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giovedì 26 Novembre 2020

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L’uccisione di Carlo Casalegno

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Torino, 16 novembre 1977, Corso Re Umberto: Carlo Casalegno, vice direttore del quotidiano “La Stampa”, sta tornando a casa dopo una visita dal dentista ed una breve sosta al giornale per partecipare alla riunione dei capiservizio. Arrigo Levi, il direttore del giornale, gli ha offerto una scorta ma Casalegno ha rifiutato, pura sapendo che il suo nome è stato ritrovato in un elenco delle persone da colpire sequestrato in un covo delle brigate rosse.

Sono le 13,35 quando il giornalista parcheggia la sua auto Fiat 125 davanti al n. 54 dove abita, dal lato opposto della strada, e si avvia lentamente verso il portone. Alla fine dell’androne accanto all’ascensore lo attende un uomo che spara contro di lui quattro colpi, come risulterà in seguito, con una automatica Nagant 7,62 con silenziatore che risulterà essere la stessa usata per uccidere alcuni mesi prima l’avv. Croce. Due proiettili colpiscono Casalegno alla mascella, uno alla gola, uno alla tempia: è chiara l’intenzione di uccidere. Casalegno tenta di non cadere appoggiandosi al supporto di una insegna di una società immobiliare, ma rovina in terra con il trespolo. Una pallottola esce dal corpo di Casalegno e colpisce la porta in ferro dell’ascensore: il foro, in basso, è ancora visibile.

La custode del palazzo, richiamata dagli spari, vede due uomini fuggire verso una automobile parcheggiata appena fuori del portone, e chiama la moglie del giornalista che si precipita nell’androne: dieci minuti dopo un’autoambulanza porta Casalegno all’ospedale delle Molinette. Alle 14 precise con una telefonata all’agenzia Ansa di Torino una voce giovanile dà l’annuncio “Qui Brigate Rosse, abbiamo giustiziato Carlo Casalegno, servo dello Stato”. Seguirà un volantino in cui il giornalista viene accusato di essere il punto di riferimento della Trilateral, un gruppo di europei, giapponesi ed americani che si diceva in quegli anni andasse elaborando i futuri scenari politici ed economici mondiali, un tema che esulava completamente dagli articoli di Casalegno.

La notizia di quanto avvenuto si diffonde rapidamente: molte sono le persone, note e meno note, che si recano all’ospedale per avere notizie del ferito: le sue condizioni sono molto gravi e scarse le speranze che sopravviva. È quello un periodo molto difficile per Tornio: le B.R. hanno già sparato molte volte per uccidere.

Le Brigate Rosse contro i giornalisti

Il 12 marzo 1977, alle otto del mattino, è toccato al brigadiere di pubblica sicurezza Giuseppe Ciotta, ucciso sul portone di casa: la rivendicazione è delle Brigate combattenti, di quel gruppo cioè che presto assumerà il nome di Prima linea, originario “servizio d’ordine” di Lotta continua, che ucciderà in seguito altre persone tra cui due magistrati, Emilio Alessandrini e Guido Galli.

Il 28 aprile successivo tocca al Presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, l’avv. Fulvio Croce. Ha 76 anni ed è colpevole, secondo il volantino subito diffuso dalle Brigate Rosse per rivendicare l’attentato, di aver nominato il collegio dei difensori d’ufficio dopo che i brigatisti processati presso la Corte d’Assise di Torino (fra loro ci sono Renato Curcio e Alberto Franceschini) avevano revocato il mandato ai difensori di fiducia per bloccare il processo in quanto (questa è la motivazione) “Non si processa la rivoluzione”.

Il 4 maggio 1977 “La Stampa” pubblica un articolo di Casalegno in cui si afferma che con la sospensione del processo “la legge e i principi stessi della convivenza civile hanno subito… un’altra sconfitta”. Articoli con contenuti analoghi sono pubblicati su altri giornali italiani. Il TG1 della RAI segue la stessa linea.

Nel mirino delle Brigate Rosse entrano pertanto i giornalisti, colpevoli di criticare la loro azione: la tecnica prescelta è quella della “gambizzazione”, del ferimento cioè delle gambe come avvertimento: “Colpirne uno per educarne cento” è il motto più volte ripetuto nei volantini. Il 2 giugno 1977 a Genova tocca a Vittorio Bruno, vice direttore del “Secolo XIX”, il giorno successivo a Indro Montanelli a Milano ed a Emilio Rossi, vice direttore del Tg1 a Roma.

Già nell’estate 1976 era stata ritrovata a Milano una “risoluzione strategica” delle B.R. scritta un paio di mesi prima: un capitolo era intitolato “Colpire la stampa di regime strumento della guerra psicologica”. Ormai la stampa italiana era nel mirino dei brigatisti: in un documento delle B.R. sequestrato nel covo di Via Foligno 61 a Torino c’era un attacco al giornalismo “che getta discredito sulle organizzazioni rivoluzionarie e sui loro militanti”. Nel documento pubblicato da “L’Espresso” è scritto che “chi tra i giornalisti non si vuole schierare dalla parte dello Stato imperialista non ha che da cambiare mestiere”: in caso contrario “sapremo alzare il tiro” colpendo cioè per uccidere e non solo per ferire.

Casalegno è tra i giornalisti che non raccolgono l’invito ad abbandonare il campo: la sua storia personale è orientata da tempo in tutt’altra direzione.

Nato a Torino il 15 febbraio 1916, frequenta il liceo D’Azeglio a Torino, si laurea in legge all’Università di Torino, inizia a collaborare a vari giornali ed insegna nell’anno scolastico 1942-43 presso il liceo Palli di Casale Monferrato.

Aderisce al Partito d’Azione, come molti dei suoi compagni di liceo, collabora al giornale clandestino “Italia Libera”, e successivamente nel dopoguerra alla rivista “Giustizia e libertà”. Dal 1951 al 1954 sarà direttore anche della rivista “Resistenza, Giustizia e libertà”. Durante la Resistenza è ispettore per il Piemonte delle formazioni partigiane di “Giustizia e libertà”: rimarrà sempre fermo su posizioni politiche liberal-democratiche. Nel 1947 entra nella redazione de “La Stampa”, di cui nel 1968 diviene vice direttore, oltre che l’unico editorialista di politica interna. Autore di vari saggi (“La Regina Margherita”, pubblicato nel 1956, “Il giornale” del 1957), si occupa di storia, abbandonando la politica attiva. Su “La Stampa” tiene una rubrica, “Il nostro Stato”, in cui attacca l’eversione di qualunque colore in nome di uno Stato che a suo avviso è troppo spesso assente.

I suoi articoli, raccolti dopo la sua morte in volume (“Il nostro Stato”, Milano, 1978), sono spesso molto duri: il 21 aprile 1974 sottolinea la necessità di non cedere alla paura (era stato sequestrato il giudice Sossi) e di risalire ai mandanti delle stragi (6 agosto 1974). A proposito dei sabotaggi alla Fiat parla (15 aprile 1976) di una strategia criminale per alimentare le tensioni, sostiene (9 giugno 1976) che il terrorismo, di qualunque colore, ha alla base sottili disegni e (25 settembre 1976) che la paura è una colpa, attaccando la magistratura in quanto ritenuta troppo preoccupata delle conseguenze eventuali delle condanne. Il 4 maggio 1977 usa parole molte dure per commentare la sospensione del processo contro le Brigate rosse a Tornio parlando di rischio di “bancarotta del sistema giudiziario e del sistema carcerario”. II 30 settembre torna ad affermare che “il terrorismo rimane un fatto criminale, con rischi politici limitati, se l’opinione pubblica non cede né al panico né alla tentazione autoritaria, o alla fuga in svolte duramente conservatrici”.

Casalegno: “Rossi e neri, chiudere i covi”

Il 26 ottobre scrive l’articolo che, secondo una testimonianza al processo per la sua uccisione, gli costerà la vita: Casalegno nell’articolo significativamente intitolato “Rossi e neri, chiudere i covi”, chiede una serie di misure per colpire il terrorismo e fare il vuoto intorno ad esso, “con un’attenta vigilanza anche sulle complicità indirette, magari coperte dall’impegno professionale o dalle irresponsabili trasmissioni di certe radio libere”. Il 9 novembre successivo, in un articolo dal titolo “terrorismo e chiusura dei covi”, ribadisce la necessità di applicare la legge penale in tutto il suo rigore contro i terroristi affermando che “le leggi già in vigore offrono tutti i mezzi per combattere l’eversione purchè siano applicate con risolutezza imparziale contro tutti i violenti e i loro complici”. La posizione assunta da Casalegno è per i terroristi molto pericolosa: non ricorrere alle leggi eccezionali significa anche superare qualunque diatriba tra le forze politiche sulla necessità di tali leggi e rendere più incisiva e priva di esitazioni l’azione repressiva del terrorismo, che a Torino nell’estate 1976 sembra divenuto incontrollabile.

Le posizioni legalitarie di Casalegno sembrano però destinate ad incontrare scarso consenso in una città in cui gli attentati di terroristi sono divenuti ormai quasi quotidiani. “La stampa” è nel mirino degli estremisti: a settembre viene fatta esplodere una carica di tritolo vicino alla sede del giornale che quasi miracolosamente provoca solo danni materiali. II direttore del giornale, Arrigo Levi, insiste con Casalegno perché abbia una scorta ed usi una autovettura blindata come fa lui stesso ma ottiene un deciso rifiuto: se si decide di uccidere, è il ragionamento non privo di logica del giornalista, non ci sono difese in grado di impedirlo. Quanto accadrà alcuni mesi più tardi a Roma ad Aldo Moro sembra dargli ragione.

I brigatisti della colonna torinese sorvegliano da tempo Casalegno che continua la vita di sempre: nemmeno l’attentato dell’8 novembre a Pietro Osella, un dirigente Fiat che resta solo ferito, lo mette in allarme. L’ultimo suo articolo, pubblicato su “La Stampa” del 16 novembre affronta il tema degli scandali morali e delle collusioni con la mafia, un altro modo per difendere quello Stato democratico in cui crede da sempre. È la sua concezione fideistica della libertà e della democrazia che lo ha condotto nel 1974 a sottoscrivere l’appello per la liberazione di Edgardo Sogno, anche lui torinese, anche lui ex partigiano liberale, arrestato per cospirazione politica contro le istituzioni democratiche: per Casalegno le prove sono troppo labili per tenere in prigione una medaglia d’oro della Resistenza che non ha mai nascosto il suo dissenso politico.

Colpire Casalegno per le Brigate Rosse è diventata una necessità non più procrastinabile e sempre più diffusa. Quando viene colpito su un muro di Padova compare la scritta “I compagni esprimono il loro dolore per la mancata morte di Casalegno”. Dopo la sua morte, che avviene 13 giorni dopo, il 29 novembre, qualcuno aggiunge “finalmente è morto”.

Raffaele Fiore, colui che uccise materialmente Casalegno, in un recente libro (“L’ultimo brigatista”) ha raccontato nel dettaglio la preparazione e la esecuzione del delitto: a distanza di molti anni la sua testimonianza può essere ritenuta attendibile anche su alcuni punti controversi.

L’uccisione di Casalegno nel racconto dell’omicida Raffaele Fiore

Racconta Fiore. ex operaio della Breda, emigrato per lavoro a Milano dalla natia Bari a 16 anni, nel 1970, che la colonna torinese delle B.R. aveva da tempo deciso un’azione contro Casalegno: all’inizio doveva trattarsi di una “gambizzazione”, come avvenuto per altri giornalisti (ed in ciò il racconto di Fiore coincide con quanto scritto da Moretti nelle sue memorie – pag. 104) ma la missione, affidata allo stesso Fiore ed a Patrizio Peci, Vincenzo Acella e Pietro Panciarelli, non potè essere condotta a termine in quanto nel giorno stabilito Casalegno cambiò programma e non fu possibile raggiungerlo. Ciò che fece cambiare idea ai brigatisti sulla sorte di Casalegno fu il suo articolo del 25 ottobre 1977, dopo la morte in prigione in Germania di Andreas Baader e di altri componenti della R.A.F., ufficialmente per suicidio ma che i brigatisti ritenevano uccisi dalla polizia: secondo Fiore, l’articolo di Casalegno in cui si parla della “fine inquietante di Baader e dei suoi due compagni” era stata interpretata da lui e dai suoi compagni come un avallo alla tesi del suicidio collettivo. Era abbastanza per decretare che Casalegno doveva morire. È da notare che già Bocca (Noi terroristi, pag. 153) nel 1986 aveva collegato l’uccisione di Casalegno alla tragica fine di Baader e degli altri due detenuti. A conferma di ciò è anche il fatto che nel volantino diffuso dalle B.R. con la rivendicazione dell’attentato si fa riferimento alla morte dei tre militanti tedeschi, definita un assassinio.

Scrive Fiore, che non si dimostra assolutamente pentito dell’omicidio, preoccupato solo di sottolineare che l’arma usata aveva una lunga storia, che l’azione contro Casalegno “riscosse plauso. Lo capivamo dai commenti in fabbrica, da come furono recepiti i volantini, dal fallimento della richiesta di sciopero avanzata dal sindacato” ed aggiunge “Con Carlo Casalegno non ce l’avevo con lui come individuo, ma come simbolo della stampa di regime”, parole queste ritenute non sincere dal figlio del giornalista ucciso (L’attentato, pag. 109) un tempo militante nel gruppo di Lotta continua ed arrestato e processato per fatti di quegli anni.

Il giornalista morì tredici giorni dopo l’agguato all’ospedale delle Molinette di Torino in seguito alle gravi ferite riportate. I funerali si svolsero a Torino il 1° dicembre successivo. Seguì una manifestazione in Piazza San Carlo a cui parteciparono poche migliaia di persone, che ascoltarono in silenzio la commemorazione del direttore de “La stampa” Arrigo Levi.

La scarsa eco dell’attentato fu rimarcata da Scalfari che in un articolo su “Repubblica” (27 novembre 1977) parlò di Torino come di una città devastata e imbarbarita. Giampaolo Pansa che dopo l’attentato si recò alla Fiat Mirafiori per saggiare gli umori operai, annotò di aver trovato freddezza, indifferenza ed in alcuni casi, anche se limitati, consenso nei confronti degli attentatori (Castronovo, Fiat 1899 — 1999, Milano, 1999, pag. 1416).

Le indagini per identificare i colpevoli del delitto non ebbero alcun esito. Sarà Patrizio Peci, dopo il suo arresto, avvenuto il 19 febbraio 1980, a raccontare per la prima volta i retroscena dell’attentato, dalla decisione della colonna torinese di eseguirlo, al ferimento del giornalista al quale partecipò vigilando all’angolo di Corso Re Umberto durante l’agguato nell’androne dell’abitazione di Casalegno. Quando Peci fece le sue rivelazioni Raffaele Fiore e Vincenzo Acella erano già in prigione, arrestati il 17 marzo 1979 a Torino in un bar: per sfuggire alla cattura vivevano in una Fiat 128 parcheggiata nelle vicinanze.

Raffaele Fiore e Vincenzo Acella parteciparono successivamente al sequestro Moro (Fiore era colui che con la mitraglietta sparò sulla scorta). Nel 1983 la Corte d’Assise di Torino che processò la colonna torinese delle B.R. (48 imputati per 10 omicidi e 17 ferimenti, 12 condanne all’ergastolo, divenute 13 in appello) li condannò entrambi all’ergastolo. Entrambi furono condannati nel 1985 dalla Corte d’Assise di Roma ad un altro ergastolo per la partecipazione al sequestro Moro.

Pietro Panciarelli non fu mai processato: fu ucciso dai carabinieri il 23 marzo 1980 al momento della irruzione nell’appartamento affittato da Mara Cagol in Via Fracchia a Genova (morirono quattro brigatisti tra cui la Cagol).

Patrizio Peci in quanto pentito fruì di uno sconto di pena: ha cambiato identità ed è scomparso nel nulla.

Raffaele Fiore ha scontato 26 anni di reclusione ed è in libertà dal 2007, avendo 1’11 gennaio dello stesso anno la Corte di Cassazione confermato l’ordinanza in tal senso del Tribunale di Bologna. Si occupa di una cooperativa di detenuti a Sarmato (Piacenza).

Vincenzo Acella nel 2005 in semilibertà ha visto respinta in quella data la richiesta di libertà per l’opposizione dei congiunti delle sue vittime. Mancano notizie recenti sulla sua richiesta.

Bibliografia

  • Giorgio Bocca, Noi terroristi, Milano, 1978.
  • Andrea Casalegno, L’attentato, Milano, 2008,
  • Marco Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Roma, 2007.
  • Raffaele Fiore, L’ultimo Brigatista, Milano, 2007.
  • Mario Moretti, Brigate Rosse, Milano, 1994.





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