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domenica 19 Settembre 2021

In evidenza Se Letta fosse un dolce

Se Letta fosse un dolce

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L’amico Giampaolo Sodano, Direttore di Moondo, mi ha chiesto di delineare, in base ai principi della Fisiognomica Dolciaria, il carattere di Enrico Letta, nuovo segretario del Partito Democratico. Viene dopo il Biscotto all’Amarena Bersani (solido e buonissimo, ma sospettato di essere fatto con i resti di pasticceria del giorno prima), dopo la Mousse passionale e incontenibile di Renzi, che si specchia sul miroir della sua superfice luccicante, sul tranquillo Maritozzo romano di Zingaretti in cui, un giorno, hanno messo una crema troppo bollente, che lo ha portato a straboccare (mi vergogno del partito). Ora che dolce è Enrico Letta? Mi ero già occupato di lui quando era presidente del Consiglio, e vi riporto quanto allora scritto nel mio libro “Di che dolce sei?”, edizione Ad Est dell’Equatore.

Mantiene in piedi, con mirabile equilibrio, il governo difficile degli opposti, il governo di necessità. Nel panorama urlante della politica italiana, Enrico Letta si differenzia per sobrietà e moderazione; solo chi ama la rissa può definirlo moscio e soporifero. Certo bisogna avere tempo e attenzione per seguire i suoi ragionamenti; le sue argomentazioni sembrano muoversi lungo una spirale ipnotica. Ti convince ad ogni passaggio, resti sedotto dalle parole, dal tono, dall’intelligenza, persino dall’ovvietà; ma dove ti ha portato alla fine? Dove vuole lui ovviamente. Puoi essere certo che le sue parole possono ugualmente orientarsi verso un cambiamento radicale dello stato delle cose, o riportarti al punto in cui stavi prima. Staticità e dinamismo si mescolano nella sua azione. Si leva l’Imu per compiacere metà della sua coalizione, ma non si sa se tornerà sotto diverse forme. Sembra una svolta, ma forse non lo è. E siccome quel che sembra contare è avere un governo a tutti i costi, nessuno poteva guidarlo meglio di lui. Attenzione! Letta conosce e sa praticare il conflitto, ma ne domina i tempi e le tattiche. Non a caso ama il Subbuteo, quel calcetto da tavolo con i giocatorini spinti dal colpo delle dita. È un gioco d’abilità, dove non bisogna incaponirsi ad attaccare sempre, a spingere in avanti con la schicchera, ma si deve saper aspettare. “Osare sempre e non rischiare mai” è il motto del vero giocatore di Subbuteo. Si può sbagliare apposta a non prendere la palla, per colpire al turno successivo da posizione più favorevole. Per avere queste abilità occorre una lunga scuola. Enrico Letta ha nella sua cucina di formazione la tradizione democristiana, la cultura economica anglosassone, la frequentazione dei potenti. Ma dal punto di vista dolciario che dolce è? Quale forma ci può dare insieme spinta propulsiva e staticità. Da un lato si può pensare ad un cannolo: una crema passionale viene indirizzata verso il futuro da un corpo caratteriale tubiforme. Per il cannolo ci vuole una certa propensione a subire il fascino dell’ideologia; una sorta di bifrontismo che costringe ad andare avanti con speranza o a guardarsi indietro con nostalgia. E posso affermare che in Enrico Letta il Cannolo lo vedo, anche se nella sua indole non sembra esserci il dominio dell’ideologia, la passione divorante per l’avventura. Se il Letta politico è stato cucinato nelle stanze del potere fin dalla sua infanzia, la cucina del suo carattere dolciario la troviamo in Ungheria. E già, lì fanno un dolce dal nome impronunciabile: il Kürtöskalák. Per semplificare possiamo dire che è un cannolo che sta in piedi. 

Si parte da un impasto con uova latte e olio. Quest’ultimo già rende la materia caratteriale alquanto duttile. La pasta nella lievitazione si gonfia moltissimo fino a produrre una gigantesca escrescenza dell’io, indispensabile per collocarsi al centro delle cose. Ora bisogna stendere la pasta e tagliarne delle strisce. Intorno ad un supporto metallico (forse le solide tradizioni familiari) le strisce di pasta vengono avvolte come una spirale. Qui è la capacità seduttiva, qui originano i discorsi circolari che possono portarti in avanti o ritornare al punto di partenza. Ora nel forno il cannolo è cotto in piedi e in piedi resta una volta sfornato. Come il nostro Enrico il Kürtöskalák non cade mai. La crema di Letta? Un po’ di realismo al cioccolato e tanta crema pasticcera. Questa ce lo rende familiare. Non è un caso che accompagni spesso il figlio a scuola.

Questo era il Letta di sette anni fa. I lettori si chiederanno se si può, col tempo, cambiare carattere dolciario. Limitatamente; in altre parole un torrone farà fatica a diventare Babà, o un Millefoglie un Bignè. Ma dei piccoli cambiamenti ci possono stare. Certo appartengono al vecchio avvolgente cannolo le metafore suggestive, come quella dell’anima e del cacciavite, da usare per rifondare il Partito. Può darsi però che le batoste subite e la docenza francese abbiano un po’ modificato il nostro Cannolo Ungherese. Forse non sta più in verticale e si è abbattuto sulla “tabula rasa” del Partito Democratico per prendere una direzione. Ha gettato sul terreno della politica lo Ius Soli, e cambiato con due donne i capo gruppo parlamentari. Le correnti troppo autoreferenziali non possono tanto “stare serene”.






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