessi al giorno – con una narrazione terrorizzante e colpevolizzante dei cittadini, incentrata, da un lato, sui loro comportamenti irresponsabili, dall’altro, sulla loro cinica ed egoista indifferenza della morte altrui. Ogni giorno quotidiani e telegiornali snocciolano le angoscianti cifre dettagliate sul numero esatto di decessi e di ricoveri generati da ogni singola patologia, dagli incidenti stradali, dagli omicidi, in un’infodemia necrofila che toglie spazio a qualsiasi altra notizia di rilievo.

I numerosi e seguitissimi programmi di approfondimento giornalistico martellano i cittadini sulle gravi conseguenze dei loro comportamenti irresponsabili. Reportage continui nei reparti di terapia intensiva – cronicamente sotto dimensionati per la taglia del Paese – pieni di pazienti malati di tumore, di patologie cardiovascolari, di diabete o traumatizzati da gravi incidenti stradali, spesso giovani vite, ormai compromesse o invalide per tutta la vita. Interviste continue ai pazienti sofferenti e ai parenti delle vittime straziati dal dolore. Grandi spazi agli sfoghi del personale sanitario, strutturalmente insufficiente rispetto alle necessità di una popolazione di sessanta milioni di abitanti, sotto pesante stress fisico e mentale per il grande carico di lavoro e per il grave peso psicologico da sopportare quotidianamente. Governatori di regione che mostrano in televisione le lastre cliniche dei malati di tumore. Influencer che inveiscono con toni forti sui Social contro tutti coloro che blaterano di serate al ristorante, aperitivi al bar, cinema, teatri, cenoni di Natale o sciate in montagna, “quando c’è una strage quotidiana di tali dimensioni! Quando ogni giorno cadono più di dieci aerei!”.

Tutti i cittadini che contestano le restrizioni per i più disparati motivi, dal più sensato al più fantasioso, sono descritti dalla narrazione dominante come appartenenti a un unico e indistinto gruppo di persone che “negano” ciò che è evidente agli occhi di tutti. La reductio ad unum di tutte le opinioni non allineate è assolutamente necessaria, perché funzionale a stigmatizzarle nella loro totalità e quindi a disinnescare sul nascere quelle più sensate e quindi più pericolose per il nuovo corso. Opinioni infinitamente minoritarie e statisticamente insopprimibili, talmente insensate da trovar un tempo solo l’audience d’indifferenti e annoiati avventori di qualche bar di periferia oppure da essere l’oggetto esilarante di qualche gag comica televisiva o teatrale, sono dunque enormemente amplificate mediaticamente, come se, improvvisamente, fossero diventate correnti di pensiero accreditate presso una larga fetta della popolazione. A tal punto che si analizzano a livello scientifico, con l’ausilio di eminenti biologi e psichiatri, quali siano le componenti cerebrali che portano un così gran numero di persone a diffidare della narrazione politico-mediatica, sentenziando che si tratti di processi mentali non dissimili da certe forme di demenza.

Lo sdegno ed il disprezzo di scienziati, conduttori televisivi, editorialisti, intellettuali, personaggi pubblici per chiunque metta in dubbio il fondamento etico e l’utilità delle nuove restrizioni sono espressi già nella terminologia utilizzata per definirlo. Da “complottista”, “dietrologo”, “terrapiattista” fino a quel “negazionista”, nato alla fine del secolo scorso per censurare l’esecrabile negazione dell’Olocausto e che quindi associa implicitamente al neo-nazismo qualsiasi tipo di dissenso verso la nuova società etica. Il Negazionismo diventa parte integrante della narrazione ufficiale, suo elemento imprescindibile, perché la rinforza, focalizzando l’attenzione nella contrapposizione manichea tra chi ha cuore la vita degli altri e sente l’appartenenza a una comunità, pur volendo vivere isolato e recluso, e chi invece è mosso solo da cinico egoismo individualista, pur battendosi per vivere in socialità.

Proprio su questa rappresentazione dicotomica di una società lacerata tra chi è indicato come il Bene – perché considera assolutamente prioritaria, su qualsiasi altro aspetto della vita, la propria e altrui sopravvivenza biologica – e chi, come il Male – perché fa prevalere, a scapito della biologia e della salute, l’egoistico bisogno di realizzazione in un’esistenza umanamente piena e insieme con gli altri – mi sono svegliato nel cuore della notte e non sono più riuscito a prendere sonno, tormentato dalle riflessioni.

Solo un sogno? Solo uno sfogo dell’inconscio dopo mesi di forti pressioni psicologiche? Verrebbe da pensare di sì, ora abbiamo anche il vaccino, qualche mese ancora e torneremo alla normalità. E se il vaccino non fosse efficace? E se subito dopo arrivassero un’altra pandemia e poi un’altra ancora? D’altronde da più esperti si sente dire che questa è stata solo la prima, che ne verranno presto altre, ben peggiori, che vivere con una pandemia dovrà diventare un’abitudine.

A ben riflettere, fin dall’inizio del primo confinamento di marzo è partito il leit-motiv martellante del niente sarà più come prima e, con il passare del tempo, quello, altrettanto insistente, sulla necessità di abituarci a questa nuova normalità di distanziamento, isolamento, digitalizzazione assoluta della nostra vita.

Mi rendo conto che le ansie partono da una constatazione: ormai da più di un decennio siamo arrivati a un punto di non ritorno del modello economico capitalistico. Il tasso del profitto dell’economia reale si è ridotto ai livelli minimi di fine anni ’70. A quel tempo però l’Occidente aveva un pianeta a disposizione per espandere i mercati di sbocco e delocalizzare dove i costi di produzione erano enormemente più bassi e le garanzie dei lavoratori quasi inesistenti. Il grande balzo tecnologico che seguì con la New Economy e l’imponente finanziarizzazione dell’economia fecero il resto nel sostenere il tasso del profitto ancora per decenni. Tuttavia ora che le crisi dei mercati finanziari si susseguono sempre più gravi e destabilizzanti, che i mercati dei beni e dei servizi cominciano a essere saturi a livello globale, soprattutto in considerazione del vincolo ambientale, che non permette uno sviluppo omogeneo su scala planetaria del modello occidentale, cosa succederà?

La caduta tendenziale del tasso di profitto, fulcro dell’analisi economica marxiana, ripreso nella sostanza da Keynes quando teorizzava la caduta della produttività marginale dei capitali nel lungo termine, ha fatto scendere la profittabilità degli investimenti – unico vero motore del modello economico capitalistico – sotto il livello di guardia. Un altro pianeta da colonizzare, dove vendere beni e servizi e dove delocalizzare, non lo abbiamo e il sistema non può sopravvivere con un tasso del profitto così depresso. Che cosa succederà?

Sembrerebbe che la soluzione l’abbia trovata l’élite economica del pianeta, che dal 1971 si riunisce ogni anno a Davos nel World Economic Forum. Già dal 2015 nell’organismo si dibatteva sull’ineluttabilità della “quarta rivoluzione industriale”, fin quando nel 2017, Klaus Schwab, suo fondatore e presidente esecutivo, pubblicava proprio La quarta rivoluzione industriale, in cui già illustrava il suo disegno per una nuova fase del capitalismo. Progetto ripreso e ampliato nel suo Covid19: The Great Reset, scritto a quattro mani con Thierry Malleret, membro di punta del Forum, presentato con il principe Carlo d’Inghilterra già nel maggio scorso, a soli due mesi dall’inizio della pandemia, e pubblicato a luglio.

Un disegno di azzeramento e ricostruzione (Reset) del modello economico su basi più sostenibili – sulla carta – sia dal punto ambientale, che nella distribuzione delle risorse, che peraltro pare aver trovato pure l’entusiastica approvazione del Papa, come comunicato nell’enciclica Fratelli tutti, diffusa a ottobre. Un nuovo rapporto dell’uomo con la natura e con gli altri esseri umani – superati il consumismo e l’egoismo individualista – nel quale esso perde la sua secolare centralità, sarebbe assolutamente improcrastinabile, secondo Bergoglio, e non dobbiamo lasciar correre la grande opportunità offerta dalla pandemia per realizzarlo.

Secondo il gotha mondiale dell’economia, uno sviluppo sostenibile, compatibile con la crescita demografica, a fronte del vincolo delle risorse limitate, deve necessariamente passare per una transizione simultanea verso la Green Economy e la Smart Society. Due locuzioni che significano una trasformazione verde e digitale di tali dimensioni da modificare radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo. Sostanzialmente una colossale automatizzazione informatica dei processi produttivi e dei servizi, governata da intelligenze artificiali, che renderebbe superflua, soprattutto nelle economie più sviluppate, una grandissima parte del lavoro umano – oltre che la mobilità fisica – e che espellerebbe dal mercato un numero enorme di piccole e medie imprese.

Una trasformazione, per tornare a bomba, che abbatterebbe drasticamente i redditi del ceto medio, tutto a vantaggio dei profitti delle élites. In definitiva, una grande redistribuzione della ricchezza su scala planetaria dal centro verso l’alto, con il conseguente ridimensionamento di quell’anomalia storica creata dal capitalismo: la classe media.

In tale ambito, tre eventi assolutamente straordinari, verificatisi proprio nell’ultimo decennio, sembrano essere stati provvidenziali per l’accelerazione esponenziale della transizione: le dimissioni di un Papa, la gigantesca esposizione mediatica di una quindicenne ecologista svedese, la pandemia di coronavirus.

Un’adolescente arrivata dal nulla, senza particolari meriti, cui è offerto addirittura il grande palcoscenico mondiale dell’Assemblea dell’ONU per inveire contro i capi di Stato e accusarli, senza mezzi termini, di essere all’origine della rovina del pianeta con le loro criminali politiche distruttrici dell’ambiente. L’effetto sulla sensibilità verso i temi ambientali dell’opinione pubblica mondiale è stato enorme, provvidenzialmente preparatorio ai nuovi scenari futuri.

Una gestione totalmente inedita a livello planetario di un’epidemia da virus respiratorio – neanche il più aggressivo sperimentato negli ultimi vent’anni – da un lato ci catapulta di colpo in una nuova e inedita realtà verde de facto, dall’altro implica un ricorso allo strumento digitale talmente massiccio e diffuso, che i grandi cambiamenti generati in ogni settore economico e relazionale appaiono irreversibili. Il Principe Carlo d’Inghilterra stesso ha descritto “questi tempi turbolenti” come una golden opportunity per realizzare delle “grandi visioni di cambiamento”.

Last but not least, l’avvicendamento alla guida della Chiesa cattolica, ha rappresentato, alla luce dei sorprendenti contenuti della nuova enciclica, non un semplice cambio al vertice, ma una nuova visione della società e della centralità dell’uomo, che si è fatta prepotentemente largo all’interno di un’istituzione, seppur secolare, come la Chiesa Cattolica. Visione – provvidenzialmente, è il caso di dirlo – in linea con il nuovo corso di cui necessita fisiologicamente il modello economico capitalistico per non implodere.    

Ancora riflettevo e arrivava l’alba di un nuovo giorno e, probabilmente, di un nuovo Umanesimo. L’uomo perde la sua centralità per cederla alla natura, di cui diventa un semplice elemento al pari di tutti gli altri esseri viventi. Una nuova società tutta protesa al verde e al digitale, automatizzata e governata dall’intelligenza artificiale, dove la mobilità delle merci e delle idee è accresciuta dall’immobilità degli esseri umani, confinati e connessi. Il messaggio martellante e catalizzatore della gestione della crisi sanitaria, “non c’è libertà senza responsabilità”, implica un nuovo paradigma del rapporto tra l’individuo e la collettività, in cui i diritti inalienabili del primo – tra cui la libertà di attività economica e la libertà di movimento – considerati ormai acquisiti da secoli, vengono di colpo messi in discussione, perché, improvvisamente, si ritengono ostativi del bene della seconda. Dietro la rappresentazione idilliaca di una nuova società etica, si cela la necessità ben più pragmatica di preservare il modello economico capitalistico, la sua gerarchia sociale ed economica e consolidare la posizione delle élites.






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