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martedì 30 Novembre 2021
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Giuseppe Saragat, primo socialista Presidente della Repubblica

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Saragat è il primo socialista ad essere eletto Presidente della Repubblica, dopo una vita dedicata alla politica ed alla causa del socialismo democratico. I suoi grandi avversari politici, fin dal suo ingresso nella vita politica, erano stati i comunisti, o forse più esattamente la versione leninista — stalinista del comunismo.

L’elezione di Giuseppe Saragat Presidente della Repubblica

28 dicembre 1964: il Parlamento in seduta comune (deputati e senatori: non sono ancora presenti i rappresentanti delle regioni, secondo quanto stabilito dall’art. 83, n. 2, della Costituzione in quanto le regioni non sono ancora state costituite) al ventunesimo scrutinio elegge Giuseppe Saragat Presidente della Repubblica.

È stata una battaglia lunga e difficile: il 7 agosto il Presidente Antonio Segni è stato colto da un ictus celebrale durante una discussione al Quirinale con Saragat, Ministro degli Esteri, e Aldo Moro, Presidente del Consiglio dei Ministri. Il 10 agosto Cesare Marzagara, Presidente del Senato, ha assunto la funzione di Capo dello Stato ed aspira all’incarico, contando su quanto fatto solo quattro anni prima per contrastare il governo Tambroni.

Il candidato ufficiale della Democrazia Cristiana, il partito di maggioranza relativa, è Giovanni Leone, ma la sua candidatura incontra notevoli ostacoli proprio nel suo stesso partito: Fanfani raggiunge al settimo e ottavo scrutinio 132 voti. Al quindicesimo scrutinio Leone non ha ancora ottenuto la maggioranza necessaria mentre la sinistra, con la eccezione della corrente di sinistra del P.S.I., continua a votare Saragat, che all’ottavo scrutinio ritira la sua candidatura, sicuro che la D.C. non sarebbe riuscita a far prevalere il suo candidato. Il P.C.I., che aveva fino a quel momento votato Terracini, inizia a votare Nenni, che raggiunge i 385 voti, mentre il P.S.D.I. vota scheda bianca.

Alla sedicesima votazione Leone, che per cinque votazioni ha avuto i voti anche del M.S.I., ritira la sua candidatura. Saragat ripropone la propria candidatura mentre Nenni mantiene la sua, che ritira solo dopo un accordo del P.S.L.I. con il P.C.I.. Alla ventunesima votazione (28 dicembre) i voti del P.C.I. e del P.S.I. consentono a Saragat di ottenere 646 voti su 927 votanti (150 schede bianche, 56 voti al liberale Gaetano Martino e 40 ad Augusto De Marsanich del M.S.I.).

Quando il Presidente della Camera, che presiede il Parlamento in seduta comune, Brunetto Bucciarelli Ducci annuncia all’assemblea il risultato della votazione, scoppia un grande applauso nei settori di centro sinistra dell’Aula. La nuova maggioranza ha tenuto e sembra più forte che mai: Saragat, eletto dopo Einaudi, Gronchi e Segni, è il primo socialista ad essere eletto alla più alta carica dello Stato dopo una vita interamente dedicata alla politica ed alla causa del socialismo democratico.

Chi era Giuseppe Saragat

Nato a Torino il 19 settembre 1898 in una famiglia borghese (il padre è avvocato e giornalista) di origine sarda, appena compie 19 anni si arruola volontario ed è prima soldato e poi ufficiale di artiglieria nella prima guerra mondiale.

Tornato a Torino, si laurea in Economia e Commercio, stringe rapporti di amicizia con Gobetti, Brosio, Bobbio, Buozzi e Ferdinando Santi, questi ultimi due socialisti. Il suo orientamento politico va assumendo connotazioni sempre più chiare: trova un impiego alla Banca Commerciale e al tempo stesso collabora a “La libertà”, settimanale diretto da Claudio Treves, tra i maggiori esponenti politici dei socialisti moderati.

Nel 1924 si iscrive al Partito socialista unitario, nato da una scissione del partito socialista, dal quale escono Treves, Turati e Matteotti, in polemica con la corrente massimalista prevalente nel partito: la nuova formazione politica è invece orientata per un tentativo di formare una nuova maggioranza politica, di cui fare parte per dare vita ad un governo che faccia argine al fascismo, ormai al potere con il Governo Mussolini (1922).

Saragat sostiene Buozzi che viene eletto deputato alle elezioni del 1924, collabora alla rivista socialista “La giustizia” e prende decisamente posizione contro il fascismo in nome di un socialismo umanitario, che rifiuta l’interpretazione del marxismo in chiave leninista, assolutistica ed antidemocratica.

Il 13 novembre 1925 il governo fascista decreta lo scioglimento del P.S.U.: Tito Zamboni, un deputato che ne fa parte, è stato arrestato in quanto sul punto di attentare alla vita di Mussolini.

Il partito affida le sue sorti a tre personalità (Claudio Treves, Giuseppe Saragat e Carlo Rosselli) che il 29 novembre 1925 dà vita al nuovo Partito socialista dei lavoratori italiani.

Saragat entra nella direzione del nuovo partito e per sottrarsi alla polizia fascista che ormai lo sorveglia da vicino il 19 novembre 1926 passa in Svizzera e poi in Austria, dove conosce Otto Bauer, tra i principali esponenti dell’austro marxismo, una corrente di marxisti austriaci, e si impiega in una banca locale grazie all’intervento dei vertici della Banca Commerciale (Raffaele Mattioli?) e del Partito socialista austriaco.

Saragat e la conquista rivoluzionaria della democrazia

Il soggiorno a Vienna dura poco: a Parigi gli antifascisti italiani vanno organizzandosi ed è a Parigi che Saragat, restato disoccupato, si trasferisce nel gennaio 1930.

La sua parola d’ordine è “la conquista rivoluzionaria della democrazia”, ritenuta condizione decisiva per la lotta di classe. Suo obiettivo diviene l’unità socialista superando sia il riformismo che il massimalismo.

Diviene uno dei punti di riferimento dei socialisti italiani a Parigi, partecipa al dialogo con il P.S.I. di cui è segretario Pietro Nenni e nel luglio 1930 è parte attiva della riunificazione socialista nel P.S.I.

Trova un modesto impiego nel Consorzio delle cooperative francesi e subentra nel 1934 a Claudio Treves nella segreteria della Concentrazione antifascista e nella direzione de “La libertà”, suo organo ufficiale, insieme a Rodolfo Pacciardi per il partito repubblicano e ad Alberto Cianca, rappresentante il gruppo di “Giustizia e libertà”.

Nel 1934 è tra coloro che il P.S.I. sottoscrivono il patto di unità di azione con i comunisti italiani in Francia in funzione della lotta al fascismo. L’anno successivo pubblica “L’humanisme marxiste”, il suo scritto più noto, in cui esprime pienamente i suoi convincimenti politici: del marxismo è possibile anche una lettura in chiave democratica ed umanitaria, identificando nello Stato uno strumento di emancipazione delle masse, con una alleanza tra proletariato e ceti medi che segna la negazione della necessarietà della dittatura del proletariato.

Nel 1943, quando la Francia viene occupata dai tedeschi, Saragat si rifugia con la famiglia, a Sant Gaudens, nella parte del Paese dove è stato costituito dal maresciallo Petain un governo sotto tutela tedesca. Nel 1943, dopo la caduta del fascismo, torna in Italia ma è arrestato a Susa, condotto in carcere a Torino e presto liberato per intervento di Buozzi. A Roma partecipa con Nenni alla rifondazione (22 — 23 agosto) del Partito socialista italiano di unità proletaria, cui aderisce anche il Movimento di unità proletaria guidato da Lelio Basso ed espressione del socialismo lombardo: segretario del partito divenne Pietro Nenni.

Il 28 settembre a Roma firma con Nenni e Pertini un nuovo patto di unità d’azione con il P.C.I. (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola). Arrestato nel novembre da un gruppo fascista (Bernasconi) viene consegnato ai tedeschi e rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli dal quale riuscì a fuggire con un ingegnoso stratagemma (un falso ordine di scarcerazione) ed alcune complicità interne al carcere: suoi compagni di fuga furono Sandro Pedini ed alcuni altri detenuti politici.

Pochi mesi più tardi, dopo l’arrivo a Roma delle truppe alleate, divenne ministro senza portafoglio del governo presieduto da Ivanoe Bonomi. L’anno successivo fu nominato ambasciatore a Parigi. Nell’aprile 1946 a Firenze, in occasione del XXIV Congresso del Partito socialista, guidò la minoranza del partito contro la maggioranza che con Pietro Nenni riteneva necessaria la collaborazione con il P.C.I., con il quale infatti fu stipulato (25 ottobre 1946) un patto di unità d’azione.

Saragat e l’idea di un socialismo autonomo dalla politica comunista

Dopo le elezioni amministrative dello stesso anno (10 novembre) in cui i comunisti ebbero più voti dei socialisti, ribaltando i risultati delle precedenti elezioni del 2 giugno per l’Assemblea Costituente, Saragat tornò a insistere per una azione politica socialista distinta da quella condotta dai comunisti. La polemica tra maggioranza e minoranza all’interno del partito raggiunse punte molto elevate, tanto da indurre Nenni, segretario del partito, ad indire un congresso straordinario a Roma (9 — 13 gennaio 1947).

Saragat, eletto all’Assemblea Costituente, che a sua volta lo aveva eletto suo Presidente (25 giugno 1946) comprese che esistevano poche speranze per un mutamento di rotta del suo partito.

Con l’aiuto finanziario dei sindacati degli Stati Uniti, motivato dalla necessità di lottare in Europa contro il comunismo (sul punto v. i documenti dell’archivio di Giuseppe Favarelli pubblicati in “Annuali Fondazione Feltrinelli 1988 — 1989”) decise di portare la sua corrente fuori dal P.S.I.

L’11 gennaio 1947 abbandonò clamorosamente il congresso del partito in corso e si recò a Palazzo Barberini, dove erano in attesa gli altri appartenenti alla corrente riformista (principalmente il gruppo di “Iniziativa socialista” di Giuseppe Faravelli e quello di “Critica sociale” di Matteo Matteotti): insieme fondarono il Partito socialista dei lavoratori italiani, usando la stessa denominazione che aveva avuto a Parigi l’organizzazione politica dei socialisti riformisti. Cinquantadue su centoquindici deputati socialisti alla Assemblea Costituente aderirono al nuovo partito di cui Saragat assunse la segreteria, dimettendosi da Presidente dell’Assemblea Costitente (gli successe il comunista Umberto Terracini).

Saragat unico esponente di sinistra al governo De Gasperi

Con il ritorno di De Gasperi dal viaggio compiuto negli Stati Uniti nella primavera del 1947, si aprì una fase politica nuova: dal VI° governo da lui presieduto furono esclusi non solo i comunisti, ma anche i socialisti, indeboliti dalla avvenuta scissione e legati da un patto di unità di azione con i comunisti. Nel novembre dello stesso anno Saragat fu nominato vice presidente del Consiglio, unico rappresentante del nuovo partito, alleato con la D.C., il P.R.I. e il P.L.I., a far parte del Governo: fu l’inizio della formula politica centrista che restò sostanzialmente inalterata fino al I Governo Moro (1963) quando il P.S.I. entrò a far parte della maggioranza parlamentare.

Il 18 aprile 1948 il P.S.L.I. con la lista Unità Socialista, che aveva fra i candidati anche Ignazio Silone, ex comunista, e Piero Calamandrei, già militante nel Partito d’Azione, ebbe il 7,1 per cento dei voti per la elezione alla Camera dei deputati e il 4,2 per cento per quella del Senato: tra le forze politiche era al terzo posto per numero dei voti dopo la D.C. e il Fronte popolare, frutto dell’alleanza tra P.S.I. e P.C.I.

Nel V° Governo De Gasperi, Saragat fu per un breve periodo Ministro della Marina mercantile (dal maggio 1948 al novembre 1949) quando si dimise per assumere la segreteria del partito un altro socialista del P.S.L.I., Ivan Matteo Lombardo, divenne Ministro dell’Industria.

Nel partito emersero presto notevoli dissensi: un gruppo di dirigenti (Giuseppe Faravelli, Ugo Guido Mondolfo, Mario Zagari) uscirono dal per fondare il Partito socialista unitario, di cui divenne segretario Giuseppe Romita, che solo due anni dopo (1 maggio 1951) tornò a fondersi con il P.S.L.I. dando vita al Partito Socialista — Sezione dell’Internazionale Socialista, che il 7 gennaio successivo assunse la denominazione di Partito socialista democratico italiano, con segretario ancora una volta Saragt, che riuscì in tal modo a recuperare il terreno perduto con la scissione del 1949: solo alcuni dirigenti (Mondolfo, Codignola) aderirono al P.S.I.

Il partito (a differenza del P.S.I. favorevole alla adesione dell’Italia al Patto Atlantico, così come lo era stato al Piano Marshall, osteggiato dalla sinistra si andò sempre più identificando con il suo segretario, tanto che coloro che vi aderivano venivano nel linguaggio giornalistico spesso indicati con “saragattiani”. Restò fedele alla alleanza con la D.C., il P.R.I. e il P.L.I., ma i risultati elettorali risultarono piuttosto deludenti (il 4,5 per cento alla elezioni per la Camera dei deputati del 1953, ed il 4,55 a quelle del 1958, per risalire al 6,1 del 1963).

Saragat e la riunificazione dei socialisti italiani

All’inizio degli anni ’60 nella D.C. iniziarono le aperture ad un ingresso nella maggioranza di governo del P.S.I., che aveva rotto il patto di unità d’azione con il P.C.I. Saragat, che dal 1957 aveva riassunto la segreteria del suo partito, dopo qualche esitazione comprese la nuova prospettiva politica che si stava aprendo per i socialdemocratici: essere il punto obbligato di passaggio e di intermediazione tra D.C. e P.S.I., ciò che avrebbe reso più facile tornare a lavorare per l’unificazione socialista: l’incontro con Nenni a Pralognan, un piccolo paese nelle Alpi, nell’estate del 1957 lasciava intendere possibilità in tal senso.

Saragat probabilmente comprese che c’era il rischio di un accordo D.C. — P.S.I. che portasse alla non necessarietà della partecipazione alla maggioranza di governo del P.S.D.I. in funzione di “copertura” sulla sinistra della D.C.: andò pertanto attenuando la polemica nei confronti del P.S.I. in vista di una riunificazione dei due tronconi dei socialisti italiani con una netta chiusura nei confronti del P.C.I.

Nel 1963 Saragat tornò al Governo, Ministro degli Esteri del I Governo Moro, con il P.S.I. per la prima volta dopo il 1947 nella maggioranza parlamentare e nel Governo: Nenni divenne vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Molto faticosa fu invece la seconda fase, quella della unificazione dei due partiti socialisti: P.S.D.I. e P.S.I.il 30 ottobre 1966 diedero vita al P.S.I. — P.S.D.I., unificati con due segretari (Francesco De Martino per il P.S.I. e Mario Tornassi per il P.S.D.I.).

Saragat, divenuto nel 1964 Presidente della Repubblica, e quindi ormai fuori dalla politica attiva, assunse il ruolo del padre nobile e in questo ruolo potè fare poco per garantire una effettiva unificazione tra i due partiti, già compromessa dalla nascita nel 1964 del P.S.I.U.P. in seguito alla uscita dal P.S.I. dell’ala di sinistra contraria alla collaborazione con la D.C. (Vecchietti, Basso, Lussu).

I risultati delle elezioni per il Senato e la Camera dei deputati furono deludenti per il nuovo partito unificato, che ebbe meno della somma dei voti ottenuti dai due partiti alle precedenti elezioni.

Nel 1969 i due partiti tornarono a separarsi, con un notevole rimescolamento delle carte: segretario del P.S.U., che riprese successivamente la denominazione di P.S.D.I., divenne infatti Mauro Ferri, che prima dell’unificazione era nel P.S.I. In termini numerici, i due terzi dei parlamentari aderirono al P.S.I.

Saragat dal Quirinale potè fare molto poco per impedire la diaspora, preso com’era da mille problemi: gli anni della sua Presidenza della Repubblica sono quelli dell’inizio del terrorismo (1971), della contestazione giovanile (1968), dell’alluvione di Firenze (1966). I punti intorno ai quali ruotò la sua azione furono principalmente la difesa dela Resistenza e il mantenimento della formula politica dei Governi e delle maggioranze parlamentari di centro — sinistra, che restò sostanzialmente stabile con la parentesi di alcuni governi monocolore (1968, 11° Governo Leone, con l’astensione del P.S.U.; 1969, Il° Governo Rumor con il voto favorevole, dopo la scissione, dei socialdemocratici e contrario del P.S.I.).

Saragat e la mancata rielezione a Presidente della Repubblica

Quando nel 1971 terminò il suo mandato, Saragat fece conoscere la sua disponibilità ad una rielezione, ma si trovò dinanzi ad una netta opposizione della D.C. che, memore della sconfitta di sette anni prima, premeva di nuovo per la elezione di Giovanni Leone, questa volta candidato di tutto il gruppo parlamentare. Il P.S.D.I. votò per Saragat: la D.C. gli contrappose Fanfani ed il P.S.I. De Martino. Si determinò una situazione di stallo: deputati e senatori democristiani si riunirono e decisero per la candidatura di Giovanni Leone che prevalse su Aldo Moro: era una candidatura forte, che trovava consenso nei gruppi parlamentari del centro — sinistra. Leone venne eletto al venticinquesimo scrutinio malgrado alcune defezioni tra i democristiani.

Il M.S.I. fece sapere di aver votato per Leone e che i suoi quaranta voti erano stati determinanti.

Saragat diventò senatore a vita in quanto ex Presidente della Repubblica (ad. 59, n. 1 Cost.) e si ritirò nella sua villa a Roma in Via della Camilluccia. Aveva 73 anni e si rendeva ben conto che la sua stagione politica si era conclusa: una nuova classe politica anche nel P.S.D.I. aveva preso il posto di quella che veniva come Saragat dalla esperienza politica pre — fascista.

Intuì la possibilità che la D.C., dopo l’approvazione della legge Baslini — Fortuna sul divorzio (1970) cercasse un accordo politico con il P.C.I. per modificare la legge: i risultati elettorali del 7 maggio 1972, che videro un aumento dei voti del P.C.I. e della D.C. ed un calo elettorale del P.S.D.I. gli diedero ragione.

Nell’ottobre 1973 Berlinguer, segretario del P.C.I. lanciò la sua proposta di “compromesso storico” che trovò adesioni anche nel P.S.D.I.

Al congresso del 1974 del suo partito Saragat tornò sulla necessità per i socialisti di distinguersi dai comunisti, rifiutando conseguentemente qualunque compromesso, tesi che ribadì nel successivo congresso del 1976.

Ciò non gli impedì di dichiararsi favorevole (1978) al governo di solidarietà nazionale, con l’appoggio esterno dei comunisti, ben rendendosi conto della posizione ormai di debolezza del P.S.D.I., anche a causa dello scandalo Lockheed (1975) in cui fu coinvolto Mario Tomassi, segretario del partito ed in passato Ministro della difesa, e all’accentuarsi dei contrasti all’interno del partito stesso che condussero nel 1989 Pietro Longo e Pierluigi Romita ad uscire dal P.S.D.I. per fondare il movimento di Unità e democrazia socialista.

Quando avvenne la scissione Saragat era morto da pochi mesi (Roma, 11 giugno 1988): i suoi grandi avversari politici fin dal suo ingresso nella vita politica, erano stati i comunisti, o forse più esattamente la versione leninista — stalinista del comunismo: lo comprese Giancarlo Pajetta che, alla morte di Saragat, affermò: “oggi è morto un compagno”.


Bibliografia
  • Antonio Casanova, Saragat, Torino, 1991.
  • Federico Fornaro, Giuseppe Saragat, Venezia, 2003.
  • Ugo Indrio, La Presidenza Saragat: cronaca politica di un settennio, Milano, 1976.
  • Giuseppe Saragat, Scritti e discorsi 1925 — 1965, Milano, 1966.
  • Vittorio Statera, Saragat: il coraggio delle idee, Roma, 1984.





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