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martedì 28 Novembre 2023
Il piacere dei sensiSe l’anagramma diventa un epigramma

Se l’anagramma diventa un epigramma

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Si è già detto dell’anagramma, delle sue alterne fortune e del suo decadere dopo gli splendori del ‘600. Splendori raggiunti in breve tempo, giacché pare che questo artificio si sia diffuso in Italia soltanto in occasione delle manifestazioni celebrative per l’erezione dell’obelisco vaticano. Lo sostiene Giovanni Pozzi (La parola dipinta, Adelphi Edizioni, Milano, 1981) e precisamente pare che ciò avvenne per merito del provenzale Gugliemo Blanc che, nei suoi Epigrammata obeliscum (Roma, 1586), volle includere una scelta di anagrammi corredata di un piccolo trattato e di alcune considerazioni sull’argomento:

«avuta l’occasione di nominare l’anagramma, non potei evitare di stupirmi nel constatare come una cosa antichissima per nascita, mirabile per l’artificio, amabile per la grazia, frequente presso di noi (in Francia) fosse qui (in Italia) tenuta in poco conto, addirittura ignorata, non dico dal volgo o dai pochi istruiti, ma pure dai dotti».

Lo scritto di Blanc ebbe una pronta risposta da parte di letterati o poeti italiani, i quali si avvalsero pure di una nuova e originale formula, per la quale l’anagramma si incastonava nell’epigramma, come nei versi del fiorentino Giovan Battista Fagiuoli (1660-1742):

Chi fe’ quell’anagramma puro e schietto
e che da MOGLIE ne cavò MI LEGO
fu più che sapientissimo soggetto.

Alla decadenza dell’anagramma forse contribuirono pure le continue critiche e i derisòri commenti che l’artificio riscuoteva di tanto in tanto. Così, ad esempio, Benedetto Menzini ebbe a dire di Buda, un letterato che si dilettava di queste e di altre diavolerie linguistiche, come di acrostici e di equivoci:

Io lascio a Buda schiccherar le carte
d’anagrammi, d’elogi e dell’acrostiche
e mill’altre sciocchezze al vento sporte.
E mille cose indiavolate ed ostiche,
che si fanno sentir lontano un miglio
di sua bestialità nunzie e pronostichi.

Potrebbero dirsi «epi-anagrammi» queste invenzioni “moderne” di Carmelo Filòcamo, letterato-enigmista calabrese solito a divagazioni del genere.

ALBERTO MORAVIA, / IL BRAVO AMATORE,
è l’uomo che guarda / …la vita interiore.

Quest’altra quartina è per l’autore di Horcynus Orca:

FO ARTE DA SIGNOR e d’ogni rigo
lo stil distillo riscrivendo insonne.
Fatal fu l’ Orca, STEFANO D’ARRIGO,
fatale è Cima delle nobildonne.

Nel mirino di Filòcamo capitarono anche i giornalisti:

I TAL SIGNORI / son LIGI O STRANI
Calunniatori / antelucani
o STILA GIORNI / fan senza tema
fan SALTI IN RIGO / e con perizia
NOI GLI ASTRI / siamo della notizia.

e a giornalisti furono dedicati anche altri brevi versi, come questi per la Cederna

CAMILLA CEDERNA, / che a volta trascende,
sarebbe materna, / MA L’IRA L’ACCENDE.

e questi altri rivolti a chi, negli anni ’80, era direttore de “Il Mattino”:

PASQUALE NONNO / esulta ogni… mattino:
– QUAL PENNA SONO! – / e sputa sul pennino.

Anche chi scrive si divertì a comporre cose del genere:

Oggi a fare politica, si sa,
ci si impantana con facilità:
ammettere bisogna che CLEMENTE
MASTELLA bene SCATTA NELLE MELME.

Da quando è lui, CIRIACO DE MITA,
coordinatore della “Margherita”,
i vecchi amici suoi van sospirando:
«’AI, COME CI TRADÌ, quello di Nusco!»

Per tutto quello che non va in città
è nei pasticci Rosa Iervolino;
ma non s’adira ANTONIO BASSOLINO
e dice «SÌ, NON LA BASTONO IO!»

Accigliata ogni dì per ogni cosa,
«AVREI SOLO UN SORRISO» dice ROSA
RUSSO IERVOLINO ed è per Luca,
l’Ass. interdetto che le ha dato buca.

*  *  *

Di séguito la soluzione dei due rebus lasciati da risolvere la volta scorsa:

ancorata NTI, in cantina SC osti N A, tura CI RI serva =
= ancora tanti incanti nascosti la natura ci riserva

L avo lontano, N e DO nodi, NA tura M, A con QuI sta =
= la volontà non è dono di natura, ma conquista






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