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domenica 9 Agosto 2020

Idea-Azione La digitalizzazione del patrimonio culturale: non perdiamo questo treno, potrebbe essere l’ultimo

La digitalizzazione del patrimonio culturale: non perdiamo questo treno, potrebbe essere l’ultimo

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Ci sono due modi per non soffrire dell’inferno che noi stessi creiamo il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.

Sono le parole che Italo Calvino fa dire a Marco Polo nel descrivere all’imperatore Kublai Khan le città del suo impero e sono citate da Enrico Panai e Gianpiero Nughedu in un bellissimo libro sul Project Management (finalmente un libro che offre strategie e non solo metodologie calate dall’alto di teorie mai troppo dimostrate). Un libro che offre interessanti quanto eretici suggerimenti per riconoscere l’inferno ed evitare gli “errori sistematici”.

In Fisica gli errori sistematici sono subdoli e insidiosi perché si presentano costantemente uguali al ripetersi di una misura rendendo il dato sperimentale non allineato con quello previsto. Non sono eliminabili, i fisici lo sanno, a meno di cambiare l’approccio alla misura stessa modificando la strategia sperimentale. Stiamo parlano di errori che possono trasformare in fallimento una opportunità quando si progettano sistemi digitali nel settore della economia della conoscenza, nel settore della cultura, nelle industrie culturali, nel mercato della valorizzazione della cultura attraverso l’uso di nuove tecnologie. Quindi, occorre cambiare la strategia con cui si approccia il tema.

Panai e Nughedu dimostrano, con dovizia di particolari e con esempi calzanti, quante siano le distorsioni che derivino dal trattare la società dell’informazione e della conoscenza con le regole, le procedure, le metodologie che si applicano all’industria che produce oggetti. Sembra semplice a dirsi, ma provate a misurarvi con un appalto pubblico dove a parole vi si chiede un intervento creativo e per iscritto avete di fronte un contratto nel quale dovete giustificare il numero di ore lavorate. Come se la creatività andasse a tempo, come se una connessione argomentativa inesplorata ed in grado di produrre una emozione potesse essere indipendente dal talento e dagli anni di studio pregressi ed essere solo funzione di una sforzo sul posto. Un mondo dove si praticano ancora le offerte “al massimo ribasso” per cui può sopravvivere solo chi riesca ad offrire mediocrità e sciattezza a norma di legge sapendo come compilare i moduli amministrativi di rendicontazione in modo corretto e con tutti i timbri in ordine.

L’informatica tratta informazioni, non oggetti

Scrive Enrico Panai: l’informatica tratta informazioni non oggetti. Le informazioni ci aiutano ad avere conoscenze necessarie per prendere decisioni in modo consapevole, quindi i dati non sono la materia prima dell’informazione, quello che alla produzione interessa è il senso che i dati possono costruire una volta strutturati. Questo cambia in relazione all’ambiente, in relazione al contesto d’uso, in relazione alle conoscenze pregresse di chi lo sta elaborando in quel momento: visitatore, utente o pubblico che sia. Quindi trasferire il paradigma, le metodologie, le procedure dell’industria che produce oggetti in quella che produce informazioni è fallimentare per definizione. Chi scrive qualche anno fa si è trovato seduto ad un tavolo dove una produzione (io facevo la regia del film in quel caso) chiedeva uno stato di avanzamento lavori alla Regione avendo terminato lo studio e la preparazione del film ed avendo consegnato tutti gli elaborati: sceneggiatura, disegno, costumi, inquadrature etc. La signora incaricata del progetto serenamente e candidamente ha fatto notare come lei fosse stata incaricata di un progetto culturale avendo sempre servito l’edilizia. Il cinquanta percento di un palazzo di due piani è un piano, ha detto, quindi: portatemi il primo tempo del film e io vi erogo l’anticipo.

Noi produciamo strutture di senso affinché inducano nel visitatore significati. Per fare questo costruiamo film, audiovisivi, installazioni multimediali, percorsi, grafica, testi, pitture, scenografie che sono solo utensili per arrivare a produrre emozione. L’emozione è il risultato del processo, l’emozione è il prodotto. Le amministrazioni ci chiedono di poter misurare (monitorare e rendicontare) gli utensili e non il prodotto finale, come se chiedessi al falegname di farmi una sedia e al momento della consegna, prima di pagare, controllassi il giravite, la sega, la pialla, il martello e null’altro. Una volta a casa la sedia può anche crollare, ma le carte sono a posto.

Il prodotto non è un sito web, ma la sua efficacia nel farci comunicare con l’esterno, non è un e-commerce, ma la sua capacità di farci vendere, non è una Collaboration Platform, ma la sua abilità di far lavorare insieme le persone; non è un e-learning system, ma la sua facoltà di trasmettere conoscenze, lasciatemi aggiungere che in un museo il prodotto è l’esperienza cognitiva che ciascun visitatore potrà vantare di aver acquisito dopo la visita e non la tecnologia utilizzata.

Occorre un cambio di visione alla fonte, occorre comprendere che agire in ambiente digitale aggrappati alla fossilizzazione delle professioni esistenti genera naufragio anche della parte della economia di cui si vogliono mantenere i privilegi. Occorre capire che non conviene a nessuno. Occorre quella che il Presidente Mattarella ha chiamato “la cultura della responsabilità”. Purtroppo la testardaggine, l’impreparazione, la paura di affrontare terreni nuovi, la fuga dalle responsabilità, la gestione di privilegi di appartenenza rischia di fagocitare le opportunità che la rivoluzione digitale ci mette di fronte.

Il superamento della “linearità” nella progettazione culturale

Nel passato il valore dei dati e delle informazioni poteva essere confuso con il valore del supporto semplicemente perché le due cose erano inscindibili, con la rivoluzione digitale non è più così. Un testo non è necessariamente un libro, una immagine non è necessariamente un quadro, esistono indipendentemente dal supporto e sono manipolabili e utili allo scopo solo se riadattati a supporti informatici che sono sempre nuovi. Oggi dunque il valore sta nella struttura logica che mette in relazione i dati, la struttura logica produce l’informazione che conferisce ai dati il significato da noi cercato. Questa è la realtà, il campo in cui lavoriamo è più simile ad un laboratorio di ricerca che ad una industria tradizionale, “complessa” nel senso che ciascuna struttura logica sarà soggetta a modificazioni dipendenti da un grandissimo numero di variabili e “non lineare”, come si dice in fisica, cioè non riducibile ad una sequenza di fenomeni analizzati singolarmente.

Nel nostro ambito di lavoro, la relazione causa-effetto non produce necessariamente un risultato unico e costante ma conseguenze diverse e a volte imprevedibili (con una scarsa percentuale di possibilità che accada). Al contrario la pubblica amministrazione che si occupa di questo tende a frazionare le operazioni privilegiando la componente tecnologica e sottovalutando tutte la altre, anzi cancellandone l’esistenza come se un progetto fosse fatto solo di management e tecnologie.

L’informatica è una disciplina umanistica

Una delle conclusioni a cui arriva il libro di Panai e che condivido del tutto, è che l’informatica, intesa come la disciplina che costruisce e regola in flusso e la struttura narrativa delle informazioni per rendere massimo l’impatto cognitivo nel confronti dell’utilizzatore, è una disciplina umanistica. Ho paura che gli ingegneri se ne debbano fare una ragione prima che il collasso sia definitivo e senza ritorno, ma la penso proprio così. La rivoluzione digitale necessita di saperi diversi integrati tra loro per risultati sempre più efficienti, la componente umanistica deve essere sostenuta da quella scientifica: algoritmi costruiti dalla matematica o dalla fisica a dare una rappresentazione della complessità del sistema di comunicazione e consentire a quella tecnologica di rendere il tutto indirizzabile nel migliore dei modi alla maggior parte degli utilizzatori.

Un’altra distorsione mutuata dalla industria che produceva bulloni è che la misura della quantità sia anche la misura della qualità più bulloni faccio e più efficiente sono. Non c’è dubbio, ma un museo non fa bulloni e non si può considerare attraente e capace di produrre cultura condivisa tra i visitatori contando l’aumento del numero di ingressi ottenuto non importa come. Attenti a voler misurare tutto, non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato.

L’importanza della semantica e del linguaggio

Le più grandi incomprensioni nel Project Management come nella vita avvengono perché si sovrappongono linguaggi diversi. Ogni settore utilizza il suo proprio… che è pienamente comprensibile solo da chi sia stato iniziato a quel linguaggio. Quando ci si sposta al di fuori del gruppo, il senso dei termini può diventare sfuocato…. Se un matematico parla ad un animatore infantile di teoria dei giochi, questo penserà subito ai giochi coi bambini equivocando il senso matematico del termine. Usare definizioni contrastanti significa generare incomprensioni.

Nel libro citato troverete una moltitudine di esempi di incomprensione semantica, ne aggiungo due per avvalorare il fatto che un bel libro è quello che entra in sintonia con il lettore.

Prendiamo ad esempio la parola “interattivo”, io non avrei dubbi a definirne il significato. Interattivo e ciò che entra in risonanza con la componente immaginaria e fantastica di ciascuno di noi e produce una emozione. Interattivo è un film che ti fa ridere o piangere, interattiva è una pagina di un libro alla fine della quale sei costretto a fermarti perché ti ha portato altrove, ti ha infilato dentro pensieri personali legati alla tua stessa esistenza per i quali trovi una spiegazione, una giustificazione, una via d’uscita.

Si racconta che alla fine della prima rappresentazione di Napoli Milionaria, eravamo a ridosso delle ferite della guerra, il sipario si chiuse e gli attori non sentirono alcun applauso. Un momento di sbandamento prima di realizzare che in sala si piangeva per l’emozione. Ecco cosa è interattivo. In alcuni settori, oggi, interattiva è una interfaccia che, se toccata dall’utente in un modo o in un’altro, mostra pagine diverse del proprio repertorio. Questa è una “interfaccia a scelta multipla”, se la definiamo interattiva succede che tutto è interattivo allo stesso modo, basta una tecnologia, quindi nulla è più interattivo e finisce che un banale diario personale diventa uguale ad una commedia di Eduardo. Questo sta succedendo. La banalizzazione e la mediocrità possono partire anche solo dalla confusione generata dal significato di due termini che, a furia di usarli in modo improprio, diventano di uso comune.

I medici quando parlano tra di loro usano un gergo incomprensibile alla maggior parte degli altri. Non è un problema, si tratta di un sottoinsieme semantico definito in un dominio di competenza ristretto che non ha alcun motivo di uscire all’esterno. Tra di loro il gergo è essenziale per capirsi il più velocemente possibile nel modo più accurato possibile. Il mondo della informazione dopo la rivoluzione digitale vive ed opera all’interno di discipline diversissime: teatro, cinema, fotografia, scienze cognitive, grafica, letteratura, musica, matematica, fisica, ingegneria possono finalmente integrarsi e sovrapporsi. Per farlo l’unica possibilità è parlare una lingua comune dando a ciascun termine un significato preciso e condiviso. Si può usare l’Italiano o l’inglese, ma occorre astenersi da attribuire significati che possano essere interpretati in modo diverso per cui ognuno lavora per proprio conto in direzioni diverse o opposte e per risultati diversi o opposti. Vedete quindi che l’informatica disciplina umanistica non è affatto una eresia.

Il “contenuto”

Un altro termine che trovo usato con significati diversi e spesso opposti è “contenuto”. Viene usato in genere nei progetti culturali per definire letteralmente quello che c’è dentro. Sono una società di ingegneria e faccio un portale per la cultura di cui a me interessa solo il suo funzionamento tecnologico, per essere pagati basta dimostrare che la tecnologia funzioni, per dimostrarlo devo metterci qualcosa dentro, qualsiasi cosa, tanto le verifiche riguarderanno solo la tecnologia e le pratiche amministrative. Ci metto i contenuti, lo imbottisco affinché abbia un sapore, i contenuti diventano il companatico. In questi ambienti contenuto è un film, fatto da me o da Scorsese è uguale, contenuto è una musica, stonata da me o suonata da Accardo è uguale, contenuto è un testo che posso recitare io perché se lo facesse un grande attore costerebbe di più e sarebbe valutato allo stesso modo, contenuto è uno scritto, mio o di Calvino sempre contenuto è.

Il contenuto di cui parlano questi progetti culturali è privo di autori; così si trovano in giro portali sempre diversi costruiti con tecnologie sempre più sofisticate che sfornano le medesime informazioni, magari copiate da una enciclopedia on line, nella medesima forma sostenendo di essere “innovativi” (un’altra parola sprecata) solo perché la tecnologia non è mai stata usata prima. Giusto o sbagliato che sia il contenuto non sarà mai oggetto di valutazione anche se poi sarà l’attore principale nel fallimento.

Comincio a sospettare che sia la parola “contenuto” a non funzionare e chiedo aiuto alla Treccani per cercare una definizione che possa tenere conto della qualità di quello che si produce in relazione al bisogno del progetto. Non risolvo il problema, “contenuto” se riferito ad uno scritto si definisce argomento, soggetto, materia di una comunicazione e a me non basta un soggetto per costruire una relazione che costruisca conoscenza, meno che mai posso usare la definizione relativa alla informatica: quantità di informazione presente in un file misurabile in byte e loro multipli, io cerco la qualità della informazione contenuta in una struttura narrativa e non una cosa che si possa misurare a peso, la cultura si nutre dell’efficacia di una interazione e non di una inondazione di cose inutili. Poi c’è la definizione di contenuto secondo l’estetica: il soggetto di un’opera d’arte contrapposto alla forma, si tratta di un dualismo contro il quale già De Sanctis e Croce hanno reagito sostenendo l’arte come sintesi di contenuto e di forma. Nessuna definizione mi soddisfa per il semplice motivo che è la parola “contenuto” a non funzionare. Quello che il pubblico, il visitatore, lo spettatore, il lettore riceve è una struttura concettuale realizzata articolando le forme simboliche in modo da creare una interazione con chiunque possa dare a quei simboli e quelle forme un identico valore: in una parola un linguaggio.

Esiste il linguaggio delle parole attraverso il quale sto scrivendo queste note utilizzando convenzioni antiche di secoli, esiste il linguaggio musicale che invece di ventuno lettere ne usa solo sette con possibilità di forme e sfumature infinite, esiste il linguaggio delle immagini che ha contrapposto segni e accostato icone e miti per costruire storie di senso e significato profondo, esiste il linguaggio multimediale che, lo dice la parola stessa, utilizzando parole, musica ed immagini le integra in una complessità (oddio un’altra parola che andrebbe spiegata) che deriva dal mutuo dialogo reciproco.

Aumentare –> da Augeo –> Autore

Quello che i progetti chiamano contenuti sono costruzioni che devono interagire con le componenti immaginarie dei visitatori/spettatori aumentarne l’entusiasmo, aumentarne l’emozione, aumentare la conoscenza, aumentare il valore della struttura informatica. Ho trovato!!! Ecco il verbo che risolverebbe anche il problema agli ingegneri: “aumentare”. In latino si dice augeo da cui deriva la parola autore. Servono autori, artisti, scrittori, poeti, filosofi, musicisti che costruiscano nuovi artefatti per il mondo digitale e per la comunicazione nell’era della riproducibilità digitale dell’arte come avrebbe oggi detto Walter Benjamin. Se sulla Treccani la definizione di contenuto che vada bene al nostro dominio di competenza non c’è è perché non è di contenuti che abbiamo bisogno ma di artefatti.

Repurpuse our artwork

Sta per passare un treno favorito enormemente dagli investimenti Europei: la digitalizzazione del patrimonio culturale. Queste note ed il libro di Panai andrebbero lette da quanti si apprestano ad affrontare il tema. Al tempo in cui l’industria produceva bulloni e ne contava il numero, un’opera d’arte veniva schedata e conservata nei modi che i conservatori e gli archivisti conoscono bene, pensare di fare la stessa cosa semplicemente producendo un documento digitale significa cadere in tutte le contraddizioni appena descritte. Uno scanner ben fatto e schedato da un archivista bravo ed esperto non entra nel meccanismo strutturale della rivoluzione digitale, solo la logica delle connessioni argomentativi nelle quali il documento è usato contribuisce a definire il valore del documento digitale. Occorre creare strutture narrative in cui incastonare le digitalizzazioni e per questo occorrono autori, persone che aumentino il valore delle connessioni argomentativi tra le discipline e ripropongano percorsi contemporanei anche al passato affinché diventi identità culturale e non solo un acquario di fossili. Non perdiamo questo treno, potrebbe essere l’ultimo.

La visione puramente tecnologica e esclusivamente ingegneristica sta generando il fallimento di un sistema che invece potrebbe rivoluzionare le esigenze ed i bisogni dello sviluppo sostenibile. Molti musei esteri portano all’ingresso un invito ai visitatori: Repurpuse our artwork”. L’invito a ricostruire un senso alle opere esposte inviando proprie elaborazioni fotografiche che potrebbero suggerire nuovi modi e nuove strutture logiche in cui riconsiderarle. Nei nostri musei c’è ancora scritto vietato fotografare.

Dallo stesso verbo latino augeo discende la parola autorità, riflettano, allora, anche le autorità politiche che sovrintendono alla cultura sulla necessità di cominciare a costruire valore per un settore che alla politica potrebbe portare vantaggi di grande portata, riflettano sulle parole di Walter Benjamin con le quali chiudo queste note, parole scritte agli albori delle tecniche che consentivano le prime riproduzioni di opere d’arte: L’opera d’arte riprodotta diventa in misura sempre crescente riproduzione di un’opera d’arte predisposta alla riproducibilità…. Nell’istante in cui il criterio della autenticità nella riproduzione dell’arte viene meno, si trasforma anche l’intera funzione dell’arte. Al posto della sua fondazione del rituale si instaura la fondazione di un’altra prassi: vale a dire il suo fondarsi sulla politica.

Il Libro:
Skip! L’arte di evitare i progetti: Un modo ecologico di vivere nell’era dell’informazione di Enrico Panai e Gianpiero Nughedu.

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