PACELLI  – E’ praticamente iniziata, con le dimissioni del Segretario Martina, la corsa alla segreteria del Partito Democratico: la schiera dei concorrenti alla segreteria, resasi praticamente vacante dopo le dimissioni di Renzi, appare piuttosto numerosa. I candidati sono molti, i programmi pochini, anzi praticamente nulli, se si tolgono tutte le enunciazioni quasi rituali tratte pari pari dalla storia dei partiti della sinistra italiana da più di un secolo a questa parte. Cultura politica zero, analisi della società attuale e dei suoi problemi zero, programmi che non siano la copia di quelli di mezzo secolo fa, nuovamente zero. L’astrazione prevale sul realismo, la rivendicazione sul progetto politico, il conservatorismo mascherato da riformismo sul programma di governo.

Dell’Europa, del suo futuro, di ciò che è necessario fare per mutare il comportamento di istituzioni nate più di mezzo secolo fa in un clima politico ed economico diverso proprio non se ne parla, lasciando campo libero a coloro che vogliono distruggere l’assetto comunitario, traendo spunto dai suoi errori (e sono numerosi). Si avvicinano le elezioni per il parlamento europeo e non una voce si è levata a sinistra, ad esempio, per una accentuazione dei poteri del parlamento rispetto a quelli della commissione, unica garanzia per una Europa dei popoli che prevalga su quella dei governi, di cui la commissione stessa è espressione. In molte dichiarazioni di aspiranti segretari traspare ancora un mondo che non esiste più: in una economia globalizzata si guarda ancora al conflitto tra imprenditore e lavoratore, senza rendersi conto che il capitalista digitale ha preso il posto del paperone tradizionale ottocentesco e che il vero problema è ora in che misura quel nuovo capitalismo vorrà farsi carico dello Stato sociale.

Tanti, troppi buchi neri, nelle enunciazioni dei vari Minniti, Zingaretti, Martina, e così via di seguito, mentre l’ombra di Renzi continua ad essere proiettata sul grande schermo del prossimo congresso. Ma è mai possibile che nessuno, proprio nessuno, si renda conto della situazione ed abbia il coraggio di affrontare con una cultura politica nuova il mondo nuovo?

Partito democratico
Partito democratico

SODANO – Sono perfettamente d’accordo con te. Potrei non aggiungere altro se non vi fosse la domanda finale “non c’è nessuno?” e la tua risposta “Partito Democratico: se ci sei batti un colpo”. Ma il colpo non c’è e quindi, almeno per ora, non c’è nessuno. Come è potuto accadere?  

Faccio un tentativo partendo da una premessa necessaria: la sinistra, nelle sue diverse formazioni politiche del ‘900, è estinta. Sopravvive in piccole organizzazioni o partiti in tutti i paesi europei salvo l’eccezione del Portogallo. Di fronte ad un passaggio epocale come quello che viviamo da due decenni caratterizzato dalla fine delle ideologie che avevano dato vita a istituzioni,  governi e partiti del secolo scorso con la conseguente scomparsa di uno Stato come l’Unione Sovietica e l’emergere di un nuovo grande protagonista come la Cina nel nuovo contesto della economia globale e della comunicazione digitale i dirigenti del Partito Comunista Italiano, superstiti della deriva giustizialista di tangentopoli, hanno pensato che meglio che fare i conti con la loro “brutta” storia  fosse una buona idea cambiare nome, mascherarsi, confondersi, sfogliare la margherita e garantirsi il Potere. Privo di una cultura di governo, in una organizzazione politica multietnica, con un vocabolario da antiquario, il vecchio partito comunista ha affidato le sue fortune prima a Prodi e poi a D’Alema.

Serviva un nuovo soggetto politico “a vocazione maggioritaria” e arrivò Veltroni, che però non prese la maggioranza e quindi fu subito sostituito da Bersani e Letta che a sua volta furono spodestati da Renzi. Obiettivamente è molto difficile per un Partito sopravvivere ad un così vorticoso ricambio di leader senza alcuna motivazione politica. Evidentemente la lotta per il potere fra questi uomini ha occupato tutto il tempo disponibile e non ce ne rimasto per pensare. Quindi un costante sapore di antico, manifesti e programmi tirati fuori dai cassetti fatti di “nuovi modelli di sviluppo” e di “economia più giusta”, di riforma della scuola piuttosto che di pensioni e di “fisco giusto e lotta agli evasori”, di equità sociale e sostenibilità ambientale.

Quanto all’Unione Europea poche roboanti parole di difesa dall’assalto populista. Insomma cosa hanno fatto questa accolita di geniali dirigenti: di fronte ai tempi nuovi e ai nuovi protagonisti hanno pensato di tenersi stretti i risultati delle analisi che i loro padri avevano ottenuto un secolo fa e hanno buttato al macero il metodo e la cultura che quei risultati aveva prodotto analizzando la società dell’inizio del ‘900. Se avessero conservato metodo e cultura e con questi strumenti avessero analizzato la società globale del nuovo millennio forse avrebbero scoperto, per esempio, che il Partito novecentesco non è lo strumento di partecipazione adeguato ai nostri tempi e lo sono ancor meno le ricette “riformiste” per governare la società odierna. E avrebbero scoperto che i poteri nel 2018 non sono più i tre descritti da Monteschieu, bensì quattro e cioè che oltre il potere esecutivo, legislativo e giudiziario c’è il capitale finanziario sovranazionale. Ecco perché quando prossimamente qualcuno busserà alla porta ci troveremo difronte un operaio con la ruspa.

PACELLI – Era ineluttabile, dopo Prodi, D’alema e Renzi (gli altri non meritano nemmeno una citazione) che il PD arrivasse al termine della corsa, fino a divenire simile ad un blocco di ghiaccio che si va inesorabilmente sciogliendo sotto il sole cocente e nessuno ha la forza o la volonta’ di spostare  all’ombra. Facciamocene  una ragione: il PD non e’ piu’ in grado di essere una forza politica di governo del Paese lasciando cosi’ uno spazio bianco che oggi nessuno sa con esattezza come riempire. Unica certezza e’ quella che non puo’ finire cosi’ e che coloro che vogliono una societa’ piu’ giusta e piu’ umana non possono restare senza una voce nella politica nazionale. Come farlo, con chi ,con quale programma, con quali strumenti in ogni caso diversi da quelli del  passato  perche’ diversa e’ la societa’ in cui viviamo e’ la grande sfida che attende tutti coloro che non vogliono restare accerchiati nel canyon sotto il fuoco dei banditi messicani, tanto per colorare i sogni con le immagini……Ce la possiamo fare, prima che sia tardi.


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Artigiano, mastro oleario, giornalista e dirigente d’azienda, Giampaolo Sodano è nato a Roma. Prima di vincere nel 1966 un concorso ed entrare in Rai come funzionario programmi svolge una intensa attività pubblicistica come critico letterario e cinematografico. Nel 1971 è giornalista professionista. Nel 1979 è dirigente d’azienda della RAI. Nel 1983 è eletto deputato al Parlamento. Nel 1987 torna all’attività professionale in RAI ed è nominato vice-presidente e amministratore delegato di Sipra e successivamente direttore di Raidue. Nel 1994 è direttore generale di Sacis e l’anno successivo direttore di APC, direzione acquisti, produzioni e coproduzioni della Rai. Nel 1997 si dimette dalla RAI e diventa direttore di Canale5. Una breve esperienza dopo della quale da vita ad una società di consulenza “Comconsulting” con la quale nel 1999 collabora con il fondo B&S Electra per l’acquisizione della società Eagle Pictures spa di cui diventa presidente. Nel 2001 è eletto vicepresidente di ANICA e Presidente dell’Unidim (Unione Distributori). Dal 2008 al 2014 è vicepresidente di “Sitcom Televisione spa”. E’ stato Presidente di IAA. Sezione italiana (International Advertising Association), Presidente di Cartoons on the bay (Festival internazionale dei cartoni animati) e Presidente degli Incontri Internazionali di Cinema di Sorrento. Ha scritto e pubblicato “Le cose possibili” (Sugarco 1982), “Le coccarde verdemare” (Marsilio 1987), “Nascita di Venere” (Liguori editore 1995). Cambia vita e professione, diventa artigiano dell’olio e nel 1999 acquista un vecchio frantoio a Vetralla. Come mastro oleario si impegna nell’attività associativa assumendo l’incarico prima di vicepresidente e poi direttore dell’Associazione Italiana Frantoiani Oleari (AIFO). Con sua moglie Fabrizia ha pubblicato “Pane e olio. guida ai frantoi artigiani” e “Fuga dalla città”.

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