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giovedì 26 Novembre 2020

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Povera TV nazionale!

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La ammirata televisione italiana di Stato delle origini si è ormai trasformata nello stato disastrato della televisione italiana: sembra un gioco di parole invece è una drammatica realtà.

Tutto era cominciato per il meglio: l’iniziale televisore grande e grosso rappresentò il moderno focolare delle famiglie, specie nelle case delle città dove i camini non esistevano più, soppiantati dai termosifoni.

Erano gli anni ‘50 e ‘60. Nel ‘54 furono trasmessi i Campionati del mondo di calcio dalla Svizzera dove l’Italia di Boniperti fu subito eliminata dai padroni di casa, ma intorno a quei pochi televisori si raccolse tutta la nazione. Poi dal ‘55 al ‘59 ci fu il boom di Mike Bongiorno, simpatico giovane di ritorno dall’America che parlava italiano con accento anglosassone. Per vedere il suo “Lascia o raddoppia” si riempivano le sale cinematografiche dove sui grandi schermi collegati alla tv in bianco e nero comparvero gli eroi del momento: la signorina Paola Bolognani, diciottenne bionda leonessa di Pordenone, esperta di calcio che allora sembrava competenza maschile, il raffinato Gianluigi Marianini filosofo, esperto di moda, il professore di matematica Lando Degoli esperto di musica lirica, protagonista di un vittorioso scontro con la Giuria che aveva sbagliato la famosa domanda sul controfagotto, strumento che ben pochi sapevano cosa fosse sino a quei giorni.

Nel 1953 nacque la “Domenica sportiva” e nei tardi pomeriggi dei giorni festivi per alcuni anni fu trasmesso il secondo tempo registrato di una partita di calcio. Lo show del sabato sera con le gemelle Kessler, bellissime ballerine tedesche, era il top della settimana televisiva. A quell’epoca con “Carosello” comparve la pubblicità: cinque brevi sketch dopo il telegiornale della sera, ben fatti e solo loro. Furono anche gli anni delle esilaranti commedie di Gilberto Govi, attore, autore, inventore del teatro dialettale genovese, serate stupende.

La televisione a colori arrivò 20 anni dopo, nel 1976, con grandi contrasti tra chi voleva godere del nuovo strumento spettacolare e chi lo osteggiava perché temeva che avrebbe rappresentato una pericolosa spinta al consumismo. La politica venne più tardi sotto forma di “Tribuna politica”, conferenze stampa dei grandi Leader di partito e di governo, da Fanfani a Nenni, da Almirante a Togliatti a Moro,  un rituale pieno di vivacità e di rispetto, gestito da grandi giornalisti come Gianni Granzotto e Ugo Zatterin.

Raccontare oggi queste cose a chi a quell’epoca ancora non c’era, si viene guardarti con scetticismo. I giovani ed anche gli odierni anziani sono portati a pensare che la televisione ed i suoi 100 canali odierni, ci siano sempre stati, come anche molte persone di ogni età sono portati a credere che ci siano sempre stati la ruota, la siringa, il divorzio, eccetera…!

La successiva evoluzione della televisione e dei suoi programmi è nota ai più, sino all’attuale conflitto con la carta stampata prima e con Internet  poi. Dai conflitti di qualunque tipo, civili, militari, politici, artistici, letterari, eccetera derivano sempre effetti negativi ed effetti positivi ,ma il telespettatore pensante oggi  fa grande fatica a riconoscere cose buone sul piccolo schermo, perché il livello tv è in caduta libera, alla ricerca di un facile consenso di massa, produttore di inserzioni pubblicitarie e cioè di incassi.

Sulla spinta d’oltreoceano l’attuale programmazione è occupata e subissata di talkshow poco costosi ma con alta audience, di filmati e fiction a buon mercato, di giochi a premi per analfabeti, di eventi sportivi sempre uguali, di reality con consistenza culturale pari allo zero assoluto, di pubblicità, pubblicità, pubblicità. Lo spettatore guarda inebetito spesso senza vedere e senza ricordare, perché lo spettacolo è sempre uguale.

L’aspetto più drammatico è certamente quello dei dibattiti sia per i conduttori non sempre in buona fede, che per i partecipanti sempre gli stessi. I conduttori hanno profili diversi: quelli del cosiddetto giornalismo a tesi che cioè cominciano la trasmissione con un preciso scopo e conducono il dibattito per raggiungere l’assunto; quelli il cui scopo è fare audience anche con personaggi poco interessanti, ma capaci di urlare, di sopraffarsi, di insultare, di bestemmiare, di alzarsi e lasciare la trasmissione, spettacolo sostanzialmente penoso, ma ricco di partecipazione come lo fu il Colosseo al tempo dei Gladiatori. Altri conduttori sono dialoganti, ma allora il tema deve essere pruriginoso, capace di cogliere nello spettatore sentimenti repressi, ma dominanti. Dei conduttori sportivi meglio non parlare perché sopravvivono sul nulla. Poche parole sui partecipanti, sempre gli stessi, con caratteristiche sociali e politiche ben determinate, capaci di ripetere le stesse cose in ogni occasione, su tutti i canali, ovviamente a pagamento. 

Così i direttori di giornali, i corrispondenti dall’Italia dall’estero, gli editorialisti buoni per ogni stagione, tutti reduci dalla carta stampata che ormai pochi leggono, hanno trovato sfogo spirituale e protagonismo per la loro vanità e per il loro portafoglio, in ripetitive trasmissioni televisive atteggiandosi a competenti anche quando le loro conoscenze sul tema tendono allo zero. Gli specialisti, medici compresi, cercano la visibilità che non hanno mai avuto, molto per vanità, ma anche per interesse professionale, disposti ad andare ben oltre la verità della quale sono legittimi depositari. Infine i politici di ogni livello e di ogni parte e partito: per loro apparire in televisione è uno status symbol da spendere nel loro entourage per crescere in carriera, consolidare la propria posizione, garantirsi la rielezione difendendo qualunque tesi sia stata proposta dalla propria parte.

Il mistero è come i Direttori di rete pubblica o privata sostengano tale scempio del mezzo televisivo al quale hanno legato la propria vita ed il proprio benessere. Nei tristi giorni di questa pandemia la tv pubblica e privata gratuita ed a appagamento, è la compagnia inevitabile per la maggioranza dei reclusi, giovani, adulti e anziani, bambini e vecchi,  vittime del Lock down: la tivù avrebbe una grande occasione sociale, culturale, educativa. Purtroppo nelle attuali condizioni dei palinsesti anche questa sarà un’occasione persa: chi fa lo zapping  in prima serata, ma anche al mattino o al pomeriggio, non riesce più a distinguere i canali perché ovunque c’è lo stesso dibattito terrorizzante e le stesse facce supponenti.

In questa Italia multicolore di fine autunno che corre disperatamente verso il  Lock down totale o a macchia di leopardo imposto da Governo e Regioni, la tivù rappresenta il collegamento permanente e  vitale tra il confinamento individuale domestico ed il resto del mondo. L’informazione avrebbe il dovere di essere obiettiva e professionale, non fatta di scoop che per essere tali debbono orientarsi sul drammatico e sul patetico. Tra il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto i giovani inviati sul campo del covid o di ogni altra notizia in genere di cronaca nera, per essere visibili, scelgono sistematicamente il secondo, nella speranza di essere più apprezzati e garantirsi il futuro! Così cresce nel Paese il clima di terrore, soprattutto negli anziani, asserragliati a casa per esorcizzare il demone del virus che li insegue dai teleschermi, tra TG. e talkshow!

Infine c’è un grave dubbio che pesa soprattutto sui programmi televisivi di Stato, pagati dai cittadini col canone annuale. I tre canali che dovevano raggiungere tutta la popolazione italiana offrendo programmi diversi per diverse “fette” di utenti e che invece da sempre sono stati solo megafoni di parti politiche diverse, hanno finito per produrre palinsesti sostanzialmente uguali ovunque e di livello medio-basso.

Proprio tale livello che ha avuto ed ha alti costi, ha consentito di ottenere vasta audience e conseguentemente molta lucrosa pubblicità, ma ha anche permesso alle televisioni private di raggiungere con minori costi gli stessi livelli medio-bassi e quindi di acquisire importanti quote del mercato pubblicitario, ragion per cui anche senza incassi di tasse statali i privati reggono tranquillamente il confronto con i cosiddetti canali pubblici. 

Ciò premesso, il dubbio riguarda il rapporto tra canali ad accesso gratuito e quelli a pagamento di Sky, Netflix, eccetera:  il successo di questi ultimi è la misura dell’insuccesso dei canali Rai ed anche di quelli privati gratuiti tipo Mediaset. Qualche spirito maligno insinua che tutto ciò non è occasionale, ma voluto e che non è solo frutto della concorrenza nel libero mercato, ma di scelte tacitamente concordate in Italia e forse nel mondo, delle quali l’innocente telespettatore è la vittima pagante e felice. Sarà vero?






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