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A Montecitorio i grillini parlano la “neolingua” di Orwell

Chi a Montecitorio provvede alla predisposizione dei resoconti stenografici della seduta è ormai da più di un secolo pronto ad ogni evenienza.

Nel 1862, quando si inaugurò il primo parlamento dell’Italia Unita, molti degli eletti, appartenenti alla nobiltà piemontese per lo più di origine francese, non conoscevano la lingua italiana. Niente paura: furono assunti stenografi in grado di riprodurre, ove necessario, gli interventi in linea francese poi pubblicati sulla “Gazzetta Piemontese”, in quella lingua. Passarono gli anni, i decenni: arrivò nel 1948 Matteo Tonengo, deputato del Partito dei Contadini, arrivò molti anni più tardi Ciriaco De Mita, poi tanti altri: mai alcun problema. Quando necessario un piccolo ritocchino lessicale e tutto tornava a posto, finchè non fu soppresso anche quello.

Stenografi a Montecitorio

Ilona Staller, in arte Cicciolina, eletta con il sostegno dei radicali come capolista del partito dell’amore, comprese subito che lei, di origine ungherese, avrebbe avuto qualche problema con la lingua e prese allora l’abitudine di leggere i suoi interventi: erano scritti in italiano perfetto da persone che sapevano il fatto loro, e gli stenografi non ebbero problemi. Altri tempi: nemmeno una pornostar riteneva che il parlamento fosse una scatoletta di tonno, secondo la definizione pentastellata. La lingua italiana a Montecitorio sembrava aver vinto la sua battaglia: niente di più sbagliato.

C’è infatti chi tra i deputati del cambiamento non è stato informato che alla camera dei deputati italiani non si deve parlare la “neolingua” di George Orwell ed ha pertanto ritenuto di usare questa lingua ancora poco conosciuta ma presumibilmente con un grande futuro.

Non è una lingua facile, i cronisti parlamentari hanno appreso che “circonciso” vuol dire “coinciso”, che “popularsi” vuol dire probabilmente “affollarsi”, che “autoritario” significa “autorevole”, fino ad essere informati nelle successive interviste che la massima di Cartesio “Cogito Ergo Sum” (penso dunque sono) va modificata in “Ergo Cogito Sum” (dunque penso sono), una massima peraltro di non chiarissimo significato.

Ma perchè chi non ha dimestichezza con la lingua latina si lascia andare a simili avventure linguistiche? Forse è la volontà di piegare anche Cartesio alla lingua del cambiamento. E’ proprio questo secondo alcuni il motivo che spinge una illustre deputato, ragioniera poco più che trentenne, già “responsabile di zona di un patronato” (deve essere una cosa molto importante, poco meno che la Presidenza della Repubblica) a tentare di fare del tutto per radicare con i suoi interventi in neolingua la nuova lingua ufficiale di Montecitorio.

Le persone ascoltano le loro roboanti affermazioni, l’importante è che si comprendano tra pentastellati, senza ridere. Il Parlamento è ancora una cosa seria, anche se il governo gialloverde e la sua maggioranza sembrano non rendersene conto.

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Mario Pacelli

Mario Pacelli è stato docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Ha collaborato con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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