La società miope

Inforco degli occhiali che aumentano la mia ipermetropia congenita. Il mondo, improvvisamente rallenta. Gli accadimenti che colpiscono il cuore e il cervello divengono piccoli elementi di una storia umana che ha complessità e urgenze ben più grandi e importanti, che è attraversata da dinamiche profonde i cui esiti possono essere messi in discussione solo da scelte coraggiose e lungimiranti. Esiti e dinamiche che sono, in realtà, le vere motivazioni di quei piccoli accadimenti “a cui siamo interessati” e alle cui radici, vere, nessuno sembra più interessato.

Sembra che nessuno sia più in grado di fare semplici operazioni, che sappia mettere in fila le cause con gli effetti.

Tutto è marketing: giornalismo, politica, cronaca…

Il giornalismo, che dovrebbe rappresentare quella funzione di messa a fuoco degli accadimenti e delle loro connessioni, si concentra spesso sugli accadimenti e sulle interpretazioni che possano strappare solo qualche lettore in più, possano accaparrarsi il bene prezioso del tempo delle persone, delle loro attenzioni per rivenderle sul mercato della pubblicità come cosa loro.

Il criterio di “notiziabilità” non segue più una idea, un pensiero, una posizione, ma utilizza le pulsioni stimolabili nel corpo sociale per commercializzare gli utenti, i lettori, i contatti, i followers nel grande mercato della pubblicità che serve a “montare la panna del consumo”. Questo oggi vale per ogni accadimento, cronaca, politica, guerra, manifestazioni, omicidi tutto tende ad essere ingoiato dal meccanismo del marketing. E tutto viene trasformato in un problema di comunicazione. In politica non esistono più analisi errate, politiche di parte o di classe che distruggono insediamenti sociali o riferimenti culturali. Se un partito perde voti è perché ha sbagliato a comunicare, non perché ha smarrito il proprio sentiero, la ragione dell’essere “parte” e collocarsi da quella “parte”.

A cosa serve la politica?

Chiaro che, allora, uno si ferma e si pone una domanda: a cosa dovrebbe servire la politica, oggi? Perché i partiti si dividono sempre e sostanzialmente sul “chi” deve governare e non sul “dove” andare? Perché, ad esempio, dovrei andare a votare per le primarie di un partito che non è il mio? Soprattutto dopo che il sistema elettorale ha archiviato il sistema maggioritario? Perché questa massiccia offerta di para-informazione non riesce a distogliere lo sguardo dai micro-eventi e non si applica mai alle necessarie connessioni e relazioni che esistono tra il fare umano e il suo destino? Possibile che non ci sia spazio per capire dove stiamo portando il mondo anche con le nostre piccole vite quotidiane? Quanto siano contraddittorie politiche che, da un lato bramano l’aumento dei consumi, attraverso una agognata “ripresa economica” e che dovrebbe passare attraverso l’estensione di una forma di lavoro sfruttato come quello salariato, e dall’altra tentano accordi, vani, sul contenimento delle emissioni di anidride carbonica che dovrebbero salvare l’umanità dal disastro generale e da una possibile fine della sua storia?

Lo sguardo miope e le micro-urgenze

O è voluto, questo sguardo miope, perché attraverso esso si impedisce alle persone di prendere coscienza di quale “viaggio” stanno percorrendo con i loro passi quotidiani? E di come oggi siano possibili esiti e organizzazioni diverse del fare umano?

Si può far finta di rispondere a quelle micro urgenze, a qui micro accadimenti – tanto urgenti, impellenti e improcrastinabili da essere dimenticati e cancellati in un battibaleno seppelliti da un’altra valanga di micro urgenze e accadimenti – con risposte, anche apparentemente radicali, ma che lasciano in piedi il meccanismo che ha creato il problema al quale, si dice, si vorrebbe dare una risposta. Ci vorrebbe la semplicità di un bambino con i suoi: “E perché?”.

Ora l’umanità è giunta ad un bivio. Sarebbe troppo lungo (ma semplice) elencare tutti i fattori che rendono questo modello di vita, questo modello economico (e la sua iniqua distribuzione delle risorse), questo meccanismo di produzione di senso della vita, di cultura, di prassi (avrebbe detto il teorico italiano…), incompatibile con se stesso, con la prosecuzione della stessa vita su questo pianeta.

Il polo Nord con temperature estive durante l’inverno, l’Antartide che questo inverno non ha sviluppato la “polinia”, cioè una zona di acqua libera dai ghiacci più vicina al continente, circondata da una cintura di ghiaccio larga decine di chilometri. Minacce di interruzione della corrente del Golfo che garantisce al Nord Europa di tenersi fuori dai ghiacci. Tasso di acidità degli oceani che mette in discussione la vita nei mari e la presenza nel circuito delle acque del mondo di micro-particelle di plastica, frutto di soli 50 anni di produzione industriale delle plastiche. Pesticidi, veleni e inquinamenti delle falde acquifere. Introduzione di piante geneticamente modificate esterne all’evoluzione del pianeta e ai suoi equilibri, riduzione degli insetti per l’impollinazione al punto di assistere allo sviluppo di industrie che stanno organizzando l’introduzione di micro-robot per la loro sostituzione. Industrializzazione di tutto il vivente e di tutti gli spazi, eliminando la capacità del pianeta di produrre un equilibrio. Una cosiddetta “impronta umana” che brucia più risorse rinnovabili di quelle che la Terra riesce a riprodurre.

Ma potremmo parlare della concentrazione delle ricchezze nelle mani non di “pochi”, ma di “alcuni” individui. Della potenza delle multinazionali che travalica quella degli Stati e piega le decisioni dei governi. Del sistema di produzione della moneta e della sua rivendicazione di “autonomia” rispetto alle regole di una democrazia al punto di far pensare che le sue regole possano vivere e prodursi “fuori” dai luoghi predisposti dalle società per regolarsi e organizzarsi. Oppure dell’impatto delle tecnologie digitali nella vita umana, del cambio della struttura cognitiva degli individui, della costruzione di “info-sfere” dentro le quali si racchiudono gli individui e che vengono trasformate, rapidissimamente, in target di riferimento per la produzione di merci. Potremmo accennare al fatto che le nostre società basate sul “Welfare” rischiano il collasso per l’impatto che le tecnologie robotiche e l’Intelligenza artificiale avranno sul lavoro salariato, quella forma di attività umana sulla quale si è basata, fino ad oggi, la produzione delle ricchezza, la sua distribuzione, la generazione delle risorse statali attraverso le quali pagare pensioni, scuola, università, servizi sociali, polizia e così via

La mancanza di “alternative sistemiche”

Potremmo dilungarci nell’elenco (e dovremmo farlo). Dovrebbe essere uno dei lavori di un “vero congresso di partito”: “ricostruire, partendo dagli effetti, le cause e proporre <<alternative sistemiche>> allo stato di cose presenti”. Altro che paura della crisi del “sistema”, come emerge costantemente dalle dichiarazioni spaventate di quasi la totalità dei politici, soprattutto dell’area del centro-sinistra e di molti esponenti della stessa sinistra. O il tentativo di trovare le “pezze” a questo sistema per farlo continuare ancora un po’. È dalla crisi di questo sistema – ormai cronica e devastante – che dovremmo partire e sentire le proposte di un nuovo modo di vivere, organizzare la vita, le relazioni, i lavori, la distribuzione delle ricchezze.

Cinque anni or sono, durante un convegno su Capitalismo finanziario e democrazia, indetto dalla rivista Alternative per il socialismo, proposi la creazione di una criptovaluta sociale. Una moneta che mettesse a valore tutto il lavoro umano non valorizzato dal ciclo capitalistico e si mettesse a disposizione della produzione diretta di valore d’uso che le tecnologie digitali oggi consentono. Allora non si parlava ancora di Criptovalute e di Blockchain, non andava di moda (a sinistra ancora oggi non si è compreso bene cosa sia e che potenzialità ri-costruttive, in termini di organizzazione sociale e di produzione e distribuzione del valore). Mentre discutiamo ancora di come tenere in piedi il vecchio mondo, pensando di dare una risposta ai problemi immediati delle persone, non ci accorgiamo di quanto il mondo stia andando “oltre”, con potenzialità spesso inespresse per mancanza di politica e di politici.

Cosa potremmo fare per un futuro migliore?

La cosa bella è che se rimaniamo con gli occhiali che aumentano l’ipermetropia, tutto sembra “semplice”. L’umanità non ha mai avuto tante conoscenze come oggi, tante capacità da mettere in campo per pensare ad una nuova forma di produzione che abbandoni il consumismo sfrenato e apra a forme diverse di produzione e soddisfacimento dei bisogni. Le economie della condivisione e anche le forme produttive delle piattaforme, se sviluppate socialmente e non lasciate in mano al capitalismo, possono produrre un salto enorme in avanti. Forme relazionali diverse e rimodulazione delle forme di scambio possono ridurre i processi di mercificazione della vita e ridare “senso” alle generazioni che si affacciano oggi alla vita. Potremmo ridurre l’impatto della nostra impronta umana sul pianeta, produrre energia in maniera rinnovabile e condivisa. Potremmo basare il fare umano (un lavoro post-salariato) sul ciclo del riuso, del riciclo, del risparmio. Potremmo smettere di pensare che l’economia di oggi si debba basare ancora sul cemento e dovremmo comprendere che si potrebbe basare sulla conoscenza e sull’intelligenza. Potremmo passare dall’idea di proprietà a quella della condivisione, con una rottura totale della cultura del possesso che è una matrice dell’antichità e della scarsità. L’era della soddisfazione dei bisogni orientati verso i beni immateriali potrebbe aprire all’umanità la porta di un nuovo assetto di vita e relazione. La tendenza veloce di questi beni al costo zero, rompe lo schema che il capitale ha imposto alla storia umana negli ultimi quattro secoli. La stessa moneta potrebbe essere pensata in maniera completamente diversa, prodotta e generata dalle stesse relazioni sociali e non dallo scambio mercantile. Oggi, come dicevo, ci sono le tecnologie per farlo, siamo noi che non siamo all’altezza di creare il mondo nuovo che diciamo di volere.

Certo, ci vuole una politica diversa. Ci vuole una capacità di uscire dalle visioni del passato e avere il coraggio di proporre forme di futuro da sperimentare. Dentro questo quadro, nuove forme di uguaglianza, nuove forme di diritti, nuove forme di relazione apriranno all’umanità un grado di Libertà più alto. Una Libertà consapevole, integrata, che sappia garantire, all’individuo, quella libertà individuale reale che questo sistema, oggi, non solo nega, ma impedisce.

E invece abbiamo una classe “dirigente” che parla solo di liste e di asticelle elettorali di sbarramento.


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Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

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