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giovedì 26 Novembre 2020

In evidenza Qui Napoli: una città allo sbando

Qui Napoli: una città allo sbando

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Se non fosse stato per un 7 attribuito all’iniziativa di studenti e docenti del Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella, impegnatisi a ripulire la tomba di Saverio Mercadante nel Quadrato degli uomini illustri del Cimitero di Poggioreale, la pagella del sabato redatta su “Il Mattino” da Vittorio del Tufo qualche settimana addietro sarebbe rimasta costellata di soli brutti voti, 3 e 4, a denunciare la situazione di una città allo sbando completo: traffico, verde, trasporti, decoro sono soltanto alcuni dei settori del fallimento di questa amministrazione ormai alla sua conclusione.

Chissà perché debbano occorrere eventi particolarmente dannosi per accorgersi della non giustezza di certe scelte. È accaduto in quel tragico marzo del 2013 in occasione del crollo di un’ala del Palazzo Guevara di Bovino alla Riviera di Chiaia che, oltre a evidenziare quanto stesse accadendo nel sottosuolo a ridosso dell’edificio, in dipendenza dei lavori di costruzione di una (inutile) linea metropolitana, mostrò quanto fosse evidente l’inconcludenza della chiusura di via Caracciolo con il conseguente intasamento di traffico nella Riviera di Chiaia. Non ci sarebbe voluto molto a capire che la soluzione avrebbe riportato lo smog delle auto all’interno, quando, invece, sul lungomare sarebbe stato (come è) contrastato dalla brezza marina e dall’andamento più sostenuto delle auto. Senza contare la piacevolezza del panorama del golfo sottratto alla vista degli automobilisti; e senza contare il costo di quella scelta in termini di stress, di maggior impiego di carburante e di perdita di tempi lavorativi e non. Molto prudenzialmente a chi scrive capitò di valutare in 60 milioni annui i costi dell’operazione: a fronte di quali benefici? E senza neppure poter stimare (perché invalutabili) i costi in termini di salute derivanti dalla concentrazione dello smog in zone abitate.

Una situazione parallela si è verificata a fine settembre, di quest’anno quando, a causa dei dissesti verificatisi nella Galleria Vittoria, è stato inevitabile impedirne il transito veicolare in entrambi i sensi, grazie soltanto (è il caso di dirlo) all’intervento della magistratura. E si è giunti finalmente a considerare via Partenope per quello che effettivamente è: un’arteria di scorrimento (veloce, per quanto è possibile) e un’imprescindibile via di fuga.

Si è verificato che gli unici “danni” derivanti dalla rimessa in uso di quel tratto di lungomare vengono subìti dai ristoratori, fin troppo abituatisi all’eccessiva estensione degli spazi concessi, e dai rari utilizzatori di una risibile pista ciclabile. L’avvenimento ha fatto ben ricordare da quanto tempo i ponteggi metallici occupino, in maniera davvero indecorosa, entrambi gli imbocchi di quella Galleria, tanto che l’amministrazione qualche tempo fa ha deciso di acquistarli anziché continuare a pagarne il noleggio…; ciò la dice lunga anche sul fatto che la decisione lasciava prevedere ancóra tempi lunghi per la ripresa dei lavori, e ora si fa di necessità virtù.

Se la città è svilita, i cittadini avrebbero tutte le ragioni per avvilirsi, anche per il perdurante silenzio delle Istituzioni alle quali viene pure continuamente denunciata ogni inefficienza e sconcezza. Quasi sempre inutilmente, poiché è come aver di fronte un muro di gomma che assorbe tutto quanto gli viene rivolto. Oppure succede che le doglianze rimbalzino da un Ente a un altro, da un’amministrazione a una Soprintendenza.

Una rara nota felice in questo insieme variegato di tristi vicende, che la città sta vivendo in anni di abbandono e che vanno sempre più svilendola, è la sorpresa di questi giorni che riguarda il cosiddetto “arco borbonico” esistente in via Partenope, proprio accosto al ciglio della strada, lato mare. Negli ultimi anni l’arco è stato oggetto di ripetuti allarmi lanciati anche da chi scrive e riguardanti il suo concreto pericolo di crollo. L’Autorità portuale ora ha assunto finalmente il carico dell’operazione di messa in sicurezza della struttura, risolvendo autonomamente una situazione dalle incerte competenze. Deve ora sperarsi che non si tratti di opere soltanto di messa in sicurezza, ma che realizzino un completo restauro del manufatto. Chissà.

E chissà se, tanto per rimanere nei paraggi, si potrà vedere finalmente ultimato l’annoso restauro delle due torrette del ponticello che reca al Castel dell’Ovo e completato il collegamento verticale (ascensore) da Santa Lucia a Monte Echia, progetto e opere in corso da almeno un decennio.






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