E se il BUON INCANTATOR (da “Guido io vorrei…” di Dante)

Secondo lockdown. È dura, più dura che mai, ci si sente assediati, è come stare in guerra ma disarmati. Un nemico persistente è alle porte, dietro l’angolo, invisibile minaccia il nostro quotidiano. Non siamo più padroni di niente, le azioni più banali e normali diventano pericolose, sono da evitare. Gli amici, finanche i figli è meglio stiano lontani. Si vive in un tempo sospeso tra il conteggio dei tamponi e delle positività, terrorizzati ad un colpo di tosse o ad una linea di febbre, e la speranza di “curve ” in discesa.

È tempo di COVID, un tempo vuoto, di vita soprattutto. Le sirene delle ambulanze sono come un urlo atroce che rimbomba nell’animo quando l’angoscia vittoriosa prende il sopravvento esacerbata dalla solitudine a cui si è costretti, intollerabile ma necessaria. La casa è una prigione e nello stesso tempo un bunker protettivo, un luogo sicuro ma angusto, troppo stretto, mentre il mondo di fuori non può al momento appartenerci.

Sono queste le sensazioni che mi assalgono sempre più frequentemente nei pomeriggi interminabili del lockdown. E quando la claustrofobia monta inesorabile insieme ad un senso di impotenza che annichilisce, irrefrenabile cresce anche la voglia di evasione, di trovare un luogo mentale dove acquietarsi. E così, quasi involontariamente, mi abbandono alla leggerezza di quei versi di Dante, forse tra i più magici della nostra letteratura…

Guido, io vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio; sì che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo in un talento, di stare insieme crescesse ‘l disio…

La dolcezza di questi versi per pochi attimi, come per un incantesimo, porta ad immaginare un possibile ALTROVE. È la voglia di fuggire per lasciarsi tutto alle spalle.
È il desiderio favoloso di fare un viaggio su un vasel leggero, trasportati dal vento e dai propri pensieri, senza alcun impedimento e grazie alla complicità di un “buon incantatore”.
È la volontà di evadere da una realtà soffocante che per Dante erano le competizioni politiche con il loro carico di odii e di disordine e nel nostro tempo sono anche le miserie umane che il covid ha messo in evidenza tra cui tralucono irresponsabilità, sconsideratezza, morte e dolore.
È il desiderio recondito di poter vivere “in un talento”, in un’atmosfera di comunità di intenti che oggi appare utopica.
È il sogno di una fuga al riparo dalle tempeste del nostro miserabile tempo verso un mondo alternativo che ci possa salvare… e non solo dal Covid.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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