Il governo sta alacremente lavorando per definire la manovra economica del prossimo anno, manovra che dovrà portare all’esame e concordare con l’Unione Europea, per il tramite della Commissione esecutiva.

All’interno delle forze politiche che hanno costituito la nuova maggioranza di governo quell’avverbio “alacremente” sembra assumere tutt’altro significato, nel senso che le diverse energie sono dirette a conseguire obiettivi diversi e non conciliabili data la ristrettezza delle risorse disponibili.

Ma, lasciando stare le dispute che rispondono a interessi particolari, tutti plausibili e da rispettare, ciò che in questa nota si intende mettere in evidenza è un problema di fondo, quello del debito pubblico, con il quale l’Italia nel suo insieme è costretta a misurarsi.

Quel debito ha toccato un nuovo primato assoluto, 2.400 miliardi di euro che rappresentano un fardello di circa 39.000  euro caricato sulle spalle di ogni italiano, da quello che sta per nascere al più anziano. Non già che questa lunga catena di cittadini dovrà domattina recarsi in qualche sportello e pagare. Intanto, solo pochi fortunati avrebbero i soldi per farlo subito, e poi la scadenza non è stabilita.

Tuttavia, anche se non appare in evidenza, la  scadenza è insita e grava sulle decisioni di ogni giorno della politica economica. Il debito è come un cappio dal quale non si può scappare. Sono anni che si tenta di  ridurlo, ma per una ragione o per l’altra, a cominciare dalla crisi che ha colpito l’economia italiana da un decennio e ancora non accenna a risolversi, quel debito invece di scendere aumenta.

Cosa fare per venir fuori da questa angoscia, che costa ogni anno intorno ai 63-65 miliardi di euro per pagare gli interessi agli investitori che hanno acquistato e acquistano titoli del debito pubblico italiano. Nei dieci anni dal 2007 al 2016 la cifra complessiva ha superato i 750 miliardi (per l’esattezza 756,4) di euro.

E chi li ha pagati? Semplice, i contribuenti italiani, che oggi sono lì a sentir dibattere se la “manovra” raggiungerà o meno 30 miliardi, e come ripartirli tra le diverse destinazioni, che altro non sono se non i beneficiari (scuola, sanità, servizi, infrastrutture ecc.). Un costo strepitoso, specie se si pensa che un paese assai più solido, e con il bilancio in pareggio per legge, come la Germania, nello stesso decennio ha speso  meno della metà per gli interessi sui titoli pubblici (242 miliardi di euro).

In quest’ultimo periodo, l’Italia ha tratto vantaggio dalla estrema riduzione dei tassi di interesse, facilitata anche dalla politica monetaria della Banca centrale europea, la BCE, diretta da Mario Draghi. Nessuno può dire quanto durerà  questo clima finanziario favorevole, né fin quando l’Italia riuscirà a barcamenarsi con le regole europee (fissate nel  patto di stabilità e crescita) che che pongono un limite al debito pubblico dei paesi membri, pari al 60% dei rispettivi Pil (prodotto interno lordo, che è come dire reddito nazionale). 

Quando si fa riferimento allo “spread” (il divario tra i tassi di interesse che paga l’Italia rispetto a quelli che paga la Germania)  si tocca con mano il problema del carico pesante che sta sulle spalle del contribuente italiano.

L’Italia quel limite lo ha abbondantemente doppiato, portando il suo debito al 136% del Pil. Senza dimenticare che i paesi del Nord Europa soffiano sul fuoco, tanto che hanno mosso forti critiche alla politica di Draghi e della Bce.

Rientrare in quei parametri contando su avanzi di bilancio anno per anno appare una chimera. Continuando per la vecchia strada significa lasciare un peso immane sulle nuove generazioni. 

Recenti stime (Sole 24 Ore su dati di Bankitalia e Istat) segnalano che per ogni euro di interessi da pagare per debito generato dall’ottantenne di oggi, chi ha attualmente 56 anni ne dovrà  pagare 10, chi ha 15 anni ne dovrà 100, chi è nato nel 2017 ne dovrà 1.000.

La situazione sembra disperata,  fortunatamente è solo, ma non tanto solo, imbarazzante. 

Tutto il debito che si è accumulato nei decenni scorsi e in quelli più recenti (nel 1980 governo Cossiga) era pari al 56% del Pil, per salire all’84,5 nel 1986 (governo Craxi), superare il Pil nel 1992, con il 105,2 (governi Andreotti, Amato), ha contribuito alla crescita della ricchezza.

Nel gruppo del G7 (Usa, Canada, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia) l’Italia è il paese nel quale la ricchezza privata è più alta che altrove. La ricchezza totale posseduta dalle famiglie italiane supera i 10.000  (diecimila) miliardi di euro,  ripartita tra ricchezza reale (abitazioni e terreni), per 6.300 miliardi, e ricchezza finanziaria (azioni, titoli obbligazionari, depositi bancari)  per 4.400 miliardi. Ciò significa che la ricchezza reale è pari a 5,5 volte il Pil, e quella finanziaria 3,8 volte; in totale 8,5 volte il reddito nazionale al  netto dei debiti delle famiglie che sono stimati attorno ai 1.200 miliardi di euro.

Ovviamente esiste un problema di redistribuzione, poiché rispetto ai ceti ricchi o abbienti  sopravanzano milioni di famiglie che non godono benessere e moltissime sono sotto il limite della povertà.

La discrasia tra debito pubblico e ricchezza privata è storia antica mai risolta.  Ora sarebbe facile immaginare di far pagare ai ricchi il debito accumulato. Il fatto è una metà degli italiani non sono contribuenti, cioè non versano imposte. E, dunque, l’idea giacobina di colpire solo i ricchi non funziona, perché quelli accertati sono un numero esiguo.

Il problema che sta davanti all’Italia, non solo al parlamento, alle altre istituzioni, alla classe politica, a quella dirigente, ai sindacati dei lavoratori e degli imprenditori, ai cittadini tutti, è come ottenere la quadratura del cerchio e liberarsi dal cappio del debito. 

L’unica cosa risolutiva sarebbe quello di abbatterlo drasticamente, per  riportarlo vicino ai parametri europei e ottenere un risparmio di 30-40 miliardi di euro ogni anno per la spesa dovuta dagli interessi. Risparmio che andrebbe a finanziare generose politiche di sviluppo.

Per dire le cose fuori dai denti, esiste un’unica strada certa, quella di una politica finanziaria basata su una imposta patrimoniale che agisca su un arco di tempo almeno decennale,  accompagnata da una progressiva riduzione della tassazione personale, e poiché si tratta di imposta sulle ricchezze è ovvio che andrebbe accompagnata dall’abolizione delle imposte di successione.

Imposta patrimoniale
Imposta patrimoniale?

Inutile illudersi con le manovre che generano risparmio.  E’ duro dirlo, più ancora difficile darlo a comprendere, ma inutile illudersi e – almeno per chi scrive – è la sola via percorribile.  

Chi ha cura della cosa pubblica, non solo la classe politica ma l’intera società nazionale, non può continuare a ignorare l’eredità che si lascia alle generazioni più giovani e a quelle che verranno. 

Riflettere su quell’euro di interessi che costa il debito fatto oggi da un ottuagenario, che diventa di 1.000 euro per un bimbo nato nel 2017. Tagliare oggi il cappio che altrimenti lo strangolerà.


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Gianfranco Salomone
Gianfranco Salomone nasce a Roma il 22 luglio 1936, si laurea in Economia all'Università la Sapienza, è un giornalista professionista. Inizia a lavorare a diciannove anni presso la Banca Commerciale Italiana, quando lascia la banca entra all'Avanti!, quotidiano del Partito Socialista Italiano, di cui diviene redattore capo. Capo ufficio stampa dei ministri Formica e De Michelis, diviene Direttore Generale del Ministero del Lavoro. Ricopre vari incarichi: Vice Presidente CIT (Compagnia Italiana Turismo), membro del CIP (Commissione Interministeriale Prezzi), membro del CdA di BNL, INAIL e del Collegio Sindacale di INPS, Amministratore delegato di Filtrati, coordinatore per attività all'estero del gruppo ATI (Azienda Italiana Tabacchi - Monopoli di Stato).

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