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martedì 18 Maggio 2021

Classici contemporanei Uscita si sicurezza (I. Silone)

Uscita si sicurezza (I. Silone)

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Questi giorni convulsi per avvenimenti politici forti, a volte decisivi, non ultima la vicenda del dissidente politico russo Navalny, mi hanno portato, quasi istintivamente, a rileggere un’opera di Ignazio Silone che ritengo, oggi più che mai, di eccezionale attualità.

È una sorta di biografia attraverso cui l’autore ripercorre il cammino che lo portò alla scelta e poi al ripudio del Comunismo. È una storia in cui può riconoscersi chiunque fa della vita politica una scelta morale che implica un certo modo di pensare e un certo modo di vivere in virtù di idee e valori a cui non intende rinunciare né derogare perché comporterebbe il venir meno delle ragioni che sono alla base di quella scelta.

Ero ancora ragazzo quando assistei al crudele e stupido spettacolo d’un signorotto locale che aizzò un suo cagnaccio contro una donnetta, una sarta, che usciva di chiesa. La misera fu gettata a terra, gravemente ferita, i suoi abiti ridotti in stracci…

La querela contro l’ignobile signorotto ebbe solo il prevedibile risultato di aggiungere ai danni la beffa della giustizia. La donna fu compianta privatamente, soccorsa da molti ma non trovò un solo testimone disposto a deporre la verità davanti al pretore, né un avvocato per sostenere l’accusa. Il pretore assolse il signorotto e condannò la povera donna alle spese del processo. Alcuni testimoni prezzolati sotto falso giuramento diedero una versione del tutto grottesca del fatto incolpando la donna di aver provocato il cane; il giudice, che pure aveva assistito al disgustoso fattaccio, si giustificò col dire che aveva il dovere di attenersi alle risultanze processuali, anche se conosceva la realtà dei fatti.

Questa storia segnò profondamente il giovane Silone che da allora fu portato a riflettere sulle ingiustizie e sulla disonestà “di farsi i fatti propri“. Questa vicenda insieme a molte altre simili, tutte storie di disuguaglianze, di prepotenze e di viltà, fece maturare in lui il convincimento della necessità di impegnarsi politicamente per contribuire ad un cambiamento che riteneva non si potesse più rinviare. Fu così che le infantili delusioni si sublimarono nella grande speranza accesa dalla Rivoluzione russa, fu così che Silone scelse di percorrere la strada della militanza comunista aderendo alla fondazione del PCI nel 21 ad opera di Gramsci.  Passò del tempo e Silone dovette, però, capire che essere iscritto al Partito  richiedeva  qualità che lui non aveva: docilità di carattere e conformismo politico. Il partito poteva pure essere famiglia, scuola, chiesa ma non poteva trasformarsi in una caserma-prigione, non poteva comportare la rinunzia e la capitolazione dei valori su cui poggiava il suo impegno e che lo avevano spinto all’azione politica.

Nelle numerose occasioni che Silone ebbe di recarsi a Mosca per partecipare, quale membro di delegazione comunista italiana, a congressi e a riunioni, ciò che lo colpì in personalità politiche veramente eccezionali fu l’assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Chi osava contraddire era considerato un opportunista, un traditore, un venduto; un avversario in buona fede sembrava inconcepibile per i comunisti russi, ieri come oggi e come la vicenda di Navalny  dimostra. La  possibilità di dubitare, di cercare, di dire NO a una qualsiasi autorità era vista come un’azione controrivoluzionaria. La decisione di allontanarsi da questo disdicevole condizionamento diventò inevitabile dopo il suo rifiuto a votare la risoluzione contro Trotzky, rifiuto determinato perché gli si imponeva di votare senza conoscere il documento il cui contenuto, secondo l’incontestabile opinione di Stalin, doveva restare segreto. “Perché il rifiuto?” gli fu chiesto da “allineati” dirigenti del partito. “Dovrei spiegare perché sono contro il fascismo” rispose Silone.

Le ambiguità e le contraddizioni del Comunismo, la dittatura del partito, la causa “smarrita ” a favore dei contadini furono motivi sufficienti per allontanarlo dal PCI. Lo statuto del partito, però, non prevedeva dimissioni, per cui Silone risultò espulso e ricevette la scomunica dei vertici.  Le accettò, restare avrebbe comportato dimenticare i motivi per cui era sceso in lotta e non era possibile, avrebbe significato allontanarsi dai valori di libertà, di uguaglianza, di giustizia. Aveva compreso che in politica gli estremi finiscono per identificarsi. Il comunismo di Stalin non era più  un’alternativa reale al fascismo ma, anzi, praticava le stesse tattiche, le stesse scelte. Essere comunisti secondo il PCR non era molto diverso che essere fascisti.

Io ero allora come chi ha ricevuto una  formidabile mazzata in testa e continua a reggersi in piedi, a camminare, a parlare e gesticolare, senza rendersi conto pienamente di quello che gli succede” questo, il ricordo di Silone.

Uscire dal partito non significò, però, abdicare ad una fede politica, i valori restarono intatti a guidare, comunque, le sue scelte, la sua vita. Del resto commenterà nella sua opera: “Sopra un insieme di teorie si può costruire una scuola e una propaganda ma soltanto sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini“.

La scelta di Silone fu dettata da un imperativo etico: non volle bendarsi gli occhi, né scendere a compromessi ma questo non significò rinunciare alla sua fede politica. Il suo fu un distanziamento da una costruzione di partito che nulla aveva a che fare con i suoi principi e i suoi ideali. 

Anche oggi sempre più spesso non  si parla di valori in politica , anzi si urla soltanto e spesso in modo scomposto . Ciò che conta sono la propaganda, il consenso elettorale, i sondaggi. Ma su queste premesse una società potrà solo decrescere e sarà una decrescita infelice, economica, culturale, sociale e politica come quella a cui assistiamo, soprattutto in questo periodo storico di pandemia cosi estremo e difficile.

Pare che non ci si possa salvare dagli opportunismi, dai tatticismi degli pseudopolitici moderni, tutti chiusi nel loro spregiudicato e sterile individualismo e incapaci di una visione più ampia nell’interesse di una comunità, di un vivere insieme per un progetto di bene comune. Si esce e si entra, si passa da una “zona” ad un’altra, si barattano cariche e ruoli per una uscita di SICUREZZA vantaggiosa solo ai propri interessi. Siamo in un passaggio cruciale della nostra storia nazionale, un momento decisivo in cui si sceglie se precipitare verso il basso o lentamente risalire la china. La posta in gioco non sono solo l’Italia e gli Italiani ma è la politica stessa che rischia di perdere in credibilità. Sullo sfondo un popolo allo stremo che, precipitando sempre più in basso, è mosso da umori neri e fetidi, causa e conseguenza della decadenza generale, un popolo che  è allo sbando e senza una guida sicura. 

Eppure in politica le responsabilità possono essere molto gravi; non si può giocare d’azzardo e se il popolo ci rimetterà la pelle non sarà solo per il covid ma per politicanti assetati di potere, nessuno escluso. In un’Italia stanca, delusa, prostrata, la politica, quella seria che abbia come interesse precipuo il bene comune, potrebbe essere una riserva importante, purtroppo lo spettacolo che offre è indecente, non si intravedono valori autentici. I politici sono tali per professione non per passione, molti sono impresentabili  per volgarità, arroganza e grettezza d’animo quando non per background indecenti, sono capaci di odio, insensibili alle sofferenze di un’intera umanità, non amano la verità e praticano la menzogna. Improponibile per loro, utopistico per noi elettori pensare che possano praticare un’USCITA DI SICUREZZA a mo’ di Silone.

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