C’era una volta un grande prato verde chiamato campo Parioli tra le colline dei Parioli e di Villa Glori ed il Tevere. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale il campo fu occupato dagli sfollati, quelli che nella guerra avevano perso la loro casa, talora il proprio lavoro ed addirittura la propria famiglia. Crebbero le baracche: del campo verde rimase poco o nulla in quegli anni 50 mentre crebbe erba gialla tra rifiuti di carta e resti alimentari per la gioia dei cani e dei gatti randagi. Nessuno scese più dalla collina dei Parioli per attraversare quel campo e raggiungere la riva del fiume sacro. La situazione trasudava miseria e disgrazie, mentre il degrado cresceva.

Agglomerato Campo Parioli
Agglomerato Campo Parioli. Photo credit: Rerum Romanarum

Le Olimpiadi a Roma e la costruzione del Villaggio Olimpico

Accade però che in quegli anni 50 le XVII Olimpiadi vennero assegnate, dopo Londra vincitrice, a Roma sconfitta.  Erano gli anni del piano Marshall e della ricostruzione che travolgeva rovine e miserie per proporre il volto nuovo della città che da meno di 1 milione di abitanti si avviava a superare, negli anni seguenti, i 3 milioni. Le olimpiadi posero alla città due fondamentali problemi, quello degli impianti sportivi e della viabilità di collegamento e quello delle abitazioni dove alloggiare soprattutto le migliaia di atleti ed anche le delegazioni, la stampa, i cineoperatori  e gli spettatori provenienti da tutto il mondo.

Per gli atleti, che sarebbero stati più di 5000, provenienti da 80 nazioni dei cinque continenti, fu decisa la costruzione di un apposito villaggio capace di accoglierli tutti e fu scelto di costruirlo al campo Parioli. Furono sgomberati gli sfollati trasferendoli in alloggi comunali, furono demolite le baracche e fu dato avvio alle costruzioni. Grandi architetti dell’epoca furono impegnati nell’opera: Libera, Cafiero, Luccichenti, Monaco, Moretti. Bernarducci progettò la chiesa di San Valentino, davvero avveniristica per quegli anni. Nervi progettò il palazzetto dello sport.

In questo villaggio in quella fine estate olimpica soggiornarono grandi atleti come il saltatore russo Brumel, la velocista americana Wilma Rudolf,  i grandi pugili Cassius Clay e Nino Benvenuti, il velocista torinese Livio Berruti che fece vibrare di gioia  il cuore dei suoi concittadini ancora scossi dalla tragedia di Superga ed il grandissimo etiope Abebe Bikila che vinse alla maratona correndo a piedi nudi per le vie di Roma come aveva sempre fatto sugli altipiani del suo Paese.

Villaggio Olimpico: dalla gloria alla decadenza

L’opera risultò eccellente con costruzioni eleganti e capienti, prati verdi, alberi ombrosi, ben collegata con la città e con i campi di gara. I finanziamenti erano venuti dal Comune di Roma e dal CONI, ma soprattutto dall’INCIS (Istituto nazionale case impiegati statali) al quale il villaggio fu consegnato alla fine dell’Olimpiade. Da allora cominciò un lento degrado, non strutturale, ma di manutenzione, di giardinaggio e di frequentazione. Per decenni alla brava gente che abitava le case, la notte nei viali poco illuminati finirono col sostituirsi prostitute di ogni colore creando un luogo privilegiato per la prostituzione.

Dopo decenni bui ci fu una interessante ripresa con la costruzione dell’Auditorium – Parco della Musica, ma fu gloria breve. Le prostitute diminuirono, ma rimasero. La Circoscrizione non ebbe finanziamenti adeguati per curare il verde, crebbero sui prati cumuli di immondizia, cartacce, bottiglie vuote, lattine, anche in conseguenza dell’aumentata frequentazione per gli eventi anche extra musicali che l’Auditorium produsse e produce in continuazione.

Oggi l’erba tracima dai prati sul bordo dei viali, gli arbusti si allargano occupando la strada e i parcheggi destinati alle macchine. Gli alberi di alto fusto, come l’erba, ingialliscono al sole senza rifornimento d’acqua e senza potatura. L’asfalto si decompone progressivamente dissestando il manto stradale e creando insanabili buche.

Villaggio Olimpico
Villaggio Olimpico sempre più nel degrado

Sono anche ricomparsi gli abitanti abusivi, diversi dagli sfollati del dopoguerra. Questa volta sono gli zingari che stazionano permanentemente con i loro camper nei parcheggi liberi dove i loro bambini giocano e le loro donne chiedono l’elemosina serale ai frequentatori dei concerti. Che facciano gli uomini non si sa!

Insomma senza gestione circoscrizionale e comunale, senza giardinieri, pulitori, Vigili urbani anche la Polizia sembra avere abbandonato la partita e la direzione di marcia potrebbe essere quella del ritorno ai tempi del Campo Parioli.

Domenica 30 giugno 2019


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Eugenio Santoro
È nato a Roma nel 1938 da famiglia calabrese, e si è laureato a Roma nel 1962, ottenendo la libera docenza nel 1968. Ha svolto tutta la sua vita professionale a Roma. Dopo essere stato per dieci anni allievo e assistente del professor Paride Stefanini, dal 1976 ha diretto per oltre trenta anni le Divisioni di Chirurgia generale ed i Dipartimenti chirurgici degli Ospedali romani Cristo Re, Regina Elena e San Camillo, operando oltre 20.000 malati soprattutto per patologie oncologiche digestive. Ha insegnato nelle Università di Roma La Sapienza, Cattolica e UNItelma. Nel 2001 ha creato un Centro trapianti di fegato all'istituto Regina Elena dove ha realizzato il primo trapianto epatico in Italia in un paziente sieropositivo.Nel 2004 gli viene conferita la Medaglia d'oro della sanità pubblica. È stato presidente della Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani dal 1993 al 1996, presidente della Società Italiana di Chirurgia dal 1998 al 2000, presidente della International Gastric Cancer Association dal 2005 al 2007 e vicepresidente del Consiglio Superiore di Sanità dal 2006. È presidente della Fondazione San Camillo-Forlanini dal 2012. Membro onorario di molte società scientifiche di paesi esteri e dei board di riviste nazionali ed internazionali di chirurgia, ha presieduto congressi italiani e internazionali di chirurgia. È autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche su argomenti di chirurgia e oncologia e di 7 libri. Ha anche pubblicato saggi e articoli di storia, sociologia, politica e due romanzi. È sposato ed ha tre figli.

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